Litterature

libreriaIn rete e su carta è tutto un gran parlare di generi letterari, di scaffalature. E’ un mondo di archivisti. L’ultimo nato è il postnoir, e in fondo c’era da aspettarselo, il noir non finirà mai, è un evergreen. Chi la considera solo un’etichetta, una nuova griffe per rifilare al lettore più sprovveduto la solita sbobba di sempre, sostiene che l’unica distinzione che conta è quella fra libri belli e libri brutti, e che questi appartengono indifferentemente ai generi più diversi. All’apparenza, entrambi gli schieramenti armati rifiutano le gerarchie, o perlomeno non le fanno coincidere con un genere specifico, di quelli tradizionalmente codificati; in realtà la gerarchia c’è eccome, solo che è totalmente subordinata al mercato, nel senso che quello è il termine di riferimento, sia che lo si blandisca sia che lo si contesti. Nella coda polemica seguita a un intervento di Giampaolo Simi su Nazione Indiana, alcuni scrittori hanno spiegato l’esigenza delle scaffalature come orientamento alla scelta dell’acquirente, raccontando le personali peripezie quando hanno scoperto che le proprie opere erano state catalogate nei modi più bizzarri e improbabili, magari per ottusa assonanza col titolo. Negli anni, frequentando diversi scrittori, di racconti così ne ho sentiti un fottìo, e ogni volta mi chiedevo: com’è possibile che non si accorgano del ridicolo? Capisco la debolezza di voler controllare se esisti, se piaci, quante copie ci sono in quella libreria e quante sono state vendute, tanto più che quel tipo di dati non viene facilmente diffuso dall’editore. Non so, probabilmente al loro posto io farei lo stesso, ma perché dirlo in pubblico, vantarsene, pensando che quel resoconto ispiri complicità e non compassione? Da semplice lettore, cioè da uno che non ha mai scritto un libro, confesso che per me esiste un genere letterario di serie B. Non è il giallo, la teoria del complotto o il postnoir, e non c’entrano commissari, serial killer o sette sataniche. No, il vero genere letterario di serie B è quello in cui l’autore racconta la sua visita in una libreria alla ricerca di dove hanno posizionato i propri libri. E il peggio del peggio è quando nel finale s’incazza e sfotte il commesso ignorante che ha sbagliato scaffale. Quella sì che è “litterature”, da litter, spazzatura.

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19 Risposte to “Litterature”

  1. Bianca Madeccia Says:

    Dal mio punto di vista, lo scrittore che cerca la sua esistenza in vita tra gli scaffali delle librerie mi fa quasi tenerezza. Trovo molto più fastidioso invece, quello che durante le discussioni, per giustificare peso e consistenza del suo pensiero (la sua esistenza in vita), cita i critici che hanno parlato bene di lui.

  2. franz krauspenhaar Says:

    splendido. bravo sergio.

  3. sergio pasquandrea Says:

    Però alcune catalogazioni in libreria sono davvero divertenti, ad esempio recentemente alla Feltrinelli mi è capitato di vedere “Sintassi italiana” di Edoardo Albinati (un libro di poesie) sullo scaffale dei corsi di lingua e “Storia di San Michele” di Axel Munthe (un’autobiografia) tra le “vite dei santi”. In quei casi, significa che il commesso non si è neanche dato la pena di leggere il retro di copertina o la fascetta, e infatti entrambe le volte l’ho detto ai commessi, che mi hanno guardato un po’ strano. Non sono neanche sicuro che poi abbiano cambiato la collocazione.
    Per il resto, la risposta più bella fu quella che mi diede Davìd Sanchez, un sassofonista jazz di origine portoricana. Gli chiesi dove avrebbe sistemato i suoi dischi, se fra il jazz o fra la musica latinoamericana, e lui rispose: “Dove ti pare, basta che vendano!”.

  4. fernando coratelli Says:

    il noir rimane sempre un everblack.🙂
    battuttacce a parte, grande pezzo, sergio.
    è vero che è troppo triste questa ricerca di sé all’interno di una catalogazione, è un poco come dire: fammi vedere se il mio livello è quadro o dirigente, in ogni caso speriamo di non essere operaio.

  5. alessandro zannoni Says:

    non voglio prendere le parti di raul che non ne ha bisogno, e non voglio neppure darti torto, caro sergio, perchè sui sentimenti altrui non si possono costruire arringhe, però mi viene da dirti che non esiste scrittore che, entrando in una libreria qualsiasi, magari per comprare un libro da regalare, non si soffermi a controllare se ci sono i suoi romanzi. bene, se non li trova chiede “ma li tenete i romanzi di…”, e se lo mandano allo scaffale giardinaggio e apicultura, dove l’hanno relegato fuorviati dal titolo, è chiaro che si incazza e ci rimane male; è chiaro che lo racconterà poi in giro, perchè quella disposizione malsana non gli permette visibilità, non gli permette di vendere, e mina tutto il suo status di scrittore. se poi sfotte il commesso dici che non fa bene? ma hai notato che tipi ci trovi, negli ultimi anni, a fare da commessi? sembra che vengano da marte, viene quasi naturale prenderli in giro. vabbè, sergio, non so neppure io perchè ti ho scritto tutta ‘sta menata, forse ti volevo solo dire che nella tua letteratura di serie b ci possono rientrare tutti gli scrittori italiani.

  6. franz krauspenhaar Says:

    io quando vado in libreria vengo preso dall’ansia. troppi titoli, troppa merda. a me la messa in scaffalatura per generi non piace, lo scrissi anni fa su nazione indiana con un pezzo che non si filò quasi nessuno. detto questo, quanto afferma raul sul post-noir lo capisco, nel senso che il suo discorso non fa, a mio avviso, una grinza. il vero problema è che di generi ce ne sono già fin troppi. è vero che i generi esistono da che mondo delle lettere è mondo delle lettere, ma oggi i generi sono usati in maniera non utilmente classificatoria, benì per confondere, molto spesso, le carte; per spacciare una cosa con l’altra, per assuefare il lettore consumatore. tornando a montanari, io penso che lui non abbia mai scritto dei veri noir. lui si serve di pochi topos del genere per parlare del dolore, della solitudine esistenziale, di argomenti che vengono trattati nei cosiddetti romanzi “mainstream”. l’ho scritto e l’ho detto a lui e ad altri: il suo libro migliore (non ho ancora letto l’ultimo) è Che cosa hai fatto (baldini & castoldi, 2001). ha avuto una gestazione lunghissima. è partito dagli anni 80, a scriverlo. il risultato è eccezionale. è un noir? no nel senso canonico. anzi non è un noir. è un mainstream a pieno titolo, un libro che ti spacca in due, una seria di tableaux vivants del vizio e della disperazione. quasi un francis bacon per iscritto. e allora?

  7. franz krauspenhaar Says:

    bianca: citare un giovanni tesio, un paccagnini, un stefano gallerani, un fulvio panzeri che hanno parlato bene di te (o di me?) fa tenerezza. ho la sensazione che tua sia una tenerezza coi denti.

  8. franz krauspenhaar Says:

    e.c.: la tua. (sorry…)

  9. gianni biondillo Says:

    Dai, Sergione. Questo gioco io lo faccio fin da ragazzino. Trovare i libri nello scaffale sbagliato (come rammenta Sergio Pasquandrea). Quando sei così puntuto dai fastidio, perché in realtà lo sai che gli scrittori sono sopratutto persone, con le loro debolezze. Quante ne potremmo raccontare dei grandi del passato?
    Nessuno si vanta e cerca complicità: anzi, io so di fare compassione, pena, persino schifo. Ma come un alcolista non ne esci da questa perversione. Io non ho mai chiesto ad un libraio dove siano i miei libri, ma se uno scrittore lo fa a me non disturba, fa anzi tenerezza.
    E per assurdo è qui che sta la forza dello scrittore oggi, no? Nella coscienza del, altro che “Lei non sa” semmai, “nessuno sa chi sono io!”
    Eppure continua a scrivere, al posto di fare il tronista.

  10. sergiogarufi Says:

    gianni, alessandro, faccio solo notare che nel mio pezzo riconosco che sono debolezze comprensibili, a tal punto che probabilmente anch’io farei lo stesso, se avessi scritto un libro. detto ciò, per me quei racconti restano cmq pessima letteratura, frutto di un egotismo ipertrofico simile a quello di un tronista.

  11. carrie bradshaw Says:

    spiace dirlo, ma dà molto più fastidio chi si vanta pubblicamente della frequentazione abituale di Grandi Capi Editoriali, mascherandosi dietro bonarie esternazioni fra amici.

  12. gianni biondillo Says:

    “perché dirlo in pubblico, vantarsene, pensando che quel resoconto ispiri complicità e non compassione?”
    questa era la tua domanda.
    Io NON me ne vanto e so di non ispirare complicità. Questa era la mia risposta.

    E questi racconti, fatti su un blog o al bar fra amici, NON sono letteratura. Mai pensato. Il tuo pezzo è malizioso e capzioso. Ma ti vogliamo bene lo stesso.

  13. alessandro zannoni Says:

    sei stato chiaro nel primo post e lo sei pure nell’ultimo, così come credo di esserlo stato io.
    ti abbraccio, sergio.
    alessandro

  14. sergiogarufi Says:

    scusa carrie, non ho capito a chi ti riferisci.

  15. carrie bradshaw Says:

    non a te, Sergio, ma a un commento nel post su NI.

  16. julia Says:

    come definireste naomi klein che scrive da una fabbrica occupata, o arundhati roy che, dopo aver partecipato agli incontri dei movimenti, scrive racconti/romanzi/storie classificati come “sociali” ma tali non sono?
    A ridefinire i generi – addirittura tentando un’invenzione che si basa sulla concezione temporale, oh! -, molto spesso, sono coloro che devono “ricollocarsi”, e non per forza in ambito commerciale.
    può non essere una necessità editoriale – anzi non lo è affatto, visto che l’economia delle major tende a voler ridurre per contenere i costi – ma sì un bisogno di “rinnovarsi” proponendo la stessa scrittura rivisitata.
    da qui il mio primo quesito: piuttosto che collocarsi in una corrente neo/inter/post, perchè non cimentarsi nella narrativa che attinge al proprio percorso letterario, occhi sulla realtà compresi?
    è da tempo che, osservando gli scrittori italiani, sono costretta a fissare ombelichi che non mi dicono nulla del mondo.
    se proprio dovessi catalogare (essendo borgesiana dovrei?) fisserei un paio di paletti: “scrittura egotica” e “scrittura militante”.
    son forzature, ovvio.

  17. franz krauspenhaar Says:

    ma spesso la scrittura militante è egotica. almeno mi pare. non se ne esce?

  18. julia Says:

    mi scuso per i miei tempi lunghi, sono militante urbana che trova ristoro nella rete “in ore pasti”
    se ne esce se diamo all’egotismo il senso che ha, l’ideale incarnato, la storia che discende dall’alto.
    (nota a latere: non chiamo spirito ciò che ha corpo ma ideale ciò che attinge da entrambi)

    la scrittura militante, di contro, risponde dal basso, si intrufola in penne che passano di mano in mano, batte il ferro finché è caldo ed è collettiva.
    ecco, questo è un punto controverso perché, in italia, la scrittura collettiva fa pensare ad esperienze già consumate: scritture a più mani, pubblicazioni congiunte, racconti comuni.
    la scrittura militante, invece, è quella che scaturisce da una mano che racconta la vita di molti.
    ora, forzando, come dissi nel mio precedente commento, e dovendo catalogare – operazione mai da me realizzata – vengo a contrapporre un’idea individuale ad una collettiva.
    Può sembrare che la classificazione in genere, vecchia o nuova che sia, sia azione di accomunamento ma così non è.
    E’, di per sè, un’azione divisoria, elitaria, democratica sì, ma con il significato che si dà oggi alla democrazia rappresentativa secondo cui i candidati (e quindi gli autori annoverati nella corrente o spiffero, sì rende meglio) da eleggere sono quelli individuati e proposti da un’elite autoproclamata.
    Tale classificazione è tipica di chi scrive lontano dalla piazza. Tale definizione, neo/inter/post, è distante dallo spazio.
    Ed è per questo che si affida al tempo.

  19. VIZIO-VO320E Says:

    splendido. bravo sergio.😛

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