I liquidatori

Mio padre era un avvocato cassazionista. Significa che poteva andare a Roma a patrocinare una causa in Corte di Cassazione. E’ un livello della professione legale che si raggiunge dopo un tot di anni di pratica, niente di meritorio. Ad ogni modo, di tanto in tanto gli capitava di andarci, e in quelle occasioni si vedeva con un suo amico giudice che viveva lì. Uscivano a cena, e quando decideva il giudice la scelta cadeva sempre su ristoranti molto famosi e costosi della capitale. Qui, immancabilmente, si verificava una sceneggiata, perché l’amico giudice si metteva a protestare con il cameriere per il cibo che, a suo dire, era pessimo. Poi si faceva portare davanti il cuoco e prendeva pure lui a male parole, dandogli dell’incompetente e urlandogli ripetutamente di vergognarsi. 

Io non ho mai assistito a questi eventi, ne ho solo vaghi ricordi dovuti ai racconti di mio padre, ma mi colpiva il fatto che le sceneggiate si verificavano unicamente nei ristoranti lussuosi scelti da lui, mentre quando si recavano in altri meno celebri e cari, cioè quelli scelti da mio padre, il suo atteggiamento era disteso e conciliante. L’interpretazione che ne dava mio padre era che volesse far colpo, pensasse che così facendo si accreditava quale esperto di gastronomia, perché agli occhi di uno sprovveduto solo un vero gourmet può uscire insoddisfatto da uno di questi ristoranti. La prova di ciò sarebbe che per mio padre, e per gli altri clienti del locale, quelle sceneggiate invece erano del tutto ingiustificate.

Ecco, per me quel giudice cafone è il prototipo dei liquidatori. Il liquidatore non è una tipologia di persona, bensì una categoria dello spirito, l’ipostasi della mediocrità boriosa che vuole brillare di sputo riflesso. Le sue caratteristiche precipue sono essenzialmente 4: non sa niente di ciò che stronca, ha bisogno di un pubblico, le sue stroncature non sono mai argomentate e infine se la prende soltanto coi nomi celebrati.

A me è capitato di trovarmi in quelle situazioni imbarazzanti. L’ultima, di recente, durante un pic-nic in campagna con dei conoscenti. In questo caso il tema della discussione era l’arte contemporanea, e i bersagli Damien Hirst e Maurizio Cattelan, accusati in sostanza di essere dei bluff. “Non è arte, è mercato”, si ripeteva come un mantra. Il paradosso comico era che quella nota infamante, quell’empio termine di paragone, “il mercato”, era svuotato di senso, ridotto a puro suono, nient’altro che un anatema, un’ossessione. Sembrava insomma quella nota sentenza di Heinrich Böll, che diceva: “che noia gli atei, parlano sempre di Dio”. Senza rendersene conto, la loro furiosa avversione per l’auction painting, cioè l’arte delle aste milionarie, era in fondo una passione di segno opposto, la dimostrazione che il mercato aveva fagocitato innanzitutto loro, il loro stesso modo di ragionare, prima ancora che i grandi nomi dell’arte contemporanea. Non conoscevano altro di quegli artisti se non le quotazioni stratosferiche, che consideravano inversamente proporzionali al loro valore.  E per chi è intimamente convinto che l’arte contemporanea sia la Wall street dell’anima, il disprezzo non può che nascere dal prezzo.

Ora, io che sono un fesso all’inizio avevo abboccato alla grande, se non altro perché quegli strali riguardano due artisti che ho studiato a fondo, per cui per un po’ ho provato a controbattere, ma presto mi sono reso conto che era inutile, gli slogan vincono sempre sulle argomentazioni. Se, per assurdo, si potesse organizzare un confronto pubblico fra Berlusconi e Travaglio, non ho alcun dubbio che il secondo ne uscirebbe sconfitto, e che lo spettatore televisivo rivoterebbe in maggioranza il primo. Fra uno che riporta fedelmente documenti, testimonianze e sentenze precisi, e un altro che interrompe di continuo e grida “vergogna!”, non c’è partita. E allora che? Allora io, al pic-nic, a un certo punto per noia mi sono appisolato, sognando che comparisse per miracolo un grande critico, o Damien Hirst stesso, come Marshall McLuhan nel film Io e Annie, a dire al liquidatore: “se non sai una mazza, taci che è meglio”.

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5 Risposte to “I liquidatori”

  1. Luca Tassinari Says:

    La scenetta mi ha ricordato l’avvocato Ghedini che gridava scompostamente “ma va’ là, va’ làaaaa” a Emma Bonino durante una puntata di Annozero. Almeno in quel caso il liquidatore di turno ha fatto una figura di merda colossale, e pure in diretta.

  2. sergio pasquandrea Says:

    “Sono relativamente normale per uno nato a Brooklyn” è fantastica.

  3. alessandro zannoni Says:

    “mediocrità boriosa” già da sé basta e avanza; e nessuno di noi può dire di non averci mai avuto a che fare. è più facile parlare male e a vanvera, che parlare bene sapendo cosa dire.

  4. cuore blu Says:

    è meno simpatico se uno così ce l’hai per padre. eh.

  5. Clarissa Says:

    A me è piaciuto tanto: “vuole brillare di sputo riflesso”. 🙂

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