I concetti e gli affetti

renard

Ho un caro amico sardo che fa l’avvocato, ci conosciamo da molti anni, abbiamo trascorso diverse vacanze insieme. E’ un ottimo amico, sempre disponibile e generoso nei miei confronti. Uno di quelli, per intenderci, su cui si può contare, pronto a darti una mano per un trasloco faticoso o a prestarti dei soldi se sei in bolletta. Nel ’97, quando passai un anno negli Stati Uniti, sapendo poco la lingua e avendo due lire in croce, lui era lì e fu un sostegno prezioso. Insomma, un amico non solo a parole.

Ecco, il problema forse sta qui. Nelle parole. Lui si lamenta spesso, quasi ogni volta che ci incontriamo, del fatto che non lo chiamo, che se ci vediamo è solo per la sua insistenza. Non sa, e io non ho il coraggio di dirgli, che non lo chiamo mai per la sua conversazione, perché la trovo poco stimolante. Detto in modo brutale: lo considero un’intelligenza modesta, dalla quale ho poco da imparare. E’ che parla quasi sempre per proverbi, mai un minimo guizzo, ed è un po’ logorroico, e le due cose insieme mi respingono. Eppure questa persona ai miei occhi così banale ha una vita molto più soddisfacente della mia: una brava moglie che gli vuole bene, un figlio sveglio, un lavoro gratificante che gli permette un discreto benessere. Gli amici che vedo più volentieri sono quelli più brillanti, che parlandoci assieme mi danno l’impressione di arricchirmi spiritualmente, di farmi capire qualcosa di più sulla vita. Ma so che da questi non potrò aspettarmi lo stesso sostegno incondizionato che mi darebbe lui, alcuni di loro anzi mi giudicherebbero male se avessi delle difficoltà. Insomma, a volte mi chiedo se faccio bene a privilegiare l’intelligenza a scapito della bontà, e pur avendo molti dubbi su questo so che istintivamente sono portato a cercare la prima e non la seconda.

Così come rifuggo i ciarlieri, allo stesso modo adoro la sintesi. Basta leggere i nomi degli scrittori che cito più spesso. Borges, che non scrisse mai più di 10 pagine, o Cioran, il Cioran dei Quaderni, il testo che apro la notte come un messale, poche righe alla volta, densissime. Fra i sintetici, il principe per me è Jules Renard, che in pratica si tacque per iscritto. Nel Journal, il suo meraviglioso diario, il 25/11/1889 scrisse: “Amo gli uomini più o meno a seconda della quantità di annotazioni che ne posso tirar fuori”. E’ precisamente il tipo di atteggiamento che ho io. Poi un giorno ho letto sul giornale il necrologio di Norberto Bobbio. Riferiva le sue ultime parole sul letto d’ospedale. Disse: “Per tutta la vita ho dato più importanza ai concetti che agli affetti, e solo ora mi accorgo di aver sbagliato”.

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19 Risposte to “I concetti e gli affetti”

  1. emma Says:

    Sergio, dopo la lettura di questo post il mio “disagiometro” interiore ha toccato vette siderali. Mi chiedo come tu non mi abbia ancora depennato dalle tue conoscenze essendo logorroica e instancabile narratrice di aneddoti del tutto privi del minimo interesse; per di più il mio conto bancario è da sempre paragonabile a quello di un azionista della General Electric dopo il martedì nero di Wall Street, quindi non potrei nemmeno esserti utile sul versante economico.

  2. elena Says:

    acc, sono anch’io esattamente così, e quando ho letto la frase di Bobbio ci son rimasta male pure io. cosa sarà di noi?

  3. sergio pasquandrea Says:

    Il problema è se l’intelligenza aiuti a capire la vita oppure se serva solo a crearsene una finta.

  4. Gunale Says:

    Sardo, ma non avvocato, mi barcameno tra gli stessi dubbi tuoi. E di Bobbio moribondo. E di tutti gli umani, credo, che pensano con il cuore e amano con il cervello; e con il cervello affermano e con il cuore dubitano. E viceversa.

  5. matilde Says:

    bha! questo post mi lascia molto perplessa. non capisco di quale dicotomia parli. Forse son debole d’intelletto, senza essere particolarmente buona. 🙂

  6. gianni biondillo Says:

    Il trucco è frequentare persone buone e intelligenti. Come me, insomma, che brillo anche di una modestia accecante. 🙂

  7. James Lee Burke Says:

    Uno non può fare forza alla sua natura, e se la tua ti inclina verso le persone intelligenti più che verso le buone (ma sono categorie imprecise, come sai)…

    Importa, invece, non essere inutilmente “cattivi” (sarcastici,sprezzanti) verso persone buone che a ni non appaiano particolarmente intelligenti. Ed è proprio questo che le persone con la tua inclinazione tendono a fare, con bella inconsapevolezza.

  8. sergiogarufi Says:

    Una precisazione, per Matilde e altri: non si tratta di vera e propria dicotomia, nel senso che le categorie in questione sono estremamente soggettive e non necessariamente autoescludersi l’una dall’altra, o essere l’una cosa un giorno e l’opposto quello successivo, però generalizzando molto io sono abbastanza d’accordo con Manzoni quando di un tale disse :”gentiluomo sì, ma acuto”. Per dire che l’accoppiamento di tali attributi non è impossibile ma neppure usuale (vedi l’uso dell’avversativa).
    @james
    d’accordo con quanto dici, ti contesto solo “l’ inconsapevolezza”. in realtà quel sarcasmo nasce da una rabbia precisa, per esempio nel vedere che certi luoghi di cultura (non parlo di NI, dico in generale) sono occupati da persone senza alcun merito se non l’amicizia o la parentela con chi li ha cooptati lì dentro o la bontà d’animo. mio zio è buonissimo ma non lo proporrei mai per fare il caporedattore di nuovi argomenti.

  9. gianni biondillo Says:

    Freud direbbe cose fantastiche di quel tuo “non parlo di NI”, dato che nessuno l’aveva nominato… 😉

  10. James Lee Burke Says:

    — Freud direbbe cose fantastiche di quel tuo “non parlo di NI”, dato che nessuno l’aveva nominato… —

    Meglio ancora: io avevo battuto, refusando, “persone che a NI non appaiono particolarmente intelligenti”, ed era da intendersi “noi”. A Nazione Indiana ho pensato solo dopo aver fatto clic (per errore) sul nome di Gianni Biondolillo.

    Gli è che sono un outsider, rude giallista del Delta. Indiani e negri, se non si comportano bene, noi li spariamo.

  11. gianni biondillo Says:

    Biondolillo?

    James!!!!!

  12. monicavannucchi Says:

    Ragazzacci letterati, ma sarà il caldo, la stanchezza, o cosa?! non vi riconosco più! monica

  13. sergiogarufi Says:

    gianni, sei distratto, “ni” era stato nominato da james, subito sopra il tuo commento. il lapsus keyboardi è suo, non mio, freud lasciamolo riposare in pace, che scomodarlo per queste cose è roba da codice penale 🙂

  14. James Lee Burke Says:

    — Biondolillo? —

    Scusa! È uno che ha scritto un libro su Pascoli, mi pare…

  15. gianni biondillo Says:

    Esattamente. 😉

  16. lisa Says:

    Per tentare di risolvere la questione la si potrebbe ribaltare, chiedendoci da quale motivo si vorrebbe che gli altri fossero spinti a frequentarci e vedere quale risposta ci gratifica di più.
    (ovviamente il fifty-fifty manzoniano è allettante, ma ogni tanto bisogna stare con i piedi a terra :-))

    ciao
    lisa

  17. Anna Luisa Says:

    @Biondillo “Il trucco è frequentare persone buone e intelligenti. Come me, insomma, che brillo anche di una modestia accecante.”
    Buono, intelligente, modesto… visto che una volta ci siamo seduti a tavola insieme (tu mangiavi, io no perchè in procinto di prendere un treno) chiedo il permesso di potermela tirare, riguardo a questo episodio, almeno per i prossimi dieci anni 😉

  18. giuseppe Says:

    era troppo intelligente per comprendere la sua stessa bonta’……..ma quando vide quell’uomo che cercava la sua bonta’ capi’ la radice dell’intelligenza.

  19. Fabrizio Says:

    Due osservazioni volanti. La citazione esatta è: “A una certa età ci si accorge che contano più gli affetti dei concetti” e si trova nell’Autobiografia, pubblicata da Laterza nel 1997 (quindi non pronunciata anni dopo sul letto di morte, cosa peraltro impossibile perché purtroppo Bobbio negli ultimi mesi aveva subito un devastante processo di degenerazione cerebrale). La seconda è uno degli aforismi più noti di Russell: “Al mondo ci sono due grandi insiemi: quello delle persone buone e quello delle persone intelligenti. Il problema è trovare la loro intersezione”.

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