I professionisti dell’antisionismo

yehoshua

Cena al ristorante con amici. Uno di questi è un esperto del conflitto mediorientale. Scrive su blog e giornali della sinistra radicale, e ovviamente è filopalestinese. In teoria dovremmo pensarla allo stesso modo, ma quando mi comunica con orgoglio che il prossimo pezzo che gli è stato espressamente commissionato sarà un’intervista con un noto pacifista israeliano – che dopo un lungo corteggiamento ha acconsentito a rispondere alle sue domande nonostante i mille impegni e le conferenze in giro per il mondo, nelle quali in sostanza ribadisce ad libitum la condanna del suo paese per le stragi e le innumerevoli violazioni dei diritti dei palestinesi -, la mia faccia si rabbuia e lui lo nota.

“Cosa c’è?”, mi chiede. “Ma perché avete sempre bisogno del crumiro?”, dico io. So di far la parte del rompicoglioni, però mi sembra che sia una questione importante, che nessuno prende in considerazione. Possibile che non ci si renda conto che questa è l’ennesima spoliazione che subiscono i palestinesi, e forse pure la più odiosa, se non altro perché perpetrata dai c.d. amici?  I professionisti dell’antisionismo, quelli che rappresentano la nobile opposizione interna, sono “la scopa del sistema”, per usare una felice espressione di David Foster Wallace, vale a dire il suo principio legittimante, l’elemento funzionale al suo mantenimento, ciò che gli consente di godere di una franchigia morale e di pretendere per sé quello che agli altri non è concesso, tipo il disporre di armamenti atomici.  La loro presenza è un messaggio chiarissimo: a differenza dei musulmani fanatici, uniti dall’odio per gli ebrei e incapaci di esprimere un’élite intellettuale degna di questo nome, Israele è un paese talmente democratico e pluralista che si permette addirittura il lusso di ospitare e non perseguitare gli alleati del nemico. In realtà la presenza e l’azione dei professionisti dell’antisionismo, seppur ispirata dalle migliori intenzioni, non solo è marginale e ininfluente rispetto al miglioramento della causa palestinese, ma a mio avviso è addirittura deleterea, perché perpetua quel senso di superiorità che è una causa dello squilibrio fra i due popoli. Senza contare poi che si toglie anche l’ultima parola alle vere vittime del conflitto, negandogli dignità e autorevolezza, per cui il paradosso più sorprendente è che, in tutti i giornali e telegiornali occidentali, a ogni nuova strage israeliana ci tocca ascoltare il racconto dei massacri non da chi li ha dolorosamente subiti, ma dai fratelli dissenzienti dei carnefici, ritenuti più equilibrati e imparziali tanto che ce ne illustrano con pacatezza i torti e le ragioni più o meno equamente distribuiti durante i loro seguitissimi tour all’estero. A ben vedere, questo paradosso è lo specchio fedele del progetto dei “due popoli due stati”, al quale quasi nessuno a parole si dichiara contrario ma che in concreto resta da molti anni una chimera, difatti tutt’oggi un’unica voce parla per entrambi come un unico vero stato li ospita.

“E che dovremmo fare, allora?”, mi chiede un po’ spazientito l’amico. E’  in questo smarrimento, in questa incapacità di vedere l’evidente trappola retorica e comunicativa, che io scorgo l’ennesimo ostacolo alla risoluzione del problema.  Se perfino chi è dalla tua parte non comprende la necessità di restituire almeno la voce alle vittime, allora l’obiettivo della pace è davvero lontano. In quale altra situazione sarebbe possibile concepire una tale sottrazione di autorità? Chi non si scandalizzerebbe se il massacro di Srebrenica fosse raccontato nelle università o nelle televisioni occidentali quasi esclusivamente da intellettuali serbi dissidenti anziché dagli stessi bosniaci?

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17 Risposte to “I professionisti dell’antisionismo”

  1. fra Says:

    Come si restituisce la voce – a chi crede in qualcosa che gliela toglie. Davvero, a parte il gioco di parole qui squallido, come, secondo te? Il conflitto israelo-palestinese è materia incandescente, è lava che va toccata, è il paradosso e il simbolo di come viviamo. Fatta la tara alla mia ignoranza, mi faccio davvero schifo a parlare di questo in questo modo. Le persone che restano vittime del conflitto sono gli innocenti, con la povera colpa di qualche cattiva credenza che gli fa pagare un prezzo che non è il loro. Come si fa, si nega il concetto di popolo, di religione? Fosse facile.

  2. James Lee Burke Says:

    Non c’è niente da fare, se sei ebreo (israeliano = ebreo = israeliano = ebreo, non conosco il simbolo matematico della ricorsività) non ci azzecchi mai: difendi Israele? Sei razzista e magari “nazisionista”. Lo critichi? Sei un subdolo ipocrita, secondo la migliore tradizione della Tribù. O un utile idiota.

    Ma possiamo consolarci: non manca mai un goy pronto in ogni occasione a dirci che cos’è meglio per noi. È che ci vogliono bene, a noi ci tengono: possono tacere discretamente su cose che avvengono altrove (Iran, Somalia…) ma per Israele un occhio di riguardo c’è sempre.

  3. sergiogarufi Says:

    Ti è sfuggito un piccolo dettaglio, io me la prendevo con gli occidentali, e in particolar modo con quelli di sinistra, che per denunciare il massacro dei palestinesi cercano la voce illustre di qualche israeliano, anziché delle vittime. L’occhio di riguardo per Israele esiste eccome purtroppo, se no non esisterebbe quel lager a cielo aperto che è Gaza.

  4. matilde Says:

    E bravo, Sergio! Un giusto e lucido modo di rappresentare l’arroganza, e insieme la crisi, delle democrazie occidentali. Di tutte. Grazie.

  5. sparz Says:

    Ciao Sergio, scrivi “I professionisti dell’antisionismo, quelli che rappresentano la nobile opposizione interna, sono “la scopa del sistema”, per usare una felice espressione di David Foster Wallace, vale a dire il suo principio legittimante, l’elemento funzionale al suo mantenimento, ciò che gli consente di godere di una franchigia morale e di pretendere per sé quello che agli altri non è concesso, tipo il disporre di armamenti atomici.”, che mi sembra il centro della tua tesi; credo di capire, e anche di condividere, questo centro, ma così mi sembra eccessivo: se c’è un’opposizione interna a Israele, ben venga, in linea di principio, come in Italia meno male che c’è un’opposizione al Regisconi; mica vorremmo che dall’estero non intervistassero gli oppositori a lui!
    E poi forse non è tanto l’opposizione interna a Israele quello che consente a quel governo di avere armamenti nucleari, bensì le lobbies sioniste negli Usa e in giro in qualche altro luogo. Sono molto schematico, ma non posso fare trattatelli qua, e poi non ne sarei capace. Che dici?

  6. sergiogarufi Says:

    ciao antonio. il parallelo con l’italia non funziona, perché noi non siamo in guerra con un altro popolo, l’opposizione interna italiana svolge le sue normali funzioni. il brano che hai citato del mio post ha senso se si considera che israele, grazie all’opposizione interna, finisce per ricoprire entrambi i ruoli, voce dei dominanti e dei dominati.

  7. l'amico esperto di medioriente Says:

    Ciao Sergio, questa proprio non me l’aspettavo!
    Sono passato poche volte sul tuo blog e ancor meno ho commentato (forse addirittura l’ho fatto una volta sola) e quindi ora che vedo, con ritardo di quasi un mese, questo tuo post sulla nostra conversazione sono molto sorpreso.
    E senza pensarci troppo espongo qui le mie considerazioni.
    1. Titolo e foto di Yehoshua per descrivere i professionisti dell’antisionismo sono fuorvianti. Yehoshua è filo-sionista ma viene fatto passare come coscienza critica del sionismo: se avessi intervistato lui tu avresti ragione in toto nel tuo articolo, ma così non è: ho intervistato chi inece mette in guardia dalla sacra triade Grossman Yehoshua Oz (G-O-Y): l’antisistema.
    2. Mi hai descritto come persona più importante e preparata di quel che sono. Comunque grazie.
    3. Non sono filo-palestinese, sono uno che crede giuste quasi tutte le rivendicazioni dei palestinesi. Non mi interessa parteggiare, mi interessano le cause della giustizia e della pace. Diciamo pure che sono pacifista. Molti vorrebbero che i pacifisti non prendessero posizione, stessero sempre nel mezzo: hanno ragione un po’ gli uni e un po’ gli altri, hanno diritto a quel che chiedono un po’ gli uni e un po’ gli altri – questo dovrebbe dire un pacifista, secondo la gggente. Ma il pacifista si deve occupare della pace frutto della giustizia, e la giustizia, come la verità e la virtù, non sta sempre nel mezzo. Nello specifico del conflitto mediorientale cercare di affermare la giustizia significa in gran parte sostenere le richieste dei palestinesi, essendo queste giuste, sia secondo il diritto internazionale sia secondo quello umanitario. Questo non fa di me un filo-palestinese, infatti non appoggio tutti i mezzi che utilizzano i palestinesi per sostenere la loro causa: condanno i loro attacchi ai civili israeliani e disapprovo, pur considerandoli legittimi, gli attacchi ai soldati israeliani che presidiano la terra palestinese (e non saprei dare un giudizio etico sull’attaccare i coloni). Non sostengo insomma le azioni palestinesi che vanno contro quelle che sono le uniche vere richieste israeliane che hanno una base di diritto. Dico però che parlare di questo (il terrorismo palestinese) è parlare della pagliuzza, e non della trave, dell’effetto e non della causa.
    4. Non condivido il giudizio di “scopa del sistema” per gli antisionisti israeliani. Loro, a differenza della triade G-O-Y, vanno in prigione per evitare di servire nell’IDF, o perchè fanno disobbedienza civile, o perchè lavorano con i palestinesi e sono sospettati quindi di fomentare il terrorismo. Sono effettivamente perseguitati, dimostrano le falle e gli stretti limiti della presunta democrazia israeliana; non esitano a parlare di pulizia etnica e apartheid; sostengono la campagna di boicottaggio di Israele. Sono veramente una spina nel fianco di Israele, e se avessero voce in Occidente, in Europa e in Italia in particolare, metterebbero in grande imbarazzo tutti gli ebrei della diaspora filosionisti – cioè quasi tutti in Italia – che sono soliti tacciare come antisemite le prese di posizione che gli ebrei antisionisti fanno proprie.
    Queste persone, se avessero più spazio, minerebbero alla base lo statuto di Israele come stato ebraico, essendo favorevoli all’opzione di un solo stato laico per ebrei e palestinesi.
    Quindi, no: ti sbagli, la scopa del sistema si applica a G-O-Y, e forse a Travaglio e Santoro in Italia, ma non a loro.
    5. Per il resto, capisco il tuo discorso di dar voce alle vere vittime, hai perfettamente ragione. E’ un lavoro che richiede più ricerca, più sforzo, perchè la visibilità e l’accessibilità delle vittime è più difficile da trovare. Ma è un lavoro fondamentale, di cui non si può fare a meno. Le mie risorse limitate, per ora, mi hanno portato a interessarmi di più della dissidenza interna a Israele, ma ho già diffuso, per esempio, video di campagne di disobbedienza civile palestinese, con interviste ai loro leader: quando questi ultimi, che sono stati prontamente arrestati, saranno disponibili a un’intervista….
    Insomma, non vedo perchè dar voce alle vittime palestinesi non possa essere accompagnato dal darla anche a chi sostiene la loro causa dall’interno del sistema oppressivo israeliano – se il suo lavoro mina le reputazione e lo status giuridico di Israele, nonché è volto a boicottare le sue istituzioni.
    Per ora non mi firmo: l’intervista non è ancora in circolazione.
    Un saluto e alla prossima.

  8. l'amico esperto di medioriente Says:

    Ho cancellato il nome che in automatico il mio pc mette quando commento i blogs, ma mi sono dimenticato di cancellare il mio sito web, quindi, tanto vale…
    Già che ci sono approfitto per riaprire il mio blog con questa riflessione di Segio, magari per riprendere e ridiscutere sul concetto di scopa del sistema.
    E per ritrovarci presto a discutere dell’intervista al pacifista israeliano, se tutto fila liscio.

  9. mimimino Says:

    “…La loro presenza è un messaggio chiarissimo: a differenza dei musulmani fanatici, uniti dall’odio per gli ebrei e incapaci di esprimere un’élite intellettuale degna di questo nome, Israele è un paese talmente democratico e pluralista che si permette addirittura il lusso di ospitare e non perseguitare gli alleati del nemico…”

    Eh, sì in effetti, a ben guardare, funziona proprio così, più che essere un messaggio.

  10. mimimino Says:

    per evitare fraintendimenti, ho citato la frase in maniera abbastanza ampia, nel rispetto del contesto, ma voglio anche precisare di non ritenere affatto i “musulmani” (o forse si intendono i palestinesi? O gli arabi? Ci sono anche i palestinesi cristiani e ne sarebbero rimasti anche nel “Califfato di Gaza” probabilmente) tutti “fanatici” e “incapaci di esprimere un’élite intellettuale degna di questo nome”.

  11. l'amico esperto di medioriente Says:

    Ecco, è stata pubblicata la prima parte dell’intervista a Jeff Halper, professionista dell’antisionismo (?). A me sembra una visione lucidissima e altamente etica la sua.

    Peraltro, ieri a Torino finalmente l’ho incontrato. Ha parlato per due ore e mezza dicendo di tutto di più su Israele/Palestina.

    Una persona anche simpatica, oltre al resto.

  12. lorenzo galbiati Says:

    o mamma mia non avevo ancora tolto la dicitura “l’amico esperto di medioriente”.

    ora spero che si perda nella memoria del pc.

  13. lorenzo galbiati Says:

    dev’essersi perso il commento precedente all’ o mamma, in cui mi firmavo ancora esperto di medioriente.

    era per segnalare che qui
    http://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper/#comment
    c’è l’intervista a Halper, ossia all’antisionista di cui si parla nel post.

  14. sergiogarufi Says:

    Ciao Lorenzo. Io non sono un esperto come te della questione palestinese, leggo i giornali, mi tengo informato, seguo sempre con molto interesse ciò che scrivi e sono certo che Halper sia animato dalle migliori intenzioni nel suo lavoro. Però non credo, o perlomeno non mi risulta, come dici in un tuo commento, che le parole dei c.d. antisionisti accompagnino sui media internazionali le voci delle vittime palestinesi. Al contrario, secondo me le soverchiano, le sostituiscono, e questo lo trovo inaccettabile. Lo squilibrio di queste presenze è innegabile e riflette con precisione lo squilibrio militare, di appoggio politico o del numero dei morti che costella questo conflitto infinito. Di fronte a ciò ho l’impressione che Halper e quelli come lui funzionino all’incirca come Sansonetti nella famigerata puntata di “Porta a Porta” di qualche giorno fa con Berlusconi che consegnava le chiavi delle case ai terremotati di Onna; ossia giustifichi formalmente il predominio mediatico del PdL, e al contempo serva alla destra per contestare le accuse di informazione asservita al potere. In una vero contraddittorio io vorrei vedere un israeliano che discute con un palestinese (e non con un altro israeliano che la pensa diversamente) e Berlusconi incalzato dalle domande di D’Avanzo.

  15. lorenzo galbiati Says:

    Caro Sergio, temo di non poterti fare cambiare idea con argomenti che io direi logici. Halper è stato spesso in prigione per difendere le case dei palestinesi, è andato a Gaza, dove è stato fatto cittadino onorario, è favorevole a boicottaggio e sanzioni per Israele, è favorevole a un Israele binazionale, quindi non più stato ebraico o a uno stato palestinese con Gerusalemme est capitale e sui confini del ’67 .
    Ora, un palestinese con Halper può essere in disaccordo solo se pretendesse di avere uno stato palestinese senza ebrei lungo tutta la Palestina.
    L’altro ieri sera ero a Torino a sentirlo. Ha concluso con il video di una canzone: “Feeedom to Palestine” che i giovani di Gaza gli hanno dato chiedendogli di mostrarlo nei suoi giri di conferenze per il mondo. C’erano anche due palestinesi, tra il pubblico, che gli hanno fatto domande; il secondo continuava a dire che il problema era lo stato di Israele, che il resto erano palliativi: non si capiva bene dove voleva andare a parare – forse pensava proprio a una Palestina senza ebrei o a uno stato di Palestina anzichè di Israele: ma che cambierebbe se si trattasse di uno stato laico e binazionale come vuole Halper?
    Halper gli ha risposto che si può discutere se la nascita di Israele, la ricerca di uno stato per gli ebrei in Palestina fosse giusta o sbagliata – e nella sua intervista ha detto chiaramente che si è realizzata in modo sbagliato, che gli ebrei non avrebbero dovuto pretendere uno stato ebraico in una realtà binazionale – ma ora occorre fare i conti con una realtà binazionale che c’è nei fatti, e che è irreversibile, e poi gli ha proposto dei punti necessari per una qualsivoglia soluzione.
    Per me paragonare Halper a Sansonetti, quindi, non ha senso: Halper sarebbe uno dei primi promotori, se volessimo fare un parallelo, del boicottaggio di Mediaset e di tutto ciò che si collega a Berlusconi, rai compresa dunque, specie se con Vespa.

    Per il fatto poi che Halper toglierebbe visibilità ai palestinesi: non saprei, Halper ci lavora coi palestinesi, come altri ebrei antisionisti. Warschawski, l’altro che ho seguito, guida un sito di giornalismo alternativo alla propaganda israeliana, http://www.alternativenews.org , un’associazione insieme a dei palestinesi, e come va lui all’estero a parlare vanno anche i palestinesi suoi soci.

    Quindi, io non dubito che sia difficile dare visibilità ai palestinesi, ma non vedo perchè debbano essere la presenze di Halper o Wasrschawski a oscurarli. Senza contare che, se hai letto l’intervista, Halper è il primo a criticare i membri di Fatah all’estero che non stanno facendo niente da anni per la causa palestinese.

    Quindi, ripeto, senz’altro Grossman Oz Yehoshua e certo anche altri sono come Sansonetti da Vespa, ma a me non pare proprio lo sia Halper e soprattutto non credo che il problema della visibilità dei palestinese sui media dipenda da una sovraesposizione, da una volontà di protagonismo di gente come Halper.

  16. sergiogarufi Says:

    Caro Lorenzo, io non discuto ciò che sostiene Halper, che può essere più filopalestinese dei palestinesi, io discuto il fatto che venga chiamato un israeliano a difendere la causa dei palestinesi. Vedi, Sansonetti a parole è di sinistra, a parole è contro Berlusconi e spera che il suo governo cada, ma ha il passaporto mentale del berlusconismo, come quando il giornale che dirigeva esultò per la vittoria di un trans a un reality. E’ una questione di passaporti.

  17. lorenzo galbiati Says:

    Sergio, io posso rispondere per me. Io ho contattato Halper perché finora, nella mia ricerca di pacifisti israeliani o palestinesi, mi sono concentrato su quelli israeliani per motivi contingenti: tutto è partito dal progetto di nazione indiana per la fiera del libro del 2008; poi, da allora, mi è stato facile informarmi su alcuni di loro via internet e ho continuato a farlo perchè mi interessava (e interessa) scoprire – vista la desolazione italiana – una sinistra radicale piccola ma attiva, fatta da persone degne. Quando ho cercato i pacifisti palestinesi ho avuto difficoltà. Comunque, mi ero prefissato poi di capire meglio il panorama palestinese, e quindi grazie del tuo stimolo. Un inciso: quando ci sono state in Italia due manifestazioni di pacifisti per la guerra di Gaza, una ad Assisi, molto ecumenica, con PD e Rifondazione, e bandiere israeliane alla grande insieme a quelle palestinesi; e l’altra a Roma, con le associazioni palestinesi, e i comunisti italiani o dei lavoratori, io mi sono schierato per la seconda, e sul mio blog ho messo questo articolo di tal Elvio Arancio, musulmano tunisino, che avevo trovato su Infopal:
    http://pistorius.splinder.com/archive/2009-01

    A ogni modo, d’ora in avanti ci farò più caso a chi riesce a trovare e invitare palestinesi, del resto tra i siti che guardo ci sono anche Infopal, appunto, e il forum della palestina.

    Per il passaporto: Sansonetti avrà pure il passaporto mentale berlusconiano, e la maggior parte degli ebrei israeliani e italiani, sinistra compresa, hanno un passaporto sionista, ma ci sono anche ebrei che hanno un passaporto mentale antisionista come Halper, e alcuni anche un passaporto mentale palestinese, come Uri Davis che si è convertito all’islam e lavora per l’ANP, e come il musicista jazz Gilad Aatzmon, che si considera un ebreo palestinese e che spinge la sua critica ben oltre Israele, a tutto l’ebraismo – se vuoi ti do un suo fenomenale articolo di analisi psicologica della storia dell’ebraismo .

    Ci saranno però degli ebrei pacifisti di sinistra che in effetti saranno la scopa del sistema: credo siano quelli che sostengono in modo deciso due stati per due popoli: essendo ormai una cosa impossibile sul campo, continuare a dire di volerla è fare il gioco della propaganda. Ci sono alcune associazioni pacifiste ebraiche che col tempo sono diventate troppo moderate, ne avevo letto qualcosa, ma non ricordo ora.. e forse ora che ci penso la posizione di Uri Avnery, pacifista di lungo corso, potrebbe risultare ambigua, me ne aveva parlato diego ianiro, uno che conosce meglio di me la situazione, quando avevamo fatto il progetto per nazione indiana (che era partito da lui), dal quale Avenery era stato escluso.
    Mi fermo qui.

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