Archive for dicembre 2009

Licealità

dicembre 31, 2009

pecoraro Francesco Pecoraro è un commentatore assiduo di Nazione Indiana col nick tashtego (da cui l’omonimo blog) o col proprio nome, oltre che autore di una bella raccolta di racconti (Dove credi di andare, Mondadori) che ebbe un discreto successo presso gli addetti ai lavori vincendo pure qualche premio. Io e lui ci siamo scontrati spesso, soprattutto all’epoca in cui facevo parte della redazione di quel blog. Mi sembra che il primo nostro diverbio riguardasse Cioran. Di un mio pezzo lui aveva contestato con veemenza la frase secondo cui per il rumeno “fra Dio e il Nulla vi è un vincolo strettissimo“, consigliandomi in sintesi di tener “giù le mani da Cioran” e di farmi le mie “indebite inferenze” con altri. Ora, chiunque conosca un minimo l’opera del rumeno sa che la mia affermazione può essere criticata al massimo come un’ovvietà, non certo come un travisamento del suo pensiero, dato che quasi tutti i suoi libri sono pieni di considerazioni simili. Ad ogni modo, dopo quell’episodio ci furono altri motivi di polemiche. Il fatto è che lo si trova ovunque, che si parli di quote latte, suicidio assistito, marcatura a uomo, fecondazione artificiale, razzismo o vene varicose non c’è argomento sul quale taccia, ha la vocazione dell’opinionista che vuol sempre dir la sua. E la sua, guarda caso, è quasi sempre in contrasto con quella degli altri, come se un complimento gli costasse sangue e sudore. La cosa divertente è che l’offesa che rivolge più frequentemente ai suoi interlocutori è la c.d. “licealità”, intendendo con ciò l’attitudine un po’ muffita a sentirsi superiori agli altri. A me ricorda a volte il signor Müller menzionato da Karl Kraus, uno spettatore delle prime teatrali berlinesi che già mentre si alzava il sipario all’inizio della rappresentazione urlava sdegnato dalla platea: “Che porcheria!” Ultimamente, non senza una certa inquietudine, mi accorgo di essere d’accordo con molti suoi interventi.

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Economia espressiva

dicembre 31, 2009

L’unica cosa che non approvo, di molti film dei Coen, è l’espressione ebefatta di tanti loro personaggi. La catatonia afasica che li contraddistingue. La trovo poco rappresentativa dell’oggi. La foto riguarda una pellicola ambientata decenni fa, ma a ben vedere quella cifra stilistica la ritroviamo identica pure in opere più attuali, come Fargo o Il grande Lebowski. La trovo poco rappresentativa perché secondo me se c’è qualcosa che accomuna l’uomo medio occidentale è proprio la logorrea inarrestabile, l’horror vacui verbale. Ricordo che prima di Natale, preso da mille impegni per lo sgombero dell’attività, mi sembrava che il mondo si divertisse a farmi da tappo. Dovunque andassi – in posta, in farmacia, in banca – c’era sempre qualcuno davanti che sentiva il bisogno di parlare, di aggiungere qualcosa di personale a quell’attività neutra (pagare un bollettino, comprare un farmaco, versare un assegno). Se in auto chiedevo un’informazione a un passante, tipo dov’era la tal via, questi anche per rispondermi che non lo sapeva impiegava almeno un minuto. E’ come in quelle interviste televisive in cui se si deve soltanto assentire più nessuno risponde semplicemente ““, ma “assolutamente sì“. Ecco, per me l’avverbio è come l’h di Rho, un riempitivo. Beninteso, tutti spesso ci dilunghiamo nel raccontare i cazzi nostri, come me adesso, ma è la circostanza che fa la differenza. Chi viene qui lo fa per sentire cosa penso, chi va in farmacia (o in posta, o in banca) lo fa per motivi pratici ben definiti. Insomma, più passa il tempo e più apprezzo l’economia espressiva, il levare, e forse la passione per le figure scarnificate di Giacometti, il laconismo di Borges e Cioran e le centurie manganelliane, nasce proprio da qui. E’ che mi riconosco in quella confraternita potativa, ne apprezzo le finalità di sintesi, il rispetto per chi ti ascolta. Anche per questo mi ha fatto piacere essere stato invitato a collaborare a questo nuovo blog dai suoi curatori. Mi sa che finirò come il viennese Peter Altenberg (al secolo Richard Engländer), che negli ultimi anni della sua vita si limitò a scrivere aforismi su cartoline e prose liriche d’amore composte unicamente dal nome e indirizzo della donna amata.

Citazioni e percentuali

dicembre 29, 2009

Anni fa citai una celebre battuta di Edward Hamilton Waldo (più noto col nome d’arte di Theodore Sturgeon) in un post su Nazione Indiana. Questi, che era un autore americano di fantascienza, alla domanda sulle ragioni per le quali uno scrittore talentoso come lui si limitasse a scrivere libri di genere, che per il 90% sono merda, rispose che “il 90% di qualsiasi cosa è merda”. Da allora questa battuta è diventata un tormentone sui lit-blog. Le cose curiose sono due: la prima è che la citano spesso gli stessi che mi rimproverano di citare troppo, e che a voce mi hanno confessato di averla appresa da me. E la seconda è che, quando la citano, la prendono alla lettera. Per me, sin da allora, aveva invece valore di paradosso logico, tipo quello del cretese che afferma che tutti i cretesi sono bugiardi, perché quando la enunci tutti si dichiarano d’accordo, ti guardano col sorriso complice, vale a dire che il 100% è convinto di far parte di quel 10% di umanità virtuosa. Ma si può calcolare aritmeticamente la quantità di umanità virtuosa? In generale non amo le dichiarazioni perentorie che fondano la loro autorevolezza su cifre e percentuali totalmente arbitrarie, però per una volta voglio fare un’eccezione, ed estrarre da un episodio storicamente accertato una morale. Quando nel 1931 Mussolini pretese dai docenti universitari il giuramento di fedeltà al regime fascista, solo 12 professori su 1200 si rifiutarono, perdendo così carica e stipendio. Questi furono Ernesto Buonaiuti (Storia del cristianesimo), Mario Carrara (Antropologia criminale), Gaetano De Sanctis (Storia antica), Antonio De Viti de Marco (Scienze delle finanze), Piero Martinetti (Filosofia), Bartolo Nigrisoli (Chirurgia), Francesco Ruffini (Diritto ecclesiastico), Edoardo Ruffini-Avondo (Storia del diritto), Lionello Venturi (Storia dell’arte), Giorgio Errera (Chimica), Giorgio Levi della Vida (Lingue semitiche comparate) e Vito Volterra (Fisica matematica).  A me ha sempre colpito quella coincidenza numerica: l’1%. Forse la verità è ancora più cruda e impietosa di quanto Sturgeon sostenne.

La prima e l’ultima

dicembre 20, 2009

Figure carismatiche

dicembre 19, 2009

Peccato per la foto, il primo piano stretto da pensatore che si tiene le tempie per il tanto rimuginare se no scoppiano. Avesse scelto una posa come quella di Feyerabend mentre lava i piatti, con la didascalia “il filosofo al lavoro”, ne avrebbe guadagnato parecchio. E peccato per certe tisanerie da oroscopo che ogni tanto gli scappano quando discetta di relazioni sentimentali nella sua rubrica settimanale su D di Repubblica. Peccato perché quando vuole, e parla d’altro, dice cose illuminanti. Sul ferimento del premier, per esempio, le parole più sagge sono state le sue, quando ha spiegato la natura delle personalità carismatiche, che producono consensi e dissensi a livello emotivo, e ha avvertito circa la pericolosità di un potere politico di questo tipo. Pericolosità per sé, nel senso che attira soggetti paranoici (vedi il caso di John Lennon) che lo identificano come un idolo o un bersaglio, insomma un oggetto fobico, e pericolosità per la democrazia, che si fonda sulla dialettica del confronto e sullo spirito critico. En passant, un discorso simile si potrebbe fare per la letteratura. Anche qui ci sono “figure carismatiche” (espressione di per sé neutra, e a prescindere dal fatto che quel carisma lo si cerchi ed ottenga deliberatamente attraverso gli strumenti del consenso oppure semplicemente càpiti), tipo Saviano e Moresco, intorno alle quali lo scontro emotivo spesso prevale sul confronto delle idee. Io resto dell’avviso che i termini fan e persecutore siano in fondo sinonimi dei quali è bene diffidare.

Imbarazzi

dicembre 10, 2009

Tempo fa, leggendo Batticuore fuorilegge di Scarpa, sono arrivato al punto in cui racconta l’episodio della naja, che considera la cosa più imbarazzante della sua vita. Se non sbaglio nel finale invita i lettori a ricordare il proprio “episodio imbarazzante”, e così mi è venuto in mente il periodo in cui scrivevo per quotidiani e settimanali nazionali, come Il Domenicale e Liberazione. Ovviamente in 46 anni ho fatto ben di peggio, però siccome qui si parla di scrittura quello è sicuramente il mio “episodio imbarazzante”.

In Harry a pezzi di Woody Allen c’è una scena divertente in cui lui va all’inferno in ascensore. A ogni piano della discesa le porte si aprono e una voce spiega che tipo di peccatori ci sono, per cui dagli scippatori si passa ai rapinatori giù giù fino ai serial killer e ai pedofili. All’ultimo piano, dov’era destinato, scopre che il suo compagno di pena è l’inventore degli infissi in alluminio anodizzato. Ecco, per me scrivere su carta ha significato qualcosa di simile. Quando collaboravo col Domenicale mi imbarazzavano tante cose: la proprietà di Dell’Utri, i circoli della Brambilla, ma anche cose apparentemente più neutre, culturali, per esempio l’accostamento alle recensioni di Massimiliano Parente, o il fatto che lì Darwin fosse dileggiato quanto Fassino.

Prima di andarmene dal Domenicale, dove uscirono in tutto 10 miei pezzi, iniziai a scrivere per Liberazione, che sui maggiori lit-blog invece riscuote grande rispetto, e confesso che pure questa collaborazione mi provocò qualche imbarazzo, tant’è che alla fine smisi. Mi imbarazzava vedere Sansonetti a Porta a Porta sostenere che Berlusconi e De Benedetti in fondo pari son. Mi imbarazzava scrivere sulla terza pagina di un giornale che nella prima esultava per la vittoria di Luxuria a l’Isola dei famosi. Mi imbarazzava leggere la caporedattrice Angela Azzaro che difendeva Fabrizio Corona. Mi imbarazzava Ritanna Armeni schierarsi con Mara Carfagna contro Sabina Guzzanti. Mi imbarazzava che mi pagavano, quando mi pagavano, 9 mesi dopo la pubblicazione. Insomma, mi imbarazzavano tante cose, così non gli mandai più niente e credo che neanche se ne siano accorti.

Oggi, a furia di imbarazzarmi a scrivere a destra e a sinistra, ho finito per ritirarmi nell’aventino virtuale di questo blog dove non devo render conto a nessuno. E’ vero che il contesto condiziona il testo, e che certi luoghi ipotecati semanticamente rischiano di fagocitarti, però credo che sia sempre possibile sovvertirne il segno negativo. Per tornare a Scarpa, ricordo quando partecipò alla trasmissione di Marzullo dopo la vittoria allo Strega. Molti glielo rimproverarono, ma io esultai vedendo che, alla solita domanda su quale fosse la sua canzone preferita, rispose: “se sei scemo ti tirano le pietre”. Fu una scena surreale guardare la “bella, brava e pronta” Giovanna Bizzarri suonare quel pezzo fra la costernazione del conduttore. Ma certo, ci vuole uno bravo come Tiziano per riuscirci. E se perfino uno bravo e famoso come lui è costretto a giustificarsi per aver pubblicato su Libero un articolo bellissimo  perché a sinistra lo snobbano, allora forse sarebbe il caso di prestare più attenzione al cosa che al dove. Anche perché, di solito, le solenni promesse di non pubblicare mai per certe testate somigliano molto al voto di castità di un eunuco.

Il fazzoletto di Herta

dicembre 10, 2009

di Herta Müller

Hai un fazzoletto?, chiedeva la madre ogni mattina sul portone di casa, prima che io uscissi in strada. Non ne avevo. E poiché non ne avevo, tornavo di nuovo in camera e mi prendevo un fazzoletto. Ogni mattina non ne avevo, perché ogni mattina attendevo la domanda. Il fazzoletto era la prova che mia madre di mattina mi proteggeva. Nelle successive ore e faccende del giorno ero affidata a me stessa. La domanda hai un fazzoletto era una tenerezza indiretta. Una diretta sarebbe stata imbarazzante, una cosa simile era insolita presso i contadini. L’amore si è travestito da domanda. Solo così si lasciava dire in modo, con un tono perentorio come le fatiche del lavoro. Il fatto che la voce fosse brusca, enfatizzava ancor di più la tenerezza. Ogni mattina mi trovavo davanti al portone senza un fazzoletto e una seconda volta con un fazzoletto. Solo allora uscivo in strada, come se col fazzoletto ci fosse anche la madre. (more…)