Col tempo

col tempo

Su facebook mesi fa sono stato contattato da alcuni amici che non vedevo da molti anni. Era una compagnia che frequentavo prima ancora di essere maggiorenne, e che persi di vista quando i miei genitori decisero di trasferirsi a vivere in un altro paese. Dopo lo scambio di convenevoli e le reciproche domande su ciò che ci era successo nel frattempo, è arrivato anche l’invito a una cena. So che molti detestano queste rimpatriate, forse preferendo coltivare il ricordo dei bei tempi andati, ma io ero curioso di vedere questa galleria di ex: ex amici, ex rivali, ex fidanzatine, ex amori non corrisposti…

Così la sera dell’appuntamento è passata a prendermi in macchina una coppia che viveva vicino a me, e ci siamo recati al ristorante. Il loro look era giovanile e il tono scherzoso della conversazione mi aveva messo di buon umore, ma presto sono affiorati quelli che ai miei occhi sono i chiari sintomi di una senilità precoce, e cioè una certa rigidità di relazione unita all’attitudine a deplorare di continuo.

Come nel quadro sulla madre del Giorgione (sempre che sia sua madre), la dicitura sul cartiglio non allude soltanto all’inevitabile e graduale processo di invecchiamento fisico, quello mirabilmente descritto dai celebri versi di Raboni (“anche senza far male i capelli cadono/ i denti si guastano/ la prostata s’ipertrofizza/ si celebra, al netto d’ogni lamento/ la cerimonia del disfacimento“); ma riflette uno stato mentale che s’irrigidisce, un pensiero che perde tonicità ed elasticità, un atteggiamento di chiusura verso l’esterno proprio come l’incurvatura della schiena della vecchia e la sua smorfia di disgusto sulla bocca.

In pratica la coppia battibeccava a proposito del percorso migliore per raggiungere il ristorante: lei pretendeva che lui imboccasse un’altra strada, e lui, che guidava, evidentemente mal sopportava l’imposizione. Tutto con toni di stizza garbata e trattenuta, probabilmente in omaggio all’ospite imbarazzato. All’inizio mi prodigavo per far da paciere, ma presto mi sono reso conto che quello era il loro modo di dialogare, che il loro punto di equilibrio era costruito proprio su quella microconflittualità perenne, quasi che il loro stare insieme necessitasse di continue sfide per ridefinire gli assetti gerarchici del rapporto, per cui ho smesso subito e con un certo sollievo.

Al ristorante eravamo una ventina, e la mia prima impressione è stata positiva, tutti si erano mantenuti in forma, il passare degli anni non sembrava averli segnati più di tanto. L’agnizione è giunta col menu, quando quegli splendidi quarantenni che non dimostravano la loro età improvvisamente e all’unisono hanno inforcato gli occhiali, e i pochi che non lo hanno fatto protendevano innaturalmente le braccia per leggere le varie pietanze a distanze sufficienti. Nel frattempo a fianco a me si era posizionato gola profonda, che mi ragguagliava in sintesi sui vari trascorsi amorosi e professionali degli altri e di se stesso. Sulla sedia di fronte alla mia per esempio ce n’era uno che, a detta sua, aveva “costruito una fortuna partendo dal niente”; e per la verità, a sentirlo pontificare vacuamente di ogni cosa, pareva proprio che quel niente gli fosse rimasto appiccicato addosso. Fortuna che alla sua sinistra invece c’era un’amica con la quale a quei tempi ero stato abbastanza intimo, senza per questo prenderla in seria considerazione a causa della sua scarsa avvenenza. Dico fortuna perché ascoltarla era uno spettacolo, un temporale di intelligenza: brillante, spiritosa, ironica, e saranno state tutte queste qualità oratorie ma ai miei occhi con gli anni ci aveva guadagnato, era molto più interessante di tutte le altre.

Ricordo che un’estate in Puglia sentii dire a un ragazzo che corteggiava una ragazza il complimento molto maschilista “tu mi piaci sia di parlare che fisicamente”; che poi detto con quell’inflessione dialettale era molto comico. Lì, al ristorante, ascoltando quella mia ex amica, ho pensato che un fondo di verità c’era in quel cliché, e che un rapporto sentimentale si cementa essenzialmente su questa complicità. Un’altra cosa che mi ha sorpreso è stato constatare che conoscessero e apprezzassero la mia c.d. cultura, ossia il fatto che io scriva di letteratura e arte sui giornali. Erano più o meno tutti dei manager affermati, che potevano permettersi vacanze esotiche, case e auto costose; la mia c.d. cultura non sarebbe bastata neppure a pagargli la benzina, eppure scoprire su Google che non ero un emerito sconosciuto, perlomeno in rete, e che questo dipendesse da motivi così nobili, in qualche modo riscattava il mio misero 740. Sembrava quasi che facessero a gara a rispolverare i loro interessi letterari, citandomi Il Codice da Vinci o chiedendomi un parere su Sgarbi.

La conversazione poi è passata alle migliori scuole superiori di Milano per i figli adolescenti, ed io sono stato interpellato come persona competente, volevano sapere dove avevo conseguito la maturità, al che mi sono permesso una piccola burla, rispondendo che avevo frequentato una delle scuole più dure e selettive della città, il famoso Istituto Beccaria, e gli altri hanno finto di conoscerlo e stimarlo, evidentemente ignorando che si tratta del famigerato carcere minorile.

Al momento del congedo, quello che “si era fatto dal nulla” si è avvicinato e mi ha passato una busta che conteneva un paio di suoi racconti. “Mi piacerebbe sapere che ne pensa un critico come te. In tanti mi hanno detto che meriterebbero la pubblicazione, tu sicuramente conoscerai molta gente dell’ambiente…”  Ho provato a ribattere che in realtà non sono nessuno e non conosco nessuno, ma credo che abbia scambiato la cruda verità per una dichiarazione di falsa modestia, per cui non ho insistito e mi sono tenuto il malloppo. A casa, prima di dormire, ho provato a dargli un’occhiata: c’erano talmente tanti errori grossolani – cose tipo “anni fà” o “sù in montagna” -, mischiati a uno stile fra il canzonettistico e il sapienziale, che mi sono pure divertito. Poi però ho riflettuto meglio, e ora penso che l’ignorante ricco e ambizioso è in fondo vittima dei rozzi miti arrivistici che equiparano Totti a Saviano, e per costoro il successo economico non riscatta l’assenza di gloria, ecco perché rispettano il critico squattrinato, considerandolo come una sorta di sciamano che conosce la formula magica in grado di farli evadere dal triste carcere dell’anonimato. L’anonimato è il messaggero del destino, l’indistinto, la condanna dei mediocri, qualcosa che nemmeno il denaro può sconfiggere. La vera ambizione di ciascuno è quella di lasciare un segno del proprio passaggio, un’eredità insieme concreta e nobilmente ideale.

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14 Risposte to “Col tempo”

  1. Marco Rossari Says:

  2. antonio lillo Says:

    dalle mie parti (puglia centrale), quando si parla di gente come me si usa l’appellattivo (che destesto dal più profondo del cuore) di “intellettuale”… questo appellativo ti si appiccica addosso tanto quanto quello di ricco venuto su dal nulla… agli occhi dei miei concittadini l’intellettuale è profondamente intelligente, colto, informato, ma poi nella pratica, nella vita di tutti i giorni anche sostanzialmente inutile, incapace di avere una qualche vera utilità… pregiudizi forse, magari con un pizzico di verità…
    poi c’è un tipo, mèste pèppe (mèste sta per maestro) un caro muratore che conosco che ogni volta che lo incontro mi offre da bere e in cambio chiede che io gli reciti una qualche poesia, la sua preferita “a se stesso” di leopardi, forse perchè lo ha lasciato la moglie: e tu lo vedi lì con le labbra spalancate che poi si agita tutto con un sobbalzo quando arrivi ai versi “amaro e noia la vita, altro mai nulla, e fango è il mondo…” e in effetti mi sento più un cantastorie (nel senso buono) che un intellettuale, e sono molto più felice così ma credo che ci siamo persi qualcosa per strada, qualcosa di grosso…

  3. dario Says:

    bello! (anche i commenti…) potevo non manifestare il mio entusiasmo per un post che parte dal mio amato Zorzi da Castelfranco? (ostregheta!).
    Sulle ultime righe, forse, dissentirei: mi pare ci sia qualcosa “di concreto e (ancora più?) nobilmente ideale” nelle opere anonime, nel pudore del “non sappia la tua destra…etc”.

  4. luigi weber Says:

    “C’erano talmente tanti errori grossolani – cose tipo “anni fà” o “sù in montagna” -, mischiati a uno stile fra il canzonettistico e il sapienziale, che mi sono quasi divertito”…
    Quanto hai ragione, Sergio. Meglio uno scrittore impresentabile, dei tanti, troppi, mediocri. Con uno scrittore disastroso, catastrofico, esiziale, alla fin fine qualche momento di buontempo lo trovi. Certo, non è che ci dedichi tanto tempo, ma quello non è tutto tempo buttato. Con i mediocri assoluti invece non c’è niente da redimere.
    Mi sa che devo chiederti scusa…

  5. Gina Says:

    Gli occhiali per leggere il menu mi dicono qualcosa… Ciao, Sergio.

  6. sergio pasquandrea Says:

    Pensa che una decina di giorni fa ero a Venezia, all’Accademia, proprio davanti a quel quadro.

    I miei ex-compagni di scuola non li rivedo da decenni, ma da quel che so di loro, la maggior parte è riconducibile a una delle due seguenti categorie, entrambe endemicamente meridionali: i disoccupati trentacinquenni ancora a carico dei genitori e gli emigrati che si sono rifatti una vita altrove.
    Alla seconda, per la cronaca, appartengo anch’io.

  7. franz krauspenhaar Says:

    gina è una mia ex compagna di classe, vero gina?:-)

  8. matilde Says:

    mi sono divertita: non manca proprio niente in questo racconto, in questa serata…
    :))

  9. emma locatelli Says:

    Sergio, sembra di leggere l’episodio del “bal des têtes” nel “Tempo ritrovato”, quando il narratore, dopo aver tracorso parecchi anni in una casa di cura, rincontra i vecchi amici a un ricevimento ma non riesce a riconoscerli tanto sono invecchiati.

  10. elena Says:

    uh! non è che mi diventi élitario pure tu?…;)

  11. monicavannucchi Says:

    Cara Elena, mi sa di sì, ci diventa proprio élitario, il nostro Sergino! Monica

  12. gianni biondillo Says:

    “Il Codice da Vinci” e “il parere su Sgarbi” è un classicissimo anche per me. Anzi: mè.

    Io a 20 anni portavo gli occhiali ed ero un ciccione. oggi porto gli occhiali e sono un ciccione. I miei compagni, invece, si sono sfatti. Come c’ho goduto!

    Ma lo sai, Sergione, che la madre del Giorgione un po’ ti somiglia? 😉

  13. antonio lillo Says:

    e se non ti assomiglia “col tempo” vedrai… 😉

  14. Fabrizio Says:

    Mi sa che Sergigno deve rileggersi “Il Parini o della gloria”, poi ne riparliamo. Sempre se veramente è per questo che combatte la sua vita… :-)…

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