La sindrome di Pausania

erased de kooning

Con fedeltà etimologica, quest’estate a Fuerteventura ho cercato l’esperienza del vuoto. Cullato da un dondolo, certi pomeriggi oziosi sprofondavo in uno stato di catatonia ilare osservando a lungo la piscina vuota. Grazie al vento costante, sull’acqua c’erano due materassini gonfiabili vagamente antropomorfi, uno con la riga rosa e l’altro con la riga azzurra, che si spostavano di continuo. A volte mi ricordavano le sculture di Henry Moore, a metà strada tra il figurativo e l’astratto; altre gli sposi etruschi del sarcofago di Cerveteri, piatti dalla vita in giù e poi in rilievo con i braccioli, lo schienale più su e il poggiatesta in alto. Le folate di vento li separavano, li muovevano in tondo e li ricongiungevano in una cerimoniosa e struggente danza di corteggiamento. Li ho pure filmati, rammentando la celebre scena del sacchetto di plastica svolazzante in American beauty. Però qui era diverso, c’era il rapporto, per me fondamentale. In quei momenti pensavo che la sindrome di Pausania tipica di ogni platonico -ossia l’attitudine a fare l’esploratore del noto – in realtà si può manifestare anche all’estero, in posti mai visti prima. Non è appannaggio esclusivo dei sedentari. Ha a che fare piuttosto con l’accanimento maniacale per i dettagli, le sfumature, il quotidiano, il desiderio di approfondire e dare un senso all’insignificante, di individuare il punto di congiunzione fra il particolare e l’universale, come nell’epica domestica delle scene matrimoniali di Memmo di Filippuccio, i coniugi che si coricano a letto un lunedì notte qualsiasi. La sindrome di Pausania spiega la mia passione per le cover dei grandi classici, tipo le 25 versioni che ho raccolto di Night and day, fra cui pure un’eretica interpretazione sirtakizzata che dell’originale conserva poco o niente; ricerca che interruppi qualche anno fa, quando con internet il gioco diventò troppo facile. La tradizione è un grande palinsesto che non si può ignorare, ma si può variare all’infinito fino al punto di omaggiarlo cancellandolo, come fece Rauschenberg in Erased de Kooning Drawing. Il platonico è così, ama l’inclusività, mette in relazione, cerca istintivamente le similitudini, senza istituire gerarchie. E si emoziona soprattutto per un effetto combinato di riconoscibilità e sorpresa, al pari delle cover, che parlano una lingua nota e tuttavia adoperano un lessico nuovo ed evocativo. Non è vero che il dolore nasce dalla mutilazione, la famosa mela divisa a metà. E’ la coscienza che fa soffrire, quella che spinge a cercare ristoro nel silenzio, nella contemplazione della grazia e dell’innocenza dell’inorganico.

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10 Risposte to “La sindrome di Pausania”

  1. clara Says:

    eh.

  2. monicavannucchi Says:

    Questo post l’ho capito subito tutto al primo colpo; bisogna dirlo a Lettrice. Starò migliorando? Chissà… di sicuro tu, sergio, vai alla grande. un bacio, monica

  3. elena Says:

    …certo che te a portarti in vacanza l’è una sudisfasiùn..
    :7))

  4. chi Says:

    ma poi si sono fidanzati i materassini?🙂

  5. Lucio Angelini Says:

    Bene. La prossima estate potrai vacanzare a Tempio Pausania, anziché nelle Canarie…

  6. cuoreblu Says:

    volevo lasciare un commento serio, ma poi ho letto quello che ha scritto elena, mi sono ribaltata dal ridere e ho perso la concentrazione🙂

  7. cristiano de majo Says:

    “l’innocenza dell’inorganico” pure è molto bella.

    (questo blog è pieno di donne, mi chiedo tra parentesi se il platonico ha come altra caratteristica quella di attirare il gentil sesso come il miele per le api).

  8. chi Says:

    bzzzzzzzz…

  9. elena Says:

    è il platonico biondo che fa impazzire il mondo.

  10. sergiogarufi Says:

    @cristiano
    sì, in effetti il platonico ispira compassione nel genere femminile, ma vorrebbe tanto ispirare passione (d’altronde, il c.d. amore platonico…)🙂

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