Il marchio del reduce

magritte

Il mio più caro amico nell’ambiente della scrittura, e la persona che sento più spesso in questi ultimi anni, è Franz Krauspenhaar. Siamo molto diversi in tante cose: lui è un impulsivo che si getta a capofitto nelle situazioni e nei rapporti, io sono frenato da mille diffidenze.  Ciò che ci lega profondamente è la comune condizione di reduci. Chi, come noi, ha avuto un familiare che si è tolto la vita, si riconosce subito. Non parliamo mai di questa cosa, entrambi ci confessiamo solo tramite la scrittura. Insieme sembriamo due simpaticoni, che ridono e scherzano su tutto, ma è un’atteggiamento guascone che poggia le sue fondamenta sulla disperazione. A volte lui mi ricorda Gascoigne, il calciatore inglese.

Dico questo per spiegare come i reduci non possano non essere tormentati da quell’assillo. E’ un ricordo indigesto, un grumo nero che non è stato metabolizzato e rimane lì, in un cantuccio, manifestandosi carsicamente nei momenti e nei modi più impensati. Il mio è una curiosità morbosa verso chi ha fatto quella scelta, o quella rinuncia. Ne scrivo spesso, come di recente per David Foster Wallace. Ho pure studiato a fondo le biografie di scrittori e artisti suicidi che non stimavo particolarmente. E’ il caso di Emilio Salgari e la sua famiglia, una dinastia di suicidi, dato che si uccisero lui, suo padre e due suoi figli. Oppure quella sottocategoria che include chi se ne andò ringraziando, come Tancredi Parmeggiani e Violeta Parra.

Ma lo stesso interesse lo rivolgo pure alle persone normali. In questi giorni un parrucchiere di Monza, che aveva il negozio in via Tommaso Grossi, da dove passo di frequente in macchina per lavoro, si è impiccato per i debiti. Mi sono fermato a guardare la sua bottega, il cartello “chiuso per lutto”, mi sono informato sulla composizione della sua famiglia. Ma l’episodio più inquietante è forse quello di tre sorelle genovesi, tutte nubili. Una di queste nel 1976 si tolse la vita col gas, avvelenando anche la loro. Le altre due, Beatrice e Piera Ruà, le sopravvissero trent’anni, finché il 30 Maggio 2006, ormai pensionate, s’impiccarono nella scaletta di un rimessaggio per le barche, lasciando un biglietto laconico che diceva: “eravamo segnate”.  Il segno, per me, non è il medesimo destino tragico, ma semplicemente un’ossessione dalla quale non ci si libera, perché quell’evento luttuoso diventa uno spartiacque. Magritte ebbe una sorte simile. La madre, quando era un ragazzino, si buttò in un fiume. Fu ripescata con la veste attorcigliata intorno al viso, e questa immagine ritorna spesso nei suoi dipinti. Io esorcizzo i miei demoni leggendo autori come Cioran o scrivendone ogni tanto, quello è il mio modo di tenere a bada l’ossessione. Scriverne non significa annunciare il peggio, è solo un amaro rimuginare, il tentativo di strapparsi quel velo che offusca la vita. Come diceva Thomas Mann, ogni libro contro la vita costituisce un’irresistibile seduzione a viverla ancora più intensamente.

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12 Risposte to “Il marchio del reduce”

  1. monicavannucchi Says:

    Ti voglio bene! monica

  2. paolo ferrucci Says:

    Un giorno dovremmo fare una riunione, noi reduci. Mi piacerebbe, anzi mi servirebbe, credo.

  3. alessandro zannoni Says:

    avevo capito già dalle righe di risposta che mi hai dato nel post precedente, ma se hai voluto mettere in chiaro la questione non è solo per gli altri, forse l’hai fatto anche per te. ognuno ha le sue ossessioni, sergio, e per esorcizzarle valgono tutti i mezzi a nostra disposizione. lascio un abbraccio qui anche al nostro franz.

  4. franz krauspenhaar Says:

    bel pezzo, mi ci ritrovo. scrivere è anche per me esorcizzare, lo prova Era mio padre, un esorcismo-romanzo sulla mia famiglia. un abbraccio forte a sergio e ad alessandro.

  5. paola nasini Says:

    caro sergio,
    non ti trovo piu’ dove di solito ci scriviamo, quindi ti cerco qui.
    questo “marchio.come lo chiami tu, penso lo porterai con te tutta la vita, ma ti auguro di portarlo con grazia e dignita’.
    verro’ a milano a fine mese e ti chiamero’.
    un bacio
    paola x

  6. Lucio Angelini Says:

    Dedicai anch’io, tempo fa, un post al suicidio. Qui:

    http://www.lucioangelini.splinder.com/post/20615915/MERAVIGLIOSO

  7. dario Says:

    Albert Caraco: a mio avviso, tra gli scrittori suicidi, uno dei più lucidi e freddi nel teorizzare e pianificare il suicidio. Tenuto in vita solo dall’attesa paziente della morte dei genitori. Non mi pare tu lo abbia mai citato, nei tuoi post.
    Purtroppo è poco tradotto in italia, due libretti adelphi (ed un altro paio di titoli da guida, esauriti): il sublime “Post Mortem”, e “Le Bréviaire du Chaos” – scaricabile, quest’ultimo, in pdf (link da wikipedia)

    http://www.apophtegme.com/IDEES/caracoca.pdf

  8. elena Says:

    Mi colpisce sempre molto, e anche ammiro, questo tuo esporti così candidamente anche nelle cose più private.
    Mi colpisce, perché in una scala da uno a dieci della riservatezza, io mi collocherei allo stadio uno o due, e ammiro perché nel tuo esporti non vedo né egocentrismo, né protagonismo.
    Solo una candida, piana dichiarazione di esistenza e di umanità. Ma ammirevole perché funziona come una mano tesa, aperta verso chi ti legge: io sono questo, io ci leggo, e voi?

  9. la funambola Says:

    caro sergio
    che bellezza divina con dividere quel fantastico “fanatico senza credo quell’eroe dell’ondeggiamento”

    “nati un una prigione, con fardelli sulle spalle e sui pensieri, non arriveremmo mai al termine di un solo giorno se la possibilità di farla finita non ci incitasse a ricominciare il giorno dopo…
    i ceppi e l’aria irrespirabile di questo mondo ci tolgono tutto, tranne la libertà di ucciderci;
    e questa libertà ci infonde una forza e un orgoglio tali da trionfare sui pesi che ci opprimono.
    poter disporre totalmente di se stessi e rifiutarsi di farlo: c’è forse dono più misterioso?
    la consolazione attraverso il suicidio possibile allarga infinitamente lo spazio di questa dimora in cui soffochiamo…e via cantando🙂

    d’alta parte ” non si scrive perchè si ha qualcosa da dire ma perchè si ha voglia di dire qualcosa”
    ergo ti abbraccio e bacio🙂
    la funambola

  10. David-Foster Wallace : Biografia, notizie, gossip, gallerie fotografiche, video Says:

    […] Il marchio del reduce la vie en beige – PeopleRank: 5 – 13-10-2009 Il mio più caro amico nell’ambiente della scrittura, e la persona che sento più spesso in questi ultimi anni, è Franz Krauspenhaar. Siamo molto diversi in tante cose: lui è un impulsivo che si getta a capofitto nelle situazioni e nei rapporti,… Persone nome : Emilio Salgari  Violeta Parra  + vota […]

  11. Jessica-online Says:

    leggere l’intero blog, pretty good

  12. Valeria Cocozza Says:

    Resilienza, è un termine tecnico ingegneristico, prestato alla Psicologia per indicare la capacità delle persone di “autoripararsi”, di resistere alle “forze di rottura”, fà parte della corredo personale con il quale una persona nasce. Si è fortunati ad avere questa capacità, non tutti ne sono dotati, è una risorsa preziosa e profonda, ma non ci rende immuni alla sofferenza, rende solo più capaci di affrontarla. Il suicidio e la morte in genere, non sono temi di gran moda, la nostra cultura li evita come la peste. Questo non ci aiuta, siamo sguarniti soli e incapaci spesso di trovare un senso a qualcosa rispetto al quale ci sentiamo impotenti. Il senso esite, va cercato, e non consiste nella banale accettazione dei fatti. Grazie per aver dato parole ad un’esperienza così personale e per il modo in cui lo hai fatto.

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