La storia più bella

eco

di Umberto Eco

Riflettere sui complessi rapporti tra lettore e storia, finzione e realtà, può costituire una forma di terapia contro ogni sonno della ragione, che genera mostri. In ogni caso non rinunceremo a leggere opere di finzione, perché nei casi migliori è in esse che cerchiamo una formula che dia senso alla nostra vita. In fondo noi cerchiamo, nel corso della nostra esistenza, una storia originaria, che ci dica perché siamo nati e abbiamo vissuto. Talora cerchiamo una storia cosmica, la storia dell’universo, talora la nostra storia personale (che raccontiamo al confessore, allo psicanalista, che scriviamo sulle pagine di un diario). Talora speriamo di far coincidere la nostra storia personale con quella dell’universo. A me è accaduto, e permettetemi di finire con questo pezzo di narrativa naturale.
Qualche mese fa sono stato invitato a visitare il Museo della Scienza e della Tecnica di La Coruña, in Galizia, e alla fine della mia visita il direttore mi ha annunciato una sorpresa e mi ha condotto nel planetario. I planetari sono sempre luoghi suggestivi, perché quando si spegne la luce si ha davvero l’impressione di sedere in un deserto, sotto un cielo stellato. Ma quella sera mi era stato riservato qualcosa di più.
A un certo momento, sceso il buio più completo, si è diffusa una bellissima ninna-nanna di De Falla e lentamente (anche se un po’ più in fretta della realtà, perché tutto si è svolto in un quarto d’ora) sopra il mio capo ha iniziato a ruotare il cielo che appariva nella notte tra il 5 e 6 gennaio del 1932 sulla città di Alessandria. Ho vissuto, con una evidenza quasi iperrealistica, la mia prima notte di vita.
L’ho vissuta per la prima volta, dato che io quella prima notte non l’ho vista. Forse non l’ha vista neppure mia madre, spossata dalle fatiche del parto, ma magari l’ha vista mio padre, uscito zitto zitto sul balcone, un poco agitato e insonne per l’evento mirabile (almeno per lui) di cui era stato testimone e remota concausa.
Sto parlando di un artificio meccanico realizzabile in molti luoghi, e magari l’esperienza è già accaduta ad altri, ma mi perdonerete se per quei quindici minuti ho avuto l’impressione di essere il solo uomo sulla faccia della terra (dall’inizio dei tempi) che si stesse ricongiungendo col proprio Inizio. Ero così felice che ho provato la sensazione (quasi il desiderio) che potevo, che avrei dovuto morire in quel momento – e in ogni caso altri momenti saranno ben più casuali e inopportuni. Avrei potuto morire perché ormai avevo vissuto la più bella delle storie che avessi letto in vita mia, avevo trovato forse la storia che tutti cercano tra pagine e pagine di centinaia di libri, o sullo schermo di molte sale cinematografiche, ed era un racconto i cui protagonisti eravamo io e le stelle. Era finzione, perché la storia era stata reinventata dal direttore del planetario, era Storia, perché raccontava che cosa fosse avvenuto nel cosmo in un momento del passato, era vita reale perché io ero vero e non il personaggio di un romanzo. Ero, per un momento, il Lettore Modello del Libro dei Libri.

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2 Risposte to “La storia più bella”

  1. emma locatelli Says:

    “Ero così felice che ho provato la sensazione (quasi il desiderio) che potevo, che avrei dovuto morire in quel momento – e in ogni caso altri momenti saranno ben più casuali e inopportuni”: allevierebbe di molto l’angoscia del morire potersene andare nella pienezza di un istante di autentica gioia.
    E’ questo ciò che considero morire “in stato di grazia”.

  2. Ghega Says:

    In Eco vedo sempre il produttore di finzione, anche quando usa un io narrante (lui in persona… “A me è accaduto”) atto a dare credibilità al racconto. In questo caso mi vende il desiderio di morte scaturito non dalla realtà, ma da altra finzione, poiché è grazie a questa che ha vissuto l’esperienza più vera della sua vita.
    Il fatto che al desiderio non sia seguito un gesto risolutivo, rende lo scritto uno strumento per abbindolare quanti vorranno credere a questo pezzo di “narrativa naturale”, desiderando la morte a fronte della fruizione di una finzione e, magari, vi andranno incontro per meno smaliziati distinguo.

    A me, per esempio, più del suo ricongiungersi con il suo ‘io cosmico’, interesserebbe sapere quanto rifletta “sui complessi rapporti tra lettore e storia, finzione e realtà” e quali siano i mostri generati dalla sua ragione, sia essa in sonno o in veglia, e quanto questi mostri incidano e si mescolino con le riflessioni che ne scaturiscono, e che decide di condividere con il suo ampio pubblico. In sintesi, non mi interessa l’indicazione della Via, ma quanto in questa sua indicazione pesino i mostri della finzione.

    Ghega

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