Archive for ottobre 2009

Voli low cost

ottobre 27, 2009

volo

Tempo fa qui avevo parlato di una falsa poesia di Borges (Istanti) che circolava da anni in rete nonostante le numerose e autorevoli smentite. L’avevo definita una versione edulcorata della poesia dell’argentino, un Borges come si vorrebbe che fosse Borges, mitridatizzato, banalizzato in formule facilmente digeribili, qualcosa di simile a Coelho, al Kipling di If, nella cui scrittura predomina il registro gnomico, il tono ieratico e sapienziale, di chi ti spiega come va la vita. Oggi quella poesia è uscita dalla rete ed è approdata alla radio, precisamente a radio Deejay, durante la trasmissione Il volo del mattino di Fabio Volo. Ascoltate qui come la declama, totalmente calato nel ruolo di fine dicitore che sta comunicando grandi insegnamenti morali col sottofondo musicale newagizzante. E fate attenzione soprattutto alle sottolineature di alcuni versi con l’effetto eco della voce. Due, in particolare. Una, a metà, quando dice: “di quello è fatta la vita“; e l’altra nel finale patetico e testamentario: “ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo“. Una volta Raboni, riferendosi alla vulgata turistica dell’argentino favorita dal suo enorme e acritico successo, affermò che “con Borges si viaggia nell’infinito a poco prezzo, e col biglietto di ritorno prepagato; si gusta la vertigine delle alte quote alzandosi di pochi metri”. Mi sembra una sintesi perfetta.

Consumare è meglio che fottere

ottobre 23, 2009

sex and the city

L’altra sera a cena con amici si discuteva della condizione femminile ai tempi del caimano. Naturalmente si era tutti d’accordo sui passi indietro fatti in questi ultimi anni, e si citava il velinismo, le escort, la battuta a Rosy Bindi. L’unico modo per differenziarsi dal coro unanime consisteva nel segnalare episodi minori di questa involuzione, e io ho ricordato il celebre scambio di bigliettini avvenuto fra il premier e due avvenenti onorevoli del suo partito durante il voto di fiducia alla Camera dei Deputati a maggio dell’anno scorso. Parlo di Gabriella Giammanco e Nunzia De Girolamo, autorizzate dal Presidente del Consiglio a uscire da Montecitorio per recarsi a eventuali inviti galanti, tanto la loro presenza lì non era ritenuta “necessaria”. La moglie di un mio amico era molto indignata per questa concezione ornamentale della donna in politica, e conveniva con me sulla gravità dell’episodio; salvo poi, quando la conversazione era slittata su altri temi, contraddirsi ai miei occhi additando la serie tv Sex and the city come fulgido esempio di parità raggiunta, attribuendo il merito principale di ciò agli sceneggiatori gay, che con dialoghi brillanti e storie avvincenti hanno rappresentato “una donna moderna” finalmente libera di gestire il proprio corpo e il proprio tempo come meglio crede. So di andare controcorrente, visto il grande successo di quella serie, e confesso di essermi divertito spesso guardandola, ma se la felicità mercantile dello shopping e del sesso compulsivi è considerata il traguardo del processo di emancipazione femminile nell’occidente più avanzato, allora siamo messi male.

Un brutto quarto d’ora

ottobre 16, 2009

andy

Aveva ragione lui. Sembrava una sparata, una provocazione arguta, un folle paradosso e invece l’utopia è diventata realtà e si è trasformata in incubo: ora per tutti c’è la possibilità di avere il proprio quarto d’ora di celebrità.

La scorsa settimana sono andato al solito ciclo di reading poetici, quello che presi a frequentare come una specie di ansiolitico letterario appena mi separai, più o meno per la stessa ragione per cui il protagonista di Fight club partecipava ai gruppi di sostegno per malati terminali. Ma questa volta non c’era il solito sparuto pubblico di viziosi. Questa volta la saletta coi neon e il perlinato era gremita. Una delle organizzatrici mi si è avvicinata chiedendomi se avrei letto anch’io perché mi si doveva inserire in scaletta, così ho scoperto che erano tutti lì per declamare i propri versi, pubblicati o scritti su un quadernetto. L’uovo di colombo, in pratica. Per racimolare un degno pubblico alla poesia non bisogna invitare gli appassionati di poesia, bensì i poeti, cioè gli appassionati della propria poesia. E in questo modo a ognuno, a turno, sarebbe stato garantito un quarto d’ora di celebrità.

Tornato a casa ho acceso la tv e c’era Maurizio Costanzo che pubblicizzava la ripresa del suo show. Affermava che in 25 anni di messa in onda aveva presentato 33.000 ospiti. 33.000. Una città. Eccolo, mi son detto, l’elitismo di massa, falso come un grande amore. Ma forse la realizzazione dell’utopia  di Warhol annuncia l’imminente fine di quel modo di porsi e relazionarsi agli altri; similmente alle mode, che declinano nello stesso momento in cui si diffondono troppo. Forse siamo vicini a una crisi di rigetto, non per niente al reading collettivo tanti sembravano solo attendere con impazienza il proprio turno. Forse il basta di “Basta apparire”, il sottotitolo del film Videocracy, significa alt, stop, e nel prossimo futuro ognuno aspirerà ad almeno un quarto d’ora di anonimato. Forse.

Il marchio del reduce

ottobre 13, 2009

magritte

Il mio più caro amico nell’ambiente della scrittura, e la persona che sento più spesso in questi ultimi anni, è Franz Krauspenhaar. Siamo molto diversi in tante cose: lui è un impulsivo che si getta a capofitto nelle situazioni e nei rapporti, io sono frenato da mille diffidenze.  Ciò che ci lega profondamente è la comune condizione di reduci. Chi, come noi, ha avuto un familiare che si è tolto la vita, si riconosce subito. Non parliamo mai di questa cosa, entrambi ci confessiamo solo tramite la scrittura. Insieme sembriamo due simpaticoni, che ridono e scherzano su tutto, ma è un’atteggiamento guascone che poggia le sue fondamenta sulla disperazione. A volte lui mi ricorda Gascoigne, il calciatore inglese.

Dico questo per spiegare come i reduci non possano non essere tormentati da quell’assillo. E’ un ricordo indigesto, un grumo nero che non è stato metabolizzato e rimane lì, in un cantuccio, manifestandosi carsicamente nei momenti e nei modi più impensati. Il mio è una curiosità morbosa verso chi ha fatto quella scelta, o quella rinuncia. Ne scrivo spesso, come di recente per David Foster Wallace. Ho pure studiato a fondo le biografie di scrittori e artisti suicidi che non stimavo particolarmente. E’ il caso di Emilio Salgari e la sua famiglia, una dinastia di suicidi, dato che si uccisero lui, suo padre e due suoi figli. Oppure quella sottocategoria che include chi se ne andò ringraziando, come Tancredi Parmeggiani e Violeta Parra.

Ma lo stesso interesse lo rivolgo pure alle persone normali. In questi giorni un parrucchiere di Monza, che aveva il negozio in via Tommaso Grossi, da dove passo di frequente in macchina per lavoro, si è impiccato per i debiti. Mi sono fermato a guardare la sua bottega, il cartello “chiuso per lutto”, mi sono informato sulla composizione della sua famiglia. Ma l’episodio più inquietante è forse quello di tre sorelle genovesi, tutte nubili. Una di queste nel 1976 si tolse la vita col gas, avvelenando anche la loro. Le altre due, Beatrice e Piera Ruà, le sopravvissero trent’anni, finché il 30 Maggio 2006, ormai pensionate, s’impiccarono nella scaletta di un rimessaggio per le barche, lasciando un biglietto laconico che diceva: “eravamo segnate”.  Il segno, per me, non è il medesimo destino tragico, ma semplicemente un’ossessione dalla quale non ci si libera, perché quell’evento luttuoso diventa uno spartiacque. Magritte ebbe una sorte simile. La madre, quando era un ragazzino, si buttò in un fiume. Fu ripescata con la veste attorcigliata intorno al viso, e questa immagine ritorna spesso nei suoi dipinti. Io esorcizzo i miei demoni leggendo autori come Cioran o scrivendone ogni tanto, quello è il mio modo di tenere a bada l’ossessione. Scriverne non significa annunciare il peggio, è solo un amaro rimuginare, il tentativo di strapparsi quel velo che offusca la vita. Come diceva Thomas Mann, ogni libro contro la vita costituisce un’irresistibile seduzione a viverla ancora più intensamente.

Rinuncio

ottobre 11, 2009

celest

C’è un aspetto del mio carattere che mi viene rimproverato spesso, e di cui invece vado fiero. L’atteggiamento rinunciatario. Per certi versi è vero: se si analizzano freddamente i dati della mia fallimentare condizione attuale, tutto è riconducibile a quello, quello è la spiegazione di tutto. Io rinuncio, e forse non esiste nient’altro che mi qualifichi e descriva meglio della mia vocazione astensiva. Ma è sempre per viltade che si rifiuta, come vuole il sentire comune? Cosa si cela dietro la mia ammirazione per figure quali Celestino V, Ercole De Maria o Bartleby? Non lo so. So che le rare volte che sono stato contento di me hanno coinciso con delle rinunce sofferte. La rinuncia al sesso con una donna che mi desiderava e non m’interessava. La rinuncia a svergognare qualcuno che pontificava a sproposito su un argomento che conoscevo a fondo. La rinuncia a scrivere per una rivista prestigiosa che aveva sollecitato la mia partecipazione e solleticato la mia vanità.  Rinuncia per me è sinonimo di assoluto. Da ab solutus, qualcosa che ti scioglie, ti libera da vincoli e limitazioni. E la madre di tutte le rinunce è la rinuncia alla vita.

La sindrome di Pausania

ottobre 6, 2009

erased de kooning

Con fedeltà etimologica, quest’estate a Fuerteventura ho cercato l’esperienza del vuoto. Cullato da un dondolo, certi pomeriggi oziosi sprofondavo in uno stato di catatonia ilare osservando a lungo la piscina vuota. Grazie al vento costante, sull’acqua c’erano due materassini gonfiabili vagamente antropomorfi, uno con la riga rosa e l’altro con la riga azzurra, che si spostavano di continuo. A volte mi ricordavano le sculture di Henry Moore, a metà strada tra il figurativo e l’astratto; altre gli sposi etruschi del sarcofago di Cerveteri, piatti dalla vita in giù e poi in rilievo con i braccioli, lo schienale più su e il poggiatesta in alto. Le folate di vento li separavano, li muovevano in tondo e li ricongiungevano in una cerimoniosa e struggente danza di corteggiamento. Li ho pure filmati, rammentando la celebre scena del sacchetto di plastica svolazzante in American beauty. Però qui era diverso, c’era il rapporto, per me fondamentale. In quei momenti pensavo che la sindrome di Pausania tipica di ogni platonico -ossia l’attitudine a fare l’esploratore del noto – in realtà si può manifestare anche all’estero, in posti mai visti prima. Non è appannaggio esclusivo dei sedentari. Ha a che fare piuttosto con l’accanimento maniacale per i dettagli, le sfumature, il quotidiano, il desiderio di approfondire e dare un senso all’insignificante, di individuare il punto di congiunzione fra il particolare e l’universale, come nell’epica domestica delle scene matrimoniali di Memmo di Filippuccio, i coniugi che si coricano a letto un lunedì notte qualsiasi. La sindrome di Pausania spiega la mia passione per le cover dei grandi classici, tipo le 25 versioni che ho raccolto di Night and day, fra cui pure un’eretica interpretazione sirtakizzata che dell’originale conserva poco o niente; ricerca che interruppi qualche anno fa, quando con internet il gioco diventò troppo facile. La tradizione è un grande palinsesto che non si può ignorare, ma si può variare all’infinito fino al punto di omaggiarlo cancellandolo, come fece Rauschenberg in Erased de Kooning Drawing. Il platonico è così, ama l’inclusività, mette in relazione, cerca istintivamente le similitudini, senza istituire gerarchie. E si emoziona soprattutto per un effetto combinato di riconoscibilità e sorpresa, al pari delle cover, che parlano una lingua nota e tuttavia adoperano un lessico nuovo ed evocativo. Non è vero che il dolore nasce dalla mutilazione, la famosa mela divisa a metà. E’ la coscienza che fa soffrire, quella che spinge a cercare ristoro nel silenzio, nella contemplazione della grazia e dell’innocenza dell’inorganico.

La pena della forma

ottobre 3, 2009

cetaceo spiaggiato

Di solito in vacanza la gente tende a fare l’opposto di quanto faceva durante l’anno, e, in ossequio a questo precetto, in vacanza io non leggo. O meglio, non mi porto libri appresso. Due estati fa, forse per l’eccessiva astinenza, mentre attendevo il volo di ritorno comprai all’aeroporto un saggetto succoso che s’intitola Semplicità insormontabili, scritto da Roberto Casati e Achille Varzi. E’ una raccolta di 39 brevi storie su paradossi logici e filosofici, e fra queste vorrei segnalarne una in particolare che mi colpì molto. Si tratta di un dialogo telefonico tra un funzionario dell’ufficio elettorale della Casa Bianca e la signora Norma. In sintesi, il primo chiama la seconda per chiedere le sue intenzioni di voto. La signora Norma – nome molto azzeccato – reagisce spazientita dicendo che non ne può più di rispondere tutto il giorno a sondaggisti che la importunano per mille motivi: quale detersivo preferisce, cosa guarderà in televisione, dove trascorrerà le ferie ecc. Al che il funzionario replica che quello non è un sondaggio, bensì delle vere e proprie elezioni. Il nome che pronuncerà la signora Norma sarà il futuro presidente degli Stati Uniti, e questo perché hanno scoperto che lei incarna alla perfezione i gusti dell’americano medio. Ecco la ragione per cui gli istituti di statistica la disturbano e perché è inutile indire nuove elezioni. Norma rimane scioccata da questa rivelazione, piagnucolando rivendica la sua autonomia di pensiero, la propria individualità irriducibile, si dichiara unica e irripetibile, vuole essere originale; e per tutta risposta il funzionario ribatte: “appunto, come pensa l’americano medio”.  (more…)