Molto universo per nulla

Uomo-vitruviano

Mi è stato chiesto un pezzo per una rivista. Saggio o racconto, a mia discrezione, per cui ho scritto una cosa ibrida, le mie preferite. La rivista esisteva già tempo fa, poi chiuse e ora rinasce. E’ di quelle monografiche, in cui ogni collaboratore viene invitato a dire la sua su un tema comune, che in questo caso è Gli inizi. Ci ho pensato un po’ e mi sono ricordato dell’ossessione per gli inizi delle mie ex, quel continuo riandare con la memoria a quando tutto incominciò: come eravamo vestiti, dove stavamo, cosa ci eravamo detti. Forse è un tratto tipicamente femminile, soprattutto in ambito sentimentale. Il gusto di rievocare spesso il momento dell’incontro può riflettere il desiderio di scovare qualche segno del destino che legittimi il rapporto; oppure, più prosaicamente, può manifestare la volontà di aggrapparsi a quel mito fondativo per meglio sopportare la monotonia della routine.

A me invece affascinano i movimenti circolari, quando l’inizio coincide con la fine. Cerco di ottenerli quando scrivo, mi colpiscono nelle cose e nelle persone che mi circondano, in ciò che mi accade, anche sentimentalmente. L’inizio e la fine della mia relazione con Nicole, avvenuti ad una stazione ferroviaria, dove io incontravo e poi perdevo la mia grande occasione mentre lei rivelava la sua natura transitiva. Il brano della lettera di Milena Jesenskà a Franz Kafka (13/VIII/1920), in cui parla di quelli che “hanno la sera e la mattina in comune”, i fortunati che si addormentano e si svegliano insieme. E poi le chiese romaniche a pianta circolare, come San Lorenzo a Mantova o il Duomo vecchio di Brescia, così solenni e conclusi che sembrano esserci da sempre e per sempre. E ancora le parole palindrome, l’ultimo concerto di Stan Getz al Cafè Montmartre di Copenaghen dove suona First song, o la marcia funebre di quel carillon trashissimo che vidi e non comprai a un mercatino di modernariato.

Ecco: nascita e morte insieme, il tema della Madonna del parto di Piero della Francesca, dipinto nel paese natale della madre l’anno in cui lei morì. La volontà di mia madre di tornare a Barcellona per passare gli ultimi anni nella città in cui nacque. O la storiella di Umberto Eco sull’omaggio del direttore del planetario spagnolo, che riprodusse il cielo di Alessandria la notte in cui venne al mondo. O ancora la lapide del servo romano innamorato, davanti alla quale sogno di baciare la donna della mia vita; in fondo non è stato detto da André Jolles che “il Rinascimento ebbe la sua culla in una tomba”, alludendo alla ripresa dei temi iconografici dei sarcofagi romani da parte di Raffaello e del Ghirlandaio?

Il senso dell’incessante ciclicità della vita mi fa un effetto rassicurante, la dolcezza del ritorno, che nulla finisce mai del tutto. Penso all’explicit di Vita standard di un venditore di collant, la cui narrazione si svolge nell’arco di un paio di settimane e procede verso l’epilogo a un ritmo ineluttabile, che sembra presagire una tragedia. E invece nell’ultima pagina tutto si stempera in una battuta e al posto di Fine c’è scritto Lunedì. Perché c’è sempre un lunedì.

Forse è la mia metà spagnola, la responsabile di questa ossessione ciclica, basti pensare ai nomi dei Buendia in Cent’anni di solitudine. Lì è frequente assegnare ai propri figli lo stesso nome del padre. Mio cugino Ramon era figlio e fu nipote di due Ramon, così come ora è padre di un altro piccolo Ramon, la metempsicosi familiare. O forse l’ossessione femminile per gli inizi e la mia per la circolarità sono solo la dimostrazione che amore e morte, nonostante tutti i nostri sforzi di esseri razionali, restano concetti non laicizzabili.

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14 Risposte to “Molto universo per nulla”

  1. chi Says:

    la tua circolarità e il mito di fondazione degli inizi femminile (per lo meno delle tue ex) non sono incompatibili. la “memoria sacralizzata” – vernant -non tende a ricostruire il passato secondo una prospetiva temporale ma si definisce attraverso la formula “ciò che è, ciò che sarà, ciò che fu”.
    ciao sergino.

  2. chi Says:

    ps la formula è nella teogonia di esiodo

  3. sergio pasquandrea Says:

    Dalle mie parti ai bambini si dà il nome dei nonni. Mio nonno si chiamava Ricciotti (di nome, non di cognome: era il nome del figlio di Garibaldi), ma io per fortuna l’ho scampata.

  4. dario Says:

    …si, forse si potrebbe perfino tentare una piccola storia della poesia, seguendo le declinazioni del tema: della ciclicità, da Qoelet al pastore errante leopardiano; o dell’inizio-creazione, dalla genesi ai manifesti avanguardisti…

    nel confronto tra cronos ed aion, il sospetto è che la fondazione si dia sempre come “ri-fondazione”, cadendo ancora nella medesima spirale ripetitiva (come se la “retta” fosse solo una nostra limitata percezione di un segmento piccolissimo di circonferenza, ma adesso mi fermo qua, nelle mie dilettantesche scorribande…)

  5. Bianca Madeccia Says:

    Nella tradizione cristiano-ebraica la visione del tempo che ha finito per dominare è quella lineare, ma la periodicità, la ciclicità del tempo (che implica anche una razionalizzazione degli eventi, vedi es: ciclo biologico, catene alimentari) è diffusa in tutte le culture non Occidentali. India, Cina, Maya e Atzechi, Babilonesi, Graci (Talete di Mileto, Platone) hanno archetipicamente pensato il tempo su un modello ciclico.
    Nel cerchio, l’inizio e la fine si toccano, non possono sottrarsi l’uno all’altro. Questo concetto prende forma visiva nella rappresentazione alchemica del serpente che mangia la sua coda, l’ouroboros (“Uno il tutto”), che mi è spesso capitato di vedere rappresentato in Sardegna così come nei deserti africani. L’ossessione ciclica, è naturalmente presente in ogni cultura, e spesso, questa ciclicità viene anche rappresentata sotto forma di splendidi mandala grafici. Noi occidentali stessi, abbiamo dato la forma di un cerchio all’orologio, nonostante, appunto, la nostra tradizione concettuale concepisca il tempo linearmente.
    In fisica, attualmente, il modello alternativo alla teoria del big bang è il teorema ergodico che postula che: “indipendentemente dallo stato in cui l’universo finito può esistere in un dato momento, esso passerà attraverso tutti gli altri stati possibili in una determinata sequenza per ritornare in seguito allo stato di partenza” (la materia viene continuamente creata e distrutta, concezione ciclica dell’universo).

    Ciao Sergio, ben-ritrovato.🙂

  6. Anna Luisa Says:

    “Oggi lo smog sta corrodendo l’iscrizione, e ormai più che leggerla la si intuisce. Fra poco, della vita di quello schiavo innamorato si sarà persa ogni traccia, a meno che esista una memoria dell’universo, come congetturarono i teosofi.”
    Tranquillo, esiste il CIL, l’iscrizione del tuo servo innamorato è sicuramente catalogata e inserita in uno dei tanti volumi del corpus che raccoglie tutte le iscrizioni latine sparse per l’impero romano.
    Ok, ok… il mio intervento non è romantico come il tuo, ma era solo per tranquillizzarti!

  7. chi Says:

    io penso che il mondo classico, pre-cristiano, aveva una nozione lineare e una cliclica del tempo insieme. nel mondo antico le due concezioni sussitevano: i romani contavano il tempo ab urbe condita (fondazione poi sostituita con la nascita di cristo) e i greci da una data olimpiade, ora non ricordo quale. come dici anche tu, bianca, anche noi oggi, manteniamo una serie di ciclicità (feste religiose, ferie estive, ripetersi delle settimane, ecc.), pur nel tempo lineare.
    inoltre, l’introduzione della linearità è legata ad una necessità di misurazione spazio-temporale determinata da una novità nell’assetto sociale (la regalità), più che a un passaggio legato a nuove necessità “biologiche”. e la novità si può individuare in un momento e un luogo certo, l’egitto faraonico. l’idea si diffonde tra i popoli mesopotamici, con le liste dei re che si succedono e che escono dalle città-tempio, irradiando i loro domini all’esterno…l’antico testamento riprende dopo questa concezione (le liste dei profeti).
    vabbé, è un discorso lungo e anche noioso, e non c’entra molto col post di sergio, in effetti.🙂

  8. Bianca Madeccia Says:

    Cara Chiara, qualcuno ha addirittura parlato di concezione del tempo a spirale per la concezione temporale ebraico-cristiana (che ovviamente si sovrappone al lineare e al circolare) e di tempo a cono di luce, per quanto riguarda l’epoca dei massmediologica che introduce nuove forme di manipolazione e misurazione del tempo. Se poi cominciassimo ad introdurre anche il tempo dal punto di vista del filosofo, dello psicanalista e l’elaborazione della compresenza dei tempi contemporanea, o il tempo dal punto di vista artistico-letterario, sì, il discorso diventerebbe lungo, noioso (e forse spocchioso)🙂
    Le uniche concezioni di tempo che potrebbe interessare il post che stiamo commentando forse è il tempo della memoria che permette la coabitazione dei tempi, in questo caso del tempo amoroso (circolare) e della coazione a ripetere (lineare). Cari saluti. B.

  9. Bianca Madeccia Says:

    Scritto pieno di refusi, pardon, stamattina vado di fretta🙂

  10. chiarasbarigia Says:

    le mattine fanno sempre così🙂

  11. Iki Says:

    Grazie per il piacevole post

  12. giuseppe Says:

    da un po’ di tempo i tuoi finali…in qualche modo mi …o meglio ,somigliano tanto a quell’aspetto che mi e’ tanto caro..mi e caro il valore,anche il suo esatto contrario quando prende coscenza del suo ,si , sei diverso da 6,10, anni fa’, siamo diversi,siamo diversi insieme,per alcune cose su’ visioni distanti ,per altre paralleli,per altre ancora nello stesso terreno,ma i tuoi finali somigliano in qualche modo a certi miei inizi, e certi miei inizi ultimamente trovano in questi tuoi finali…..siamo 2 puntini di una retta che poi a uno sguardo piu’ attento e ‘ circolare,noi sempre nei luoghi che ci appartengono,ma a volte ci si torna diversi, forse migliori,forse no, questo e’ da vedersi, questo dipende anche da noi.Certo l’amicizia come l’amore non sono non e’ la tua che sta migliorando amico mio, ma tu, tu stai migliorando, io partecipo come uno spettatore a questo evento,per me conserva un sapore di stupore questo evento,esso ha avuto un inizio,avra’ pure una fine, ma noi lo stiamo vivendo come fosse sempre un…forse ,si, pieno di momenti diversi, ma presente ,concreto, affidabile,e di piu’ …..come dirlo….c’e’ una forza in questo che somiglia tanto alla potente che hanno certi romanzi,racconti che vanno aldila’ del proprio inizio e della fine,,l’inizio e la fine non sono che scuse per misurar dei limiti che ci racchiudono ,quando sappiamo bene che invece su ‘l’orizzonte e’ mare aperto,si va’, si naviga, a motore, a vela ,di remo….in certi casi anche di braccio, andiamo avanti dunque.

  13. paolo ferrucci Says:

    Sergio, mi piace sapere che sei mezzo spagnolo (come Concita De Gregorio, per inciso, ma mi è venuta in mente così per caso, solo perché l’ho vista di recente in tv, non per fare qualche parallelismo, sia chiaro).
    Ecco perché ho sempre visto nel tuo viso dei tratti esotici: ora si spiega il perché.
    Un abbraccio.

  14. Fabrizio Says:

    La Spagna è lontana dalla Russia (ma non così tanto da far sì che tornino a toccarsi). Forse è per questo che Dostoevskij, quasi contemporaneamente a Darwin e alla nascita della biologia molecolare (cioè della scienza del futuro e del divenire) , ebbe la fulminante e decisiva intuizione: “L’eterno ritorno è il vaudeville del demonio”. Amen.

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