La realtà aumentata

Quello della “realtà aumentata” è un concetto abbastanza recente, nato sulla scia degli ultimi progressi tecnologici in fatto di comunicazione. L’espressione fa riferimento agli strumenti che arricchiscono di immagini e informazioni la reatà che ci circonda, per esempio posizionando un pc o un cellulare in un determinato spazio e ottenendo, da questo semplice spostamento, maggiori informazioni su quel luogo o immagini dello stesso in un’epoca precedente. In un certo senso è l’opposto della realtà virtuale, perché  questa inserisce l’uomo in un contesto simulato, mentre la realtà aumentata integra oggetti virtuali in una scena concreta. Il livello rimane dunque quello della realtà sensibile, ma questa viene arricchita di informazioni e oggetti inesistenti. 

Leggendo questo post di Gianni Biondillo sulla morte di Brenda, il transessuale coinvolto nello scandalo Marrazzo, mi è venuta in mente la realtà aumentata. Difatti lo stile del pezzo, a mio avviso enfatico e ridondante, sembrava voler sopperire a un deficit emotivo, quasi che l’autore non considerasse di per sé sufficientemente tragica la fine del brasiliano. Oltre allo stile, anche la scelta dei dettagli relativi alla scena del crimine – il minuscolo appartamento in via Due Ponti – sembrava dettata da questa finalità. E in questo caso l’enfasi paradossalmente si cercava per sottrazione, una sorta di iperbole diminutiva. Mi riferisco alle dimensioni del “buco”, dichiarate da Biondillo di 10 mq. In base a una mia ricerca su google circa la misurazione del monolocale apparsa su tutte le maggiori testate (Il Corriere, La Repubblica, Il Messaggero, Il Tempo, La Stampa, Il Giornale), questa variava dai 30 mq, ai 20, ai 18, ai 16 fino ai 10 mq scelti da Gianni. Perché proprio la minore, dando per scontato che non l’abbia misurato lui stesso? A mio parere per “aumentare” l’effetto emotivo nel lettore.

Ciò che è centrale qui è il tema delle modalità della rappresentazione del dolore. Un mio vecchio pezzo sul documentario The Bridge, nel quale venivano filmati alcuni suicidi dal Golden Gate di San Francisco, intendeva appunto denunciare l’estetizzazione del dolore operata dal regista, con la scelta di dedicare il gran finale al suicidio ritenuto più “bello”, il volo d’angelo all’indietro perfetto di Gene Sprague, quasi una citazione del finale di Alien 3°. Quello che non mi piaceva in quel film, e non mi è piaciuto nel pezzo di Biondillo, era appunto la retorica ad effetto, volta a manipolare e condizionare i sentimenti di chi guarda, come in fondo fanno certi programmi tv con i c.d. casi umani, la cinepresa che indulge sul dettaglio pietoso, che quasi cerca di provocare le lacrime. Quell’empatia forzata io la sento subdola e ricattatoria.  

Al cinema i due poli opposti (ma ce ne sono molti altri intermedi, certo) di questa modalità di rappresentazione del dolore potrebbero essere – volendo prendere in esame pellicole dall’impianto formale simile – Short cuts di Altman e Magnolia di Anderson, entrambi film corali e polifonici che affrontano temi drammatici, ma nel primo caso con uno sguardo da entomologo, con un linguaggio freddo da referto autoptico, e nel secondo con un’enfasi molto maggiore, si pensi solo alla presenza invadente della colonna sonora che sottolinea tutti i passaggi più drammatici. Io mi riconosco di più nella confraternita potativa (da cui i tagli di Altman), quella in levare, che sottrae invece di prediligere l’accumulazione di elementi patetici, e credo che quanto più un tema è tragico (e quello di Brenda lo era incontestabilmente), tanto più le parole del commentatore devono essere attente, riguardose, non devono calcare la mano. Anche perché non ce n’è bisogno, la storia è già abbastanza tragica di suo.

La mia in sostanza è la posizione di Antonio Pascale nel saggio Il responsabile dello stile (incluso ne Il corpo e il sangue d’Italia, minimum fax), in cui si cita la celebre stroncatura di Rivette a Pontecorvo a  proposito del famigerato carrello di Kapò. In arte una retorica analoga è quella di Niccolò dell’Arca nel Compianto sul Cristo morto, con il viso e i gesti stravolti della Maddalena (vedi foto), a cui oppongo il pudore della Maddalena vista di spalle nella Crocifissione del Masaccio, la scelta di non esibire lo strazio, la disperazione intuita, suggerita, non sbattuta in faccia per commuoverti. Questo tipo di retorica per me ha molte affinità con la “realtà aumentata”, ma mentre in ambito tecnologico questa è un servizio offerto all’utente, qualcosa che lo arricchisce e lo aiuta a meglio comprendere la realtà presa in esame, in ambito artistico si tramuta in un disservizio reso al fruitore, qualcosa che non vuole farlo ragionare ma solo gestire i suoi sentimenti trattandolo come un burattino.

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10 Risposte to “La realtà aumentata”

  1. lisa Says:

    Io mio malgrado mi riconosco una certa tendenza alla retorica ma la mia reazione al pezzo di Biondillo è stata simile alla tua e me ne sono chiesta il perché.
    A me sembra che Biondillo nell’evitare di fare di Brenda il personaggio che in fondo gli era stato richiesto sia caduto nell’eccesso opposto, ne ha creato un altro lucidando la sua miseria facendola sembrare più “normale” non più torbida ma semplicemente miseria, più simile ad una qualsiasi nostra miseria.
    Il punto è che la morte ci rende indulgenti, non so perché, se ci pensi negli elogi funebri ogni esistenza appare esemplare o almeno meritevole di compassione.
    In più in questa vicenda a me sembra che i suoi protagonisti e la vicenda stessa abbiano identità mobili, adattabili. Tu notavi la scelta di Biondillo dei 10mq, ma anche Cafasso che prima era raffigurato nella sua foto segnaletica ora ci viene proposto sorridente a cena con gli amici, e perfino Marrazzo sembra un qualsiasi signore di mezza età nelle strade romane, e quella che era scoppiata come una questione etica aggravata dal fatto che coinvolgesse un rappresentante istituzionale ci stiamo abituando a considerarla uno dei tanti gialli che in fondo c’intrigano ma da cui ci sentiamo distanti. Infatti forse la cosa più disturbante per me è stata proprio la richiesta del pezzo solo dopo la morte di Brenda perché a quel punto non era importante aderire alla realtà ma scegliere a quale tipo di realtà adattare la vicenda, e non sarebbe stata comunque reale ma solo possibile.
    Io non so cosa avrei scritto al posto di Biondillo, probabilmente non lo avrei scritto per niente il pezzo e forse avrei scritto qualcosa sui motivi che me lo avevano impedito, ma di certo non potrei dirlo.
    lisa

  2. p. ferrucci Says:

    A volte bisognerebbe avere il coraggio di non scrivere, secondo me. Dire di no e basta. Soprattutto ai giornali.

  3. gianni biondillo Says:

    Partiamo da un dato tecnico, Sergio. Io ho scritto 10 mq perché l’ho letto sul giornale. Se avessi letto 50 mq avrei scritto 50 mq. Per l’esattezza ho trovato, su due siti differenti, due dati: un diceva 10 e un’altro 8. Ho preferito il dato più ampio per evitare, appunto, di “prenderci gusto”. In quel momento, mentre scrivevo, ho fatto l’errore di fidarmi di un giornalista, d’altronde, come dici tu, mica lo potevo misurare il locale, qui da Milano. Guardando le prime fotografie che c’erano su internet mi sembrava verosimile. E comunque non era quello il centro del mio pezzo.
    Quindi, in un certo senso, cade la tua teoria: a meno che tu non voglia dire che io lo abbia fatto apposta, con malizia. E qui o ti fidi o non ti fidi. Il tuo, comunque, mi sembra un argumentum ad hominen, che si allontana dal puro oggetto in discussione per attaccarsi ad un particulare che diventa peculiare e strutturale di una teoria.
    Detto ciò: il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca è stata una delle esperienze estetiche più alte che mi siano mai capitate nella vita. Non c’è volta, quando sono a Bologna, che non torni a vederlo. La capacità di anticipare il barocco di oltre un secolo mi sconvolge ogni volta. E la Crocifissione del Masaccio? Emozione estetica della stessa intensità. Capodimonte è anche per questo quadro una mia meta fissa. Per dire cosa?
    Che abbiamo modi di versi di intendere l’arte, ovvio. Tu ce l’hai seguendo gli aut aut: “o” questo “o” quello. Se ami questo non puoi apprezzare quello. E’ una modalità eclusiva. Io ce l’ho inclusiva: “e” questo “e” quello. Questo fa parte della nostra storia personale, certo.
    La tua cultura di riferimento, il tuo humus è (non c’è accezione negativa aprioristica) borghese. Della società delle buone maniere, quella della misura, del pudore, della repressione delle emozioni. Quella che distingue il gusto (che è delimitato, borghese) dal cattivo gusto (che è tutto il resto). Quella che distingue l’arte dalla vita, mito profondamente kantiano.
    L’intellettuale borghese esprime e autentica solo la sua classe di provenienza, non accetta un universo estetico differente dal suo, ha la certezza che il suo sia l’unico coerente. L’intellettuale borghese odia l’uomo-massa, è individualista. Perché, innanzitutto ha paura, una paura panica, di essere egli stesso un uomo massa. (ed è curioso come nella cultura di massa proprio questo atteggiamento sia il più ricorrente. La massificazione della presa di distanza da parte degli oggetti di massa, la ricerca dell’esclusivo, da regalare in centinaia di migliaia di copie. Un bel cortocircuito, direi).
    E’ la cultura del collezionista, la cultura della tassonomia, del distinguo. Di chi diventa massimo perito e autentificatore di uno, due, non più di tre autori, artisti, di chi conosce solo e soltanto un territorio perfettamente delimitato. Uguale, in fondo, sia per chi fa expertise ad altissimo livello che per chi fa storia locale.
    Tu sei più naturaliter crociano, io gramsciano. (è una banalizzazione, lo so. Ed ho massimo rispetto per le opere di Croce, lette in tempi non sospetti).
    Nella mia inclusività (è un modo di essere, che ha a che fare con il nostro vissuto, insisto) trovo naturale l’utilizzo di ogni strumento retorico che ho a disposizione. Non credo che tutto debba essere in forza di levare. Non ho paura, laddove occorra, ad utilizzare l’enfasi. Non è il male assoluto, per me. (oggi, tral’altro, trovo molto più pericoloso lo smodato uso dell’ironia a tutti costi, della posa cinica, del ghigno ad oltranza).
    Cosa sarebbe Withman, per fare un esempio su mille, senza l’enfasi? E per questo è meno vero, meno poetico?

    Di fronte alle prefiche che piangono e si strappano i capelli al passaggio del feretro tu inorridisci, per la teatralità enfatica del gesto. Io, che ho una cultura popolare ed ho vissuto fin da bambino quelle modalità, so quanto siano veri e dolorosi quei gesti. Come possano essere catartici. Riti di passaggio dovuti.
    Io sento che ho il diritto-dovere di poter usare tutto l’armamentario retorico che migliaia di anni di storia della cultura mi ha messo a disposizione. Sento il diritto di sottostare alla dittatura esetica di un certo Novecento – che ammiro dal profondo – ma che oggi mi pare sia diventato una sorta di accademia dell’antiaccademia. Di volta in volta, di contesto in contesto, sento la necessità di scrivere in forme e modi differenti.
    Nulla a che vedere, ben inteso, sulla riuscita del mio fare scrittura. Dico ciò non perché ti voglia convincere. Siamo come lo scorpione dell’aneddoto. E davvero, a questo livello, i gusti sono gusti. Hai il sacrosanto diritto di dire “non mi piace”. Quello che mi ha indispettito, te lo dico davvero in amicizia, è come tu sia entrato a gamba tesa nei commenti su NI, con un argumentum ad personam, su di me, in toto, o su chi ha, invece, apprezzato.
    Ma anche questa, forse, è solo una mia impressione.
    Ti saluto, ho da tornare nelle vita reale non quella allargata. Spero che, in ogni caso, tu abbia apprezzato lo sterminato numero di sottese citazioni con cui ho asfaltato questo commento.

  4. gianni biondillo Says:

    errata corrige: Sento il diritto di NON sottostare alla dittatura esetica di un certo Novecento

  5. p. ferrucci Says:

    Una cosa vien da chiedermi: la “dittatura estetica di un certo Novecento” che cosa ha “dittato”, alla fine? In genere la dittatura irreggimenta le masse, mentre questa mi sembra abbia fatto ben poco, visto che continuano a imperare l’enfasi e la pacchianeria, oggi forse più di ieri. (non solo in letteratura, ma in generale)

  6. gianni biondillo Says:

    Dai, Ferrucci, non fingere di non capire. La critica letteraria vive dentro un guscio di noce e si crede padrona del mondo. Ma è dentro al guscio che si stila l’elenco dei buoni e cattivi. Il mondo là fuori non interessa, continuerà a vivere di pacchianeria, come tu dici. Ma l’elenco dei dannati e dei salvati (ecco l’atto imperativo) si passa poi di generazione in generazione, si fa sussidiario scolastico.

  7. p. ferrucci Says:

    In effetti è come dici, Biondillo, lo so. Il fatto è che questo credersi padrona del mondo dentro un guscio, stilando l’elenco dei buoni e cattivi che passerà da una generazione all’altra attraverso i sussidiari, mi dà un effetto molto straniante. Anche perché ho il sospetto che il numero dei critici che vivono e tramandano stando nel guscio diminuirà sempre, mentre il mondo là fuori continuerà a espandersi mangiando sempre più spazio. Se le cose andassero così si avrebbe l’estinzione, e rimarrebbero solo i critici “un tanto al metro” che annusano e sfogliano. In nome della semplificazione ed “elementarizzazione” universale.

  8. sergiogarufi Says:

    Caro Gianni, leggendomi da molto tempo saprai sicuramente che amo i paradossi, le contraddizioni, gli ossimori. La citazione di Gide che ha innescato tutta la polemica era un paradosso arguto: i “buoni” sentimenti fanno la “cattiva” letteratura. Un’altra citazione che avrei potuto usare è quella – ora non ricordo di chi – che dice: “il brutto nasce dal desiderio di abbellire”. A me colpiscono molto queste cose. Se ci fai caso quasi tutti i miei pezzi sono incentrati su questo. L’antielitismo, un tema su cui ci siamo già scontrati in passato, è una sintesi folgorante e paradossale dell’Italia di oggi. Fa capire come il berlusconismo sia una malattia che affligge pure la sinistra radicale o presunta tale. Mostra come certe posizioni dell’oltranzismo femminista coincidano con la peggiore misoginia di destra. Denuncia in modo inequivocabile come il populismo sia la cifra retorica di entrambi gli schieramenti, oltre ad essere quanto di più lontano ci sia dal c.d. popolo. A te piace presentarti come l’interprete della massa, la vox populi. Il riferimento al tuo vissuto, Quarto Oggiaro ecc, è presente massicciamente sia nei tuoi gialli che nei commenti, così come, più di una volta, tu ami ritrarmi come il borghese benestante. E qui c’è la prima contraddizione. Mi accusi di essere uno da aut aut e nel contempo fai tutto un discorso di aut aut. Croce vs. Gramsci, borghesi vs. proletari, inclusivi vs. esclusivi e quant’altro. La prima cosa che mi viene da obiettarti è che ti devi mettere d’accordo. Per anni, quando stavamo insieme su NI, io ero descritto come il terzista, quello che non si schiera mai, che non prende posizione, e ora improvvisamente tutto ti è diventato chiaro: sono l’opposto. Ricordo le polemiche fra wuminghiani e primoamoristi, quando non si riusciva a collocarmi avendo io criticato entrambi, ma potrei ricordarti i famigerati appelli, nei quali tu eri sempre in prima fila mentre io mi astenevo, e mi astenevo perché detesto le dicotomie manichee, il di qua o di là, l’aut aut che tanto ti piace. Pubblicai pure un pezzo di Manganelli contro i sotto-scrittori degli appelli, in cui diceva una cosa in cui ho sempre creduto, e cioè che ragionano per esclusione: aderisco o non aderisco, quando invece il compito precipuo dell’intellettuale sarebbe quello di distinguere, analizzare la complessità dei fenomeni, mostrarne le infinite sfumature, la gamma cromatica molto più ampia del semplice bianco e nero. Gli esempi che ho fatto con Masaccio Altman ecc dichiaravano una predilezione personale, non buttavano a mare il resto, tant’è che erano tutti esempi “alti”. Ora, se sai che amo pochi scrittori ricorderai che fra questi, oltre a Manganelli, c’è pure Borges. Anzi, forse Borges è stato il mio primo grande amore. Ecco, Borges rifiutava Croce, la sua estetica dell’espressione, che è incompatibile con l’idea che l’arte sia comunione, non comunicazione. Son cose su cui ho scritto diverse volte, nessuno è tenuto a conoscerle ma se serve dimostrare la mia avversione a quell’estetica posso linkare una decina di miei interventi in questo senso. Ad ogni modo queste sì che sono discussioni oziose, pura accademia. Mi limito solo a contestarti alcune affermazioni riguardo la discussione su NI. Primo: io non inorridisco davanti alle prefiche, ma davanti alla tv trash del caso umano. Poi, se dichiaro che un post non mi è piaciuto e lo argomento con una citazione (e all’università insegnano che le citazioni sono argomenti), e subito dopo mi sfotti perché ho citato senza accorgerti che tu stesso citi, converrai che la cosa risulta vagamente comica. Ancora più comico è stato l’intervento di Helena, che mi ha rimproverato la citazione abusata sorvolando sulla tua che era ancora più abusata. Ora, se uno mi dice che è allergico al polline ma poi quest’allergia lo affligge solo sotto casa mia e non sotto casa tua, dove cade lo stesso polline o di più, uno come minimo si chiede la ragione di questa stranezza, e fa notare la svista, sulla quale ovviamente si è taciuto. Ma vabè, fa parte della dialettica in rete, dove non conta ragionare ma vincere. Facci caso, sono forse l’unico che si spende fino allo sfinimento, fa mille esempi e ragionamenti per illustrare un giudizio. Gli altri – e vedo che su NI il giochino continua tutt’ora – si schierano da una parte o dall’altra, fanno l’aut aut che tu rimproveri a me, e più o meno i loro commenti ripetono sempre lo stesso profondissimo concetto: “ha ragione X e chi lo nega è un pirla”. Bearsi di questi anonimi laudatori, a volte campioni del peggior nicodemismo, è poco intelligente e ancor meno utile. Meglio sarebbe interrogarsi sulle ragioni del rifiuto del giornale, al di là delle diplomatiche motivazioni addotte, e magari in futuro documentarsi un po’ di più che non su due siti. L’ho fatto io consultando i maggiori giornali per commentare su un semplice blog, a maggior ragione dovrebbe farlo chi deve scrivere un articolo su un quotidiano nazionale. L’amicizia, per come la intendo io, non è una continua assoluzione.

  9. gianni biondillo Says:

    Ma figurati, Segio, altrimenti mica starei qui a parlare con te.
    Però mi devi eprdonare, sono appena tornato da un viaggio di 3 giorni e cado dal sonno. Spero di riprenere con calma il discorso.
    (io non ho nulla, in senso stretto conC roce, era un orizzonte quello che descrivevo,e dicevo pure che era una banalizzazione, ne sono consapevole)
    (io faccio citazioni dalla mattina alla sera, non è il citare il problema. mai. E’ l’atteggiamento un po’ da “principio d’autorità” che mi disturba. Che nel mio pezzo m’era uscito manzoni era stato fatto con la stessa passione di quando tu citi, per dire Borges. perché loro l’avevano”detto nel modo giusto”. ma se io avessi scritto, dopo la implicita citazione, “come dice Manzoni” ecco che lì dentro lo avrei trovato non stucchevole, narciso, autocompiacente)
    (io mi schiero politicamente, è vero, ma nel discorso artistico le mie posizioni non sono manichee. E, soprattutto giudico me stesso. Se Nori pubblica su Libero, per dire, io non gli faccio un processo. Io su Libero non ci scrivo, ma lui deve rispondere solo a se stesso, non certo al processo del popolo)
    Ma basta, mi si incrociano gli occhi.

  10. gianni biondillo Says:

    “ecco che lì dentro lo avrei trovato non stucchevole, narciso, autocompiacente”

    quel “non” ovviamente non esiste. Straparlo (anzi, strascrivo)

    p.s. oggi, tra l’altro, a me la borghesia (sopratutto a milano) “illuminata” manca da morire.

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