Archive for luglio 2009

L’eroe dello zitto e mosca

luglio 30, 2009

céline

“La superiorità pratica delle grandi religioni cristiane è che non indoravano la pillola, loro. Non cercavano di stordire, non andavano a caccia dell’elettore, non sentivano bisogno di piacere, non stavano a sculare. Tiravano su l’Uomo dalla culla e gli dicevano d’autorità come stavano le cose. Gliele cantavano nude e crude: “Tu, microscopica putrescenza informe, non sarai mai altro che fango… Merda e basta, fin dalla nascita… capito? E’ l’evidenza in sé, il principio di ogni cosa! Eppure, forse… forse… guardando proprio da vicino… hai ancora una piccola possibilità di farti un po’ perdonare d’essere così incredibilmente immondo, così escrementizio… Bisogna fare buon viso a tutte le pene, prove, miserie e torture della tua breve o lunga esistenza. In perfetta umiltà… La vita, maledizione, non è che un’aspra prova! Non sprecare il fiato! Non complicarti le cose! Sàlvati l’anima, è già un bel fatto! Può darsi che alla fine del calvario, se sarai stato estremamente regolare, un eroe dello “zitto e mosca!”, schiatterai secondo i principi!… ma non è sicuro… un pelo meno putrido al momento di crepare che a quello di nascere… e quando giacerai nella notte più respirabile che all’alba… Ma non montarti la capa! E’ tutto qui!… Sta’ in guardia! Non speculare su cose grandi! Per uno stronzo è il massimo!…”

(da Mea Culpa)

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La storia più bella

luglio 26, 2009

eco

di Umberto Eco

Riflettere sui complessi rapporti tra lettore e storia, finzione e realtà, può costituire una forma di terapia contro ogni sonno della ragione, che genera mostri. In ogni caso non rinunceremo a leggere opere di finzione, perché nei casi migliori è in esse che cerchiamo una formula che dia senso alla nostra vita. In fondo noi cerchiamo, nel corso della nostra esistenza, una storia originaria, che ci dica perché siamo nati e abbiamo vissuto. Talora cerchiamo una storia cosmica, la storia dell’universo, talora la nostra storia personale (che raccontiamo al confessore, allo psicanalista, che scriviamo sulle pagine di un diario). Talora speriamo di far coincidere la nostra storia personale con quella dell’universo. A me è accaduto, e permettetemi di finire con questo pezzo di narrativa naturale.
Qualche mese fa sono stato invitato a visitare il Museo della Scienza e della Tecnica di La Coruña, in Galizia, e alla fine della mia visita il direttore mi ha annunciato una sorpresa e mi ha condotto nel planetario. I planetari sono sempre luoghi suggestivi, perché quando si spegne la luce si ha davvero l’impressione di sedere in un deserto, sotto un cielo stellato. Ma quella sera mi era stato riservato qualcosa di più.
A un certo momento, sceso il buio più completo, si è diffusa una bellissima ninna-nanna di De Falla e lentamente (anche se un po’ più in fretta della realtà, perché tutto si è svolto in un quarto d’ora) sopra il mio capo ha iniziato a ruotare il cielo che appariva nella notte tra il 5 e 6 gennaio del 1932 sulla città di Alessandria. Ho vissuto, con una evidenza quasi iperrealistica, la mia prima notte di vita.
L’ho vissuta per la prima volta, dato che io quella prima notte non l’ho vista. Forse non l’ha vista neppure mia madre, spossata dalle fatiche del parto, ma magari l’ha vista mio padre, uscito zitto zitto sul balcone, un poco agitato e insonne per l’evento mirabile (almeno per lui) di cui era stato testimone e remota concausa.
Sto parlando di un artificio meccanico realizzabile in molti luoghi, e magari l’esperienza è già accaduta ad altri, ma mi perdonerete se per quei quindici minuti ho avuto l’impressione di essere il solo uomo sulla faccia della terra (dall’inizio dei tempi) che si stesse ricongiungendo col proprio Inizio. Ero così felice che ho provato la sensazione (quasi il desiderio) che potevo, che avrei dovuto morire in quel momento – e in ogni caso altri momenti saranno ben più casuali e inopportuni. Avrei potuto morire perché ormai avevo vissuto la più bella delle storie che avessi letto in vita mia, avevo trovato forse la storia che tutti cercano tra pagine e pagine di centinaia di libri, o sullo schermo di molte sale cinematografiche, ed era un racconto i cui protagonisti eravamo io e le stelle. Era finzione, perché la storia era stata reinventata dal direttore del planetario, era Storia, perché raccontava che cosa fosse avvenuto nel cosmo in un momento del passato, era vita reale perché io ero vero e non il personaggio di un romanzo. Ero, per un momento, il Lettore Modello del Libro dei Libri.

I concetti e gli affetti

luglio 18, 2009

renard

Ho un caro amico sardo che fa l’avvocato, ci conosciamo da molti anni, abbiamo trascorso diverse vacanze insieme. E’ un ottimo amico, sempre disponibile e generoso nei miei confronti. Uno di quelli, per intenderci, su cui si può contare, pronto a darti una mano per un trasloco faticoso o a prestarti dei soldi se sei in bolletta. Nel ’97, quando passai un anno negli Stati Uniti, sapendo poco la lingua e avendo due lire in croce, lui era lì e fu un sostegno prezioso. Insomma, un amico non solo a parole.

Ecco, il problema forse sta qui. Nelle parole. Lui si lamenta spesso, quasi ogni volta che ci incontriamo, del fatto che non lo chiamo, che se ci vediamo è solo per la sua insistenza. Non sa, e io non ho il coraggio di dirgli, che non lo chiamo mai per la sua conversazione, perché la trovo poco stimolante. Detto in modo brutale: lo considero un’intelligenza modesta, dalla quale ho poco da imparare. E’ che parla quasi sempre per proverbi, mai un minimo guizzo, ed è un po’ logorroico, e le due cose insieme mi respingono. Eppure questa persona ai miei occhi così banale ha una vita molto più soddisfacente della mia: una brava moglie che gli vuole bene, un figlio sveglio, un lavoro gratificante che gli permette un discreto benessere. Gli amici che vedo più volentieri sono quelli più brillanti, che parlandoci assieme mi danno l’impressione di arricchirmi spiritualmente, di farmi capire qualcosa di più sulla vita. Ma so che da questi non potrò aspettarmi lo stesso sostegno incondizionato che mi darebbe lui, alcuni di loro anzi mi giudicherebbero male se avessi delle difficoltà. Insomma, a volte mi chiedo se faccio bene a privilegiare l’intelligenza a scapito della bontà, e pur avendo molti dubbi su questo so che istintivamente sono portato a cercare la prima e non la seconda.

Così come rifuggo i ciarlieri, allo stesso modo adoro la sintesi. Basta leggere i nomi degli scrittori che cito più spesso. Borges, che non scrisse mai più di 10 pagine, o Cioran, il Cioran dei Quaderni, il testo che apro la notte come un messale, poche righe alla volta, densissime. Fra i sintetici, il principe per me è Jules Renard, che in pratica si tacque per iscritto. Nel Journal, il suo meraviglioso diario, il 25/11/1889 scrisse: “Amo gli uomini più o meno a seconda della quantità di annotazioni che ne posso tirar fuori”. E’ precisamente il tipo di atteggiamento che ho io. Poi un giorno ho letto sul giornale il necrologio di Norberto Bobbio. Riferiva le sue ultime parole sul letto d’ospedale. Disse: “Per tutta la vita ho dato più importanza ai concetti che agli affetti, e solo ora mi accorgo di aver sbagliato”.

Col tempo

luglio 16, 2009

col tempo

Su facebook mesi fa sono stato contattato da alcuni amici che non vedevo da molti anni. Era una compagnia che frequentavo prima ancora di essere maggiorenne, e che persi di vista quando i miei genitori decisero di trasferirsi a vivere in un altro paese. Dopo lo scambio di convenevoli e le reciproche domande su ciò che ci era successo nel frattempo, è arrivato anche l’invito a una cena. So che molti detestano queste rimpatriate, forse preferendo coltivare il ricordo dei bei tempi andati, ma io ero curioso di vedere questa galleria di ex: ex amici, ex rivali, ex fidanzatine, ex amori non corrisposti… (more…)

Le due metà del bicchiere

luglio 11, 2009

baggina

Tutti conoscono la Baggina, o Pio Albergo Trivulzio, insomma l’ospizio per anziani di Milano, e la sua triste fama è dovuta soprattutto al fatto che da lì partì Mani pulite, quando beccarono con le mani nel sacco il mariuolo Mario Chiesa che intascava una tangente. Oggi avevo un appuntamento di fronte all’entrata, verso l’ora del tramonto, e sono rimasto colpito dall’enorme stormo di passerotti che svolazzava canticchiando fra gli alberi del cortile interno. Ho chiesto il permesso di entrare per osservarli più da vicino e questo mio interesse ha sorpreso le portinaie, che trovavano invece la cosa “inquietante”, da film di Hitchcock. Per me era il massimo della poesia, un’eco leopardiana però gioiosa: immaginavo che questi passeri stessero finalmente abbandonandosi al gioco della seduzione dopo una giornata passata a procurarsi il cibo, quando mi è venuta in mente quella favoletta di Gadda (la 180), in cui si racconta di un vescovo che ode il cinguettio degli augelli al tramonto e pensa che quell’armonia celestiale sia il ringraziamento a Dio e insieme una preghiera per la notte seguente, mentre in realtà la vera traduzione di quel canto sarebbe: (more…)

Emanuele Trevi

luglio 9, 2009

treviemanuele

“Si può recensire un tramonto?”. Con questo interrogativo paradossale comincia il primo libro di Emanuele Trevi, intitolato Istruzioni per l’uso del lupo. L’opera è una “lettera sulla critica” rivolta all’amico Marco Lodoli, composta quando l’autore aveva solo 30 anni, e quella domanda provocatoria racchiude in sé un’idea di scrittura che trascende i rigidi steccati che delimitano gli ambiti di competenza e i generi letterari. Concepito dopo l’abbandono dell’insegnamento universitario, vissuto come una pratica filologica sterile e oziosa riservata a una ristretta cerchia di adepti, qualcosa di radicalmente estraneo alla realtà quotidiana, Istruzioni per l’uso del lupo è un saggio che propone una via alternativa all’accademismo elitario e al bavardage sociologico del giornalismo culturale. (more…)

L’anima ancora sepolta

luglio 6, 2009

de la tour

Per molti, Georges de La Tour è il pittore dei volumi e della notte, in particolare delle scene notturne illuminate soltanto dalla fiammella di una candela. Per me, Georges de La Tour è l’autore della Natività di Rennes, in cui la candela è occultata da una mano, e la luce miracolosa investe soprattutto il volto del neonato. A questo capolavoro Hippolyte Taine dedicò nel 1863 un celebre brano dei suoi Taccuini di viaggio, dove disse che “niente può esprimere quel sonno profondo e avvolgente, come quello che il poverino dormiva otto giorni prima nel ventre di sua madre; la fronte senza capelli, gli occhi senza ciglia, il labbro inferiore abbassato, il naso e la bocca aperti, puri buchi per respirare, la pelle liscia e lucente che l’aria ha toccato a malapena, tutta l’immersione primeva nella vita vegetativa. Il labbro superiore è rialzato, serve tutto per respirare. Il corpicino è incollato e serrato nelle sue rigide fasce bianche come nell’involucro di una mummia. E’ impossibile rendere meglio il profondo torpore originario, l’anima ancora sepolta.”

Già, l’anima ancora sepolta. Spesso mi ritrovo in questa descrizione. La vita imbalsamata delle convenzioni sociali, che mira unicamente alla soddisfazione dei bisogni primari: respirare, mangiare, dormire, quasi che la lotta feroce per il sostentamento ci impedisca di vedere e di pensare, ci riduca a degli animali in competizione l’uno con l’altro; e senza neppure il conforto di una madre che veglia su di noi. I soli momenti in cui mi sono sentito nella pienezza della mia persona sono stati quelli in cui ho amato ed ero corrisposto, nello sguardo inerme e abbandonato di una donna con cui ho fatto l’amore e che mi voleva bene, quando finalmente si getta la maschera e si diventa ciò che si è, per dirla con Pindaro. Restore me to myself, restituiscimi a me stesso: l’eterna e angosciosa invocazione che si rivolge agli occhi dell’amato. Quello sguardo è l’unica cosa in grado di penetrare il profondo torpore e disseppellire l’anima.


Lo Strega a Tiziano Scarpa

luglio 2, 2009

tiz

Nostradamus mi fa una pippa.