Copia e incolla

macaco

Ho copiato il giovane Holden. Nel libro di Salinger lui dice che quando legge un bel libro gli viene voglia di telefonare all’autore per chiedergli delucidazioni. Io ho telefonato a un personaggio. Lo si incontra a pag. 383 de Il disordine perfetto, il bel saggio di Marcus Du Sautoy (Rizzoli). Il personaggio in questione si chiama Leonardo Fogassi. L’episodio che lo vede protagonista è una delle storie più affascinanti che mi sia capitato di leggere. Si svolge in un laboratorio scientifico dell’Università di Parma, un giorno imprecisato di 18 anni fa. Fogassi stava indagando su quali neuroni si accendono nel cervello quando le scimmie muovono le mani in determinati modi. Questi neuroni sono chiamati “neuroni motori”, perché presiedono alle capacità motorie. Assieme a Vittorio Gallese e Giacomo Rizzolatti, con i quali conduceva queste ricerche, Fogassi aveva attaccato degli elettrodi alla corteccia frontale delle scimmie, in modo tale da individuare quali neuroni si accendono per ogni specifico movimento. Quando gli elettrodi erano collegati a una particolare zona del cervello, ogni volta che la scimmia allungava la mano per prendere una nocciolina la macchina emetteva un suono, per indicare che i neuroni si stavano accendendo.

Quel giorno del ‘91 Fogassi era solo in laboratorio. Aveva trascorso tutta la giornata osservando le azioni delle scimmie e registrando i suoni corrispondenti sulla macchina. Soddisfatto dei risultati ottenuti, iniziò a riordinare il laboratorio. Ma quando stese la mano per portar via le noccioline la macchina improvvisamente suonò. Che strano, pensò. Quando distese la mano per prendere un’altra nocciolina vide che la scimmia seguiva il suo movimento con gli occhi e sentì ancora il suono. Ma la scimmia non aveva affatto mosso la propria mano. Fogassi temette che l’attrezzatura potesse essere difettosa. Controllò e vide che funzionava perfettamente. Anche se di fatto la scimmia non stava prendendo una nocciolina, sembrava che i neuroni del suo cervello si accendessero, come per creare una versione virtuale di quell’azione. Non erano i neuroni motori ad accendersi, ma qualcosa che i ricercatori battezzarono “neuroni specchio”, o neuroni scimmiottanti. Vedere qualcun altro che compie un’azione sembra una cosa molto diversa dall’immagine che uno ha di se stesso mentre esegue la medesima azione; tuttavia, l’attività del cervello è quasi identica. Qualcosa nel cervello trattiene dal mandare un segnale per compiere realmente l’azione. Ma ciò a volte non funziona: il segnale parte lo stesso e il corpo copia l’azione che sta osservando. Il caso più frequente è lo sbadiglio. Se vediamo qualcuno che sbadiglia ci viene da sbadigliare pure se non siamo stanchi. L’accensione dei neuroni specchio sta producendo nel nostro corpo il desiderio di riflettere in una perfetta simmetria l’azione della persona di fronte a noi.

Per il neurologo Vilayanur Ramachandran i neuroni specchio rappresentano per la psicologia ciò che il DNA ha rappresentato per la biologia. Una scoperta sensazionale dalle infinite ripercussioni. Alcuni scienziati ipotizzano addirittura che costituisca il Big Bang dello sviluppo culturale degli uomini. Circa 40.000 anni fa qualcosa innescò una forte e rapida espansione dei neuroni specchio nel cervello umano. All’improvviso gli utensili degli uomini preistorici divennero più raffinati. Pezzi di roccia furono modellati in punte di frecce simmetriche. Gli strumenti furono abbelliti da disegni che replicavano degli stilemi particolari, perché il cervello stava diventando sempre più attratto dalle forme simmetriche.

I neuroni specchio contribuiscono pure a spiegare la sorprendente abilità dei bambini a emulare in modo così perfetto la mimica facciale dei genitori, pur non avendo alcuna idea di che aspetto abbia la loro stessa faccia. Quando i suoi genitori tirano fuori la lingua, un bambino è in grado di ripetere l’azione. Il bambino non ha bisogno di pratica davanti allo specchio per copiare l’espressione facciale dei suoi genitori, sono i suoi neuroni specchio ad accendersi, creando nel suo cervello una copia dell’azione. Questi neuroni specchio hanno probabilmente aiutato gli esseri umani a sviluppare abilità linguistiche più sofisticate. L’acquisizione del linguaggio dipende dal rispecchiare i suoni prodotti da altri. Difatti, la collocazione dei neuroni specchio è simile per posizione, origine e struttura evolutiva all’area di Broca del cervello, che ha a che fare con il linguaggio. In sostanza, i neuroni specchio permettono all’animale di capire cosa fanno gli altri. Perché per comprendere cosa fa un altro individuo non occorre un complicato processo cognitivo, basta un raccordo tra azione osservata e azione codificata dai neuroni motori. Quando i neuroni specchio si attivano passivamente segnalano all’organismo la stessa azione di quando la compiono. In questo modo l’individuo che osserva si mette nei panni dell’attore dell’azione. Io capisco cosa fa un altro perché questo suscita in me la stessa attività neuronale di quando io faccio quell’azione. L’empatia, la capacità di questi neuroni specchio di aiutarci a entrare nella testa degli altri, è anche considerata una sorta di chiave per unire gli esseri umani in gruppi con chiare identità culturali. Si pensi alla comunità degli Amish, o al fenomeno degli skin heads, gruppi perfettamente omologati all’interno dei quali l’individuo costruisce la propria identità differenziale. I neuroni specchio custodiscono inoltre la chiave per comprendere patologie gravi quali l’autismo. L’incapacità di immedesimarsi negli altri potrebbe essere dovuta a un sistema di neuroni specchio ipofunzionante, che non si attiverebbe durante l’osservazione degli altri.

Tempo fa, nel post Simmetrie e coefficienti di correlazione, riferii la sentenza di Samuel Taylor Coleridge secondo la quale “tutti gli uomini nascono aristotelici o platonici”. Quando devo dichiarare le ragioni per cui sento di appartenere alla seconda categoria, in genere metto in rilievo la ricerca dei nessi, delle affinità segrete che legano le cose e le persone. Senza per questo disconoscere le differenze, il platonico è qualcuno che pensa che il destino sia comune, che ciò che ci succede non sia mai solo nostro. Gli eventi importanti della vita: nascere, crescere, scoprire il mondo, innamorarsi, soffrire, morire, sono cose che ognuno vive in modo irripetibilmente suo, individuale, ma anche a nome di tutti, perché ognuno di noi è un coro. Questo atteggiamento col tempo è diventato qualcosa di più di un abito mentale, è una specie di ossessione. Le discussioni con la fidanzata, un amico o un cliente vengono valutate in base al criterio della reciprocità, cioè immaginando come mi sarei comportato se fossi stato nei loro panni, a ruoli invertiti. Così facendo, si giunge spesso alla conclusione che le posizioni dell’altro non sono poi così astruse come si pensava inizialmente.

Altra convinzione tipica del platonico è quella secondo cui “Dio opera sempre attraverso principi geometrici”, e la geometria perfetta, il riflesso più evidente dell’armonia del mondo, è la simmetria. La maggior parte dei fenomeni naturali tende a questa caratteristica, giudicata la condizione più stabile. Il fiocco di neve è simmetrico. Il corpo umano è simmetrico. La goccia di pioggia che cade dal cielo non ha, come si crede, la forma a lacrima con cui viene generalmente rappresentata. Quella è solo la convenzione artistica per comunicare l’idea del movimento. La vera immagine di una goccia di pioggia che precipita è una sfera perfetta, ossia il solido tridimensionale con la simmetria più accentuata.

Mentre leggevo il libro di Marcus Du Sautoy, il cui sottotitolo è L’avventura di un matematico nei segreti della simmetria, ero a Istanbul in vacanza. L’albergo si trovava nel centro storico, a poche centinaia di metri dalla Moschea blu e da Santa Sofia. Malgrado la maggior ricchezza storica e figurativa della seconda, il mio sguardo era irresistibilmente attratto dalle elegantissime proporzioni simmetriche della prima. Il fatto poi di aver saputo che l’epoca in cui venne costruita (il XVII sec.) e perfino alcuni dei suoi architetti erano gli stessi del Taj Mahal, accrebbe ulteriormente la mia ammirazione per quel capolavoro di armonia. Ma è anche vero che esistono armonie non così evidenti e immediatamente intelligibili, armonie e bilanciamenti talmente complessi da non risultare affatto, se non agli spiriti più sensibili. Armonie che, se analizzate con logiche tradizionali, possono apparire frutto del caso. I numeri primi, per esempio, l’ultimo grande enigma della matematica. La loro irriducibilità, quel loro stagliarsi come monadi isolate all’interno di un sistema perfettamente coerente, mi ha sempre procurato un certo disagio, come l’ultima tessera di un puzzle che non si inserisce laddove dovrebbe. Di questo disagio avevo accennato in un racconto intitolato self control 4-7, ed è forse lo stesso disagio che ha spinto generazioni di matematici come Carl Friedrich Gauss a cercare di dare un ordine a quella sequenza imprevedibile (2,3,5,7,11,13,17,19,23,29,31…). Chissà, forse quando si proverà la suggestiva ipotesi di Bernhard Reimann, che descrisse un paesaggio immaginario in cui i numeri primi si convertono in musica, allora quel giorno il puzzle sarà completo, e noi potremo finalmente ascoltare ammirati l’armoniosa melodia della creazione.

E’ sempre questione di nessi, di affinità segrete da scoprire. Ciò che lega i numeri primi fra loro, il mistero di quelle note apparentemente indipendenti le une dalle altre, e ciò che unisce le cose e le persone. I matematici son tutti platonici per definizione, e il platonico ama l’astrazione. Per lui ogni essere umano è solo la copia di un’idea. Christian Raimo lamenta, in un post intitolato Sorellastre, il luogo comune letterario e cinematografico che ritrae i matematici come dei simil-autistici, dei geni strampalati e misantropi. E’ un luogo comune fino a un certo punto, se lo stesso Du Sautoy, sia ne L’enigma dei numeri primi che ne Il disordine perfetto, riferisce della ricerca dalla quale risultò che nei dipartimenti di matematica c’è una percentuale di persone affette da Sindrome di Asperger più alta rispetto a ogni altro dipartimento universitario. Per chi non lo sapesse, Hans Asperger era un pediatra viennese che identificò quella sindrome nella sua tesi di dottorato del 1944, descrivendola come una variante ad alto funzionamento dell’autismo. In pratica, la Sindrome di Asperger sta all’autismo come la distimia sta alla depressione. Sono le versioni socialmente accettabili di quelle terribili patologie.

I sintomi più evidenti della Sindrome di Asperger sono la difficoltà nella comunicazione non verbale, l’adozione di comportamenti stereotipati, un forte impulso a sistematizzare, una ristrettissima cerchia di interessi e una scarsa propensione alle interazioni sociali. Dal che si desume che questa sindrome appartiene anche ad altre categorie professionali, tutte più o meno rinserrate in un loro mondo di astrazioni. Mi vengono in mente gli informatici creativi di JPOD, il romanzo di Douglas Coupland, che inventano una “macchina degli abbracci” che aziona dei cuscini che ti stringono, dandoti la sensazione piacevole del calore umano senza il pericolo di un coinvolgimento emotivo. Ma penso che atteggiamenti simili siano riscontrabili anche in molti letterati con frequenti crisi di panico e stati d’ansia, e questo forse potrebbe costituire un inquietante punto di contatto fra due discipline che vengono comunemente presentate come antinomiche o quasi.

Ne Le particelle elementari di Michel Houellebecq, per esempio, i fratellastri protagonisti del romanzo sembrano appunto simboleggiare il conflitto fra scienza e umanesimo. La soluzione di questo conflitto prospettata dal francese sembra andare in direzione antiumanistica. Alla fine l’umanità decide la propria liquidazione come un esperimento fallito, col ricorso a un’eutanasia su scala planetaria. L’essere umano viene sostituito da cloni indefferenziati. La de-antropizzazione dell’uomo è affidata alle scienze biologiche. Ma se è vero che il geniale biologo misantropo e il pornomane inveterato che insegna lettere, diversi in tutto tranne che nell’origine e nella fine – ossia nell’avere uno stesso genitore e nel morire tragicamente -, incarnano quella divaricazione stigmatizzata da Raimo, è altrettanto vero che non di rado proprio le teorie scientifiche più avanzate finiscono per ricorrere alla vecchia sorellastra letteratura al fine di illustrare con metafore libresche i concetti più ardui.

E’ il caso di Nima Arkani-Hamed, il 35enne di Berkeley che ha postulato l’idea che il nostro universo sia solo uno tra un’infinità di quelli esistenti, (“quasi fosse una pagina in un tomo alto 10 cm.”). Senza parlare poi delle enormi implicazioni filosofiche che avrebbero queste teorie qualora fossero dimostrate; e penso sia ai numeri primi che al “multiverso”. Per il riscontro di quest’ultimo non dovremo aspettare ancora molto, basterà attendere la fine di quest’anno, con l’entrata in funzione del Large Hadron Collider, l’acceleratore di particelle del Cern di Ginevra. Qui si condurranno una serie di esperimenti che daranno indicazioni sui primi istanti di esistenza dell’Universo, e si spera in quell’occasione di scoprire l’esistenza di particelle che nel gergo della fisica teorica sono dette, guarda caso, “supersimmetriche”.

Questo rapporto osmotico, benché all’apparenza residuale, fra le varie discipline che investigano il reale, ci invita a considerare il sapere come qualcosa di profondamente unitario. Le forme artistiche della conoscenza investono solo alcuni aspetti dei fenomeni, così come i modelli filosofici e scientifici ne affrontano altri, e non è ragionevole disprezzare nessuno di questi approcci (come il colore rosso, che nel film di Kieslowski allude al destino, nella simbologia politica ha altri significati, in quella erotica altri ancora, mentre per la scienza è un’onda elettromagnetica di una determinata lunghezza).

Per Nabokov, l’intreccio dei diversi linguaggi che indagano il Gran Libro della Natura era addirittura inevitabile, se si concorda con la sua idea che l’invenzione creativa presuppone necessariamente un’ispirazione di natura poetico-matematica. La metrica non è soprattutto calcolo del numero di sillabe indispensabile per ottenere un certo effetto musicale, di ritmo interno ai versi? E l’anafora non è forse un efficace strumento retorico per suggerire un effetto di simmetria nella composizione?

Come nel caso del macaco di Fogassi, il cervello dell’uomo sembra programmato per scovare un significato nei calchi, nelle ripetizioni, nei rispecchiamenti. Questo è il motivo per cui Rorschach ideò le macchie simmetriche d’inchiostro, quale mezzo utile a sollecitare l’inconscio del paziente. La letteratura postmoderna ha fatto un vanto di quest’opera di copiatura di modelli precedenti, quasi a voler esorcizzare “l’angoscia dell’influenza” di cui parlò Harold Bloom. Secondo Michael Maar, Lolita è un plagio di un racconto breve con lo stesso titolo pubblicato molti anni prima da Heinz von Eschwege, scrittore tedesco vissuto a Berlino per diversi anni nello stesso periodo di Nabokov. Non vi sono brani identici, ma oltre allo stesso titolo l’eroina eponima del tedesco è anch’essa una ninfetta della quale si innamora il narratore, un uomo più grande di lei simile a Humbert Humbert. Ciononostante, la collazione dei due testi fa pensare più a un’imitazione creativa che a un plagio, in cui l’opera successiva migliora la fonte d’ispirazione. La verità è che esistono diversi tipi di plagio, non tutti necessariamente fraudolenti, come evidenzia Richard A. Posner nel saggio Il piccolo libro del plagio (Elliot edizioni). L’autoplagio, per esempio, in cui uno scrittore copia brani di suoi scritti precedenti (articoli parzialmente riciclati per riviste differenti, lettere d’amore pressoché identiche inviate a donne diverse).

Uno degli ultimi scandali letterari francesi riguarda l’accusa di “plagio psichico” rivolta da Camille Laurens a Marie Daurrieussecq. La prima aveva scritto anni fa un libro, Philippe, dolente resoconto della morte del figlio neonato; e in questi giorni la Daurrieussecq ha pubblicato un romanzo, Tom est mort, al cui centro c’è ancora la morte di un bambino narrata con parole simili a quelle usate da Laurens. Il “plagio psichico” consisterebbe nel ricalcare non frasi o idee, bensì emozioni. Fra i vari commenti apparsi in seguito sulla stampa francese, ho condiviso quello di Philippe Lançon su Libération, che ha affermato che “la letteratura è un plagio riuscito”, aggiungendo che l’accusa non regge per il semplice motivo che la copia è un racconto molto più scadente dell’originale. Eliot, la cui Terra desolata è chiaramente un arazzo di citazioni, seppur accreditate solo parzialmente nelle note, sosteneva che “i cattivi poeti svisano ciò che prendono e i buoni lo trasformano in qualcosa di migliore o almeno di diverso”. In questo senso, il termine inglese copycat, ossia scopiazzatore, comunemente inteso con un’accezione negativa, andrebbe rivalutato perché fa riferimento all’attenta imitazione del comportamento materno da parte dei gattini.

La questione metafisica della titolarità dell’opera e l’eterno tema dell’identità costituiscono il nucleo centrale di uno splendido racconto di Francesco Burdin, scrittore triestino ingiustamente negletto morto pochi anni fa (2003); che in vita godette della stima incondizionata di una ristretta ma autorevolissima cerchia di ammiratori, come Cesare Zavattini, che gli pubblicò nel ’38 il primo racconto, Giuliano Gramigna e Luigi Baldacci, che firmò la prefazione di Manes. In questa novella, che dà il titolo a una raccolta di sette racconti edita da Vallecchi nell’88 e che ricevette il Premio Pozzale Luigi Russo, non compare mai un nome, sia per i personaggi coinvolti nelle vicende che per le numerose citazioni riportate. Anzi, proprio la parola nome apre e chiude il racconto. L’anonimo protagonista è un commesso viaggiatore con la passione della scrittura, misconosciuto autore di numerosi testi costantemente respinti dagli editori, che si riduce infine a svendere quei lavori, un po’ per campare, un po’ per il conforto di vederli pubblicati sia pure a firma di un altro.

L’impossibilità di sposare il proprio nominativo al destino pubblico dell’opera è il segno della radicale inappartenenza di quest’ultima all’artefice, il quale, nell’istante del suo compiersi, ne ha già esaurito ogni diritto di paternità, anche puramente formale. All’inizio, cedendo i propri lavori a persone sempre diverse, a volte anche il medesimo pezzo opportunamente manipolato, in una sorta di proliferazione onomastica che cerca di lenire la sofferenza della privazione, questi s’illude di conservare una parvenza di controllo sui testi da cui, di fatto, si separa per sempre. Ma il momento della verità non tarda a presentarsi allorché, avvicinato da un agente letterario per conto di un fantomatico cliente, si vedrà richiedere non più un semplice racconto ma un romanzo, o meglio: un capolavoro, per la cui acquisizione non si baderà a spese. Quest’opera esiste, è il romanzo della vita e il frutto di annosi sacrifici, e si intitola appunto Manes. La trattativa è rapida, come il pentimento. Compromessa ogni residua speranza di essere uno scrittore consacrato, il protagonista è preso dalla smania di conoscere l’usurpatore che in sua vece si fregerà di tale titolo. Incontrare il proprio doppio – perché di questo si tratta – non ha mai portato bene.

“Era non alto e, sebbene avesse appena superato i trent’anni, di figura corpulenta e sgraziata, con un viso triste e tristemente a me noto.”

In questa descrizione c’è tutta l’incapacità dell’artista di convivere con la sua prosaica incarnazione terrena, e non perché mediocre in assoluto, ma perché, pur nello sfoggio di ogni virtù, irrimediabilmente estranea. Succede spesso così: le cose che più ci appartengono sono quelle in cui meno ci riconosciamo. Pensate alla nostra voce registrata, a come all’ascolto quella copia fedele ci risulti invece fastidiosa ed altra. Tuttavia è a quella voce “sgraziata”, a quel “corpulento” e “triste” alter ego dell’autore che il mondo attribuirà l’opera (attribuire anche nel senso di rendere tributo). Il protagonista, venendo meno ai patti, tenterà invano di protestare la sua paternità, di ricondurre al legittimo titolare il prodotto dell’ingegno che viene ora così largamente celebrato. Lo si caccerà invece come un molestatore, un povero mitomane.

Prelevata dal cassetto e consegnata al mondo, resa pubblica, l’opera – ogni opera – è anzitutto apocrifa. E in verità lo è costitutivamente e da sempre, perfino nel segreto di una sua mancata divulgazione; non già per il lettore, ma per l’autore, che tuttavia non sa rassegnarsi né all’una cosa né all’altra. La sua perdita originaria deve essere ratificata coram populo, il suo impossibile recupero intrapreso con ogni mezzo, fino al gesto estremo e disperato, che per Burdin coincide con l’assassinio del personaggio pubblico. Un assassinio esemplare, plateale e suicida, per molti versi simile a quello del William Wilson di Edgar Allan Poe. Burdin rinuncia a qualunque ulteriore ricomposizione. L’unica alternativa all’opera apocrifa rimane dunque, di fronte all’umanità, l’opera postuma.

(questo scritto è un plagio di diverse fonti, me compreso)

11 Risposte to “Copia e incolla”

  1. antonio lillo Says:

    ma come non hai plagiato l’imprescindibile paolo giordano? e ora? come potremo mai fare senza?

  2. gianni biondillo Says:

    è che lui ‘ste cose le diceva (e scriveva) prima di Giordano. Non ha aggiornato il suo catalogo di citazioni…😉

  3. emma locatelli Says:

    Post che affronta numerosi argomenti complessi.
    Per quanto riguarda l’adesione a una visione platonica dell’esistenza, ormai non è più una semplice scelta ma una verità su cui la scienza sta progressivamente facendo luce. Penso all'”Universo elegante” di Brian Greene, un saggio che aggiorna sullo stato della ricerca di una plausibile “teoria del tutto”, che unifichi le inconciliabili prospettive della relatività einsteiniana e della meccanica quantistica attraverso la cosiddetta “teoria delle stringhe”. Tale teoria sostiene che, oltre agli elettroni e ai quark che compongono neutroni e protoni, vi sia un altro livello di struttura, un piccolo filamento di energia vibrante, i cui modi di vibrazione corrispondono a particelle diverse e possono essere paragonate a una sorta di orchestra d’archi. La “teoria delle stringhe” apre inoltre inedite prospettive sulle interazioni tra mondo fisico e mondo mentale. Certe appendici delle neuroscienze, infatti, stanno concretamente valutando la natura della coscienza e del pensiero secondo parametri vibrazionali, perfettamente in linea con la neonata “teoria delle stringhe”, che altro non sono se non “corde” o “essenze” unidimensionali che vibrano e, tramite “condensazione vibratoria”, costituiscono le particelle semielementari, delineando una realtà pluridimensionale. Tradotto in soldoni: la nostra mente vibra all’unisono con l’universo o, meglio, gli universi.

  4. lisa Says:

    L’arte in genere credo sia un esempio di plagio e la letteratura in particolare ne rappresenta il caso più clamoroso: plagia la realtà nell’audace progetto di realizzare una “teoria del tutto”umanistica pari a quella scientifica . Ma la realtà non è mai la stessa, e ubbidisce a parametri di spazio-tempo. Se secondo la teoria delle stringhe la nostra mente vibra con le diverse dimensioni che la teoria ipotizza, il mio dubbio è che non lo sia ciò che la mente produce. Ciò spiegherebbe anche lo scollamento fra l’autore e la sua opera quando quest’ultima “si ferma”. In pratica un artista che miri all’armonia con l’universo o gli universi dovrebbe realizzare una sola opera e dedicarsi ad essa correggendola all’infinito per mantenerla “in movimento”.

    ciao
    lisa

  5. antonio lillo Says:

    mi sono sempre immaginato che l’autore e l’opera abbiano vite e tempi diversi e molto spesso così poco in comune… hanno vite proprie che semplicemente s’incotrano a un certo punto, non proprio per caso, per poi proseguire per la propria strada…

  6. gianni biondillo Says:

    Emma, tu fumi pesante…

  7. emma Says:

    @ Gianni: hai ragione, ma assumere sostanze psicotrope è l’unico modo per scrivere qualcosa di appena decente…

  8. kalle Says:

    pensavo che i numeri primi hanno un fascino molto forte anche tra paranoici e semplici picchiatelli. Stanno alla matematica un po’ come i templari e gli Illuminati alla storia. Hanno un fascino molto forte anche per me, sia chiaro (e non sono sicuro se mettermi tra i paranoici o i picchiati semplici).

    La “macchina degli abbracci”: conosci Temple Grandin? Ne parla Oliver Sacks in ‘Un Antropologo su Marte”. E’ lei che ha inventato la “hug machine”. C’e anche un ottimo documentario di Errol Morris su di lei.
    http://en.wikipedia.org/wiki/Temple_Grandin

    “Questo rapporto osmotico, benché all’apparenza residuale, fra le varie discipline che investigano il reale”: verissimo. L’aggettivo “residuale” mi ha fatto pensare alla radiazione cosmica di fondo, che e’ una delle evidenze residue del big bang. Chissa’, forse i rapporti “residuali” tra le varie discipline dei giorni nostri sono il segno di un altro big bang, avvenuto magari nel rinascimento, o chissa’ quando🙂

  9. manuela Says:

    e ho pensato, plagiandoli, anche a microservi di coupland e al primo episodio del decalogo di kieslowski. in entrambi i casi, i protagonisti tentano il colpo grosso, tentano di sostituire codici e algoritmi al linguaggio di dio… un plagio anche quello? secondo me sì.

  10. mauro baldrati Says:

    Bello questo pezzo, come tutti quelli che leggo quando faccio un giro qui. Mi piace la tua scrittura discorsiva, scorrevole, calma.

    Però, come animalista ex attivista dell’Animal Liberation Front, le scimmie coi neuroni applicati nel cervello mi disturbano non poco.

  11. mauro baldrati Says:

    Volevo dire con gli elettrodi –

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