Il fazzoletto di Herta

di Herta Müller

Hai un fazzoletto?, chiedeva la madre ogni mattina sul portone di casa, prima che io uscissi in strada. Non ne avevo. E poiché non ne avevo, tornavo di nuovo in camera e mi prendevo un fazzoletto. Ogni mattina non ne avevo, perché ogni mattina attendevo la domanda. Il fazzoletto era la prova che mia madre di mattina mi proteggeva. Nelle successive ore e faccende del giorno ero affidata a me stessa. La domanda hai un fazzoletto era una tenerezza indiretta. Una diretta sarebbe stata imbarazzante, una cosa simile era insolita presso i contadini. L’amore si è travestito da domanda. Solo così si lasciava dire in modo, con un tono perentorio come le fatiche del lavoro. Il fatto che la voce fosse brusca, enfatizzava ancor di più la tenerezza. Ogni mattina mi trovavo davanti al portone senza un fazzoletto e una seconda volta con un fazzoletto. Solo allora uscivo in strada, come se col fazzoletto ci fosse anche la madre.

E vent’anni dopo ero da sola per conto mio in città, a lungo, traduttrice in una fabbrica d’ingegneria meccanica. Mi alzavo alle cinque di mattina, alle sei e mezzo iniziava il lavoro. Al mattino sopra il cortile della fabbrica echeggiava l’inno dall’altoparlante. Nella pausa pranzo i cori operai. Ma gli operai, che sedevano a mangiare, avevano occhi vuoti come latta bianca, mani imbrattate d’olio, il loro cibo era avvolto nella carta da giornale. Prima di mangiare il loro pezzetto di speck, grattavano via col coltello il marchio nero dalla crosta.

Passarono due anni secondo la solita routine, un giorno uguale all’altro. Il terzo anno era terminata la monotonia dei giorni. In una settimana venne per tre volte nel mio ufficio, di mattina presto, un uomo gigantesco dalle ossa grosse, dagli occhi blu sfavillanti, un colosso dei servizi segreti. La prima volta m’insultò in piedi e se ne andò. La seconda volta si tolse la sua giacca a vento, l’appese alla chiave dell’ armadio e si sedette. Quella mattina mi ero portata dei tulipani da casa e li stavo sistemando nel vaso. Lui mi osservò e mi lodò per la mia singolare conoscenza della natura umana. La sua voce era viscida. Mi era sospetta. Respinsi il complimento e affermai di conoscere bene i tulipani, ma non gli uomini. Allora disse malizioso di conoscere meglio me, di quanto io i tulipani. Poi si mise la giacca a vento sul braccio e se ne andò. La terza volta si sedette e io rimasi in piedi, perché aveva appoggiato la sua cartella sulla mia sedia. Non osai posarla sul pavimento. M’insultò dandomi dell’idiota, della pigra, della civetta, depravata tanto quanto una cagna randagia. Spinse i tulipani fin sul bordo del tavolo, in mezzo collocò un foglio bianco e una penna. Gridò: “scrivere”. Scrissi in piedi ciò che mi dettava: il mio nome con la data di nascita e l’indirizzo. Poi però, che indipendentemente dalla vicinanza di un amico e di un parente non rivelassi a nessuno che io… in quel momento arrivò la parola terribile: collaborez, che io collaboravo. Questa parola non la scrissi più. Posai la penna e andai alla finestra, guardai fuori la strada polverosa. Non era asfaltata, c’erano buche e case accidentate. Questo vicolo fatiscente si chiamava ancora Strada Gloriei, via della Gloria. Lungo via della Gloria sedeva un gatto su uno spoglio albero di gelso. Era il gatto della fabbrica, dall’ orecchio lacerato. Sopra, un primo sole del mattino brillava come un tamburo giallo. Dissi: N-am caracterul, non ho questo carattere. Lo dissi fuori alla strada. La parola carattere rese isterico l’agente segreto. Strappò il foglio e gettò a terra i ritagli. Probabilmente gli venne in mente di dover presentare al suo capo il tentativo di reclutamento, perché si chinò, raccolse con la mano tutti i pezzetti di carta e li gettò nella sua cartella. Poi tirò un profondo sospiro e nel suo insuccesso gettò contro il muro il vaso coi tulipani. Si frantumò e stridette come fossero denti all’ aria. Con la cartella sotto il braccio disse piano: te ne pentirai, ti affogheremo nel fiume. Dissi come parlando tra me e me: se lo firmo, non posso più vivere con me stessa, allora devo essere io a farlo. Meglio che siate voi. Ecco che la porta dell’ ufficio era già aperta e lui era sparito. E fuori sulla Strada Gloriei il gatto della fabbrica era saltato dall’ albero sul tetto della casa. Un ramo ondeggiava come un trampolino.

Il giorno dopo iniziò il tira e molla. Dovevo andarmene dalla fabbrica. Ogni mattina alle sei e mezzo dovevo presentarmi al direttore. Ogni mattina sedevano con lui il capo del sindacato e il segretario del partito. Come allora la madre chiedeva: hai un fazzoletto, ora ogni mattina il direttore chiedeva: hai trovato un altro lavoro? Ogni volta davo la stessa risposta: non lo cerco, mi piace qui in fabbrica, vorrei rimanere fino alla pensione.

Una mattina arrivai in fabbrica e i miei grossi dizionari giacevano per terra sul corridoio, vicino alla porta dell’ ufficio. Aprii, alla mia scrivania sedeva un ingegnere. Disse: qui si bussa, quando si entra. Qui ci sto io, questo non è il tuo posto. Tornare a casa non potevo. Lavoravo in una fabbrica e mi alzavo alle cinque di mattina altrimenti avrebbero avuto un pretesto per licenziarmi per assenza ingiustificata. Non avevo alcun ufficio, allora più che mai dovevo recarmi al lavoro ogni giorno, non potevo mancare per alcun motivo. La mia amica, cui ogni giorno raccontavo tutto di ritorno per la misera Strada Gloriei, all’ inizio mi liberava un angolo sulla sua scrivania. Ma una mattina rimase davanti alla porta dell’ ufficio e disse: non posso farti entrare. Tutti dicono che sei una spia. Le angherie venivano dal basso, la voce fu fatta circolare tra i colleghi. Questa era la cosa peggiore. Contro gli attacchi ci si può difendere, contro la calunnia si è impotenti. Ogni giorno mi aspettavo di tutto, anche la morte. Ma questa perfidia non riuscivo a vincerla. Nessun calcolo la rendeva tollerabile. La calunnia imbottisce uno di sudiciume, si soffoca, perché non ci si sa difendere. Agli occhi dei miei colleghi ero proprio ciò che mi rifiutavo d’essere. Se li avessi spiati, si sarebbero fidati di me ciecamente. In fondo mi punivano, perché li avevo risparmiati. Poiché ora più che mai non potevo mancare, ma non avevo alcun ufficio, e la mia amica non poteva più farmi entrare, stavo sul giroscale senza sapere che fare. Andai su e giù per le scale un paio di volte – d’ un tratto ero di nuovo la bambina di mia madre, poiché avevo un fazzoletto. Lo stesi su un gradino tra il primo e il secondo piano, lo stirai, in modo che stesse ordinato e mi ci sedetti sopra. Posi sulle ginocchia i miei grossi dizionari e tradussi le descrizioni di macchine idrauliche. Ero una barzelletta e il mio ufficio un fazzoletto.

Nella pausa pranzo la mia amica sedeva accanto a me sulle scale. Mangiavamo insieme come prima nel suo ufficio e ancor prima nel mio. Dall’altoparlante del cortile i cori operai inneggiavano come sempre alla felicità del popolo. Lei mangiava e piangeva per me. Io no. Dovevo resistere. Ancora a lungo. Un paio di settimane eterne, finché fui licenziata. Nel periodo in cui ero una barzelletta, ho sfogliato il dizionario, per vedere cosa indicasse la parola scala: il primo gradino della scala si chiama inizio, l’ultimo gradino fine. I gradini orizzontali da calpestare si adattano ai lati alle costole delle scale. E gli spazi liberi tra i singoli gradini si chiamano appunto occhi delle scale. Dai pezzi delle macchine idrauliche imbrattate d’olio conoscevo le belle parole: coda di rondine, collo di cigno, il sostegno della vite si chiamava madrevite. E così mi sbalordivano i nomi poetici delle parti della scala, la bellezza del linguaggio tecnico. Costole della scala, occhi della scala – dunque la scala ha un volto. […]

A casa, nella mia infanzia, c’era un cassetto per i fazzoletti. Dentro, su due file, c’erano tre pile una dopo l’altra. A sinistra i fazzoletti da uomo per il padre e il nonno. A destra i fazzoletti da donna per la madre e la nonna. In mezzo i fazzoletti da bambino per me. […] Si può dire che proprio gli oggetti più piccoli – siano essi la tromba, la fisarmonica, o il fazzoletto – uniscono in vita le cose più disparate? Che gli oggetti circolano e nelle loro deviazioni hanno qualcosa che obbedisce alle ripetizioni – al circolo vizioso. Lo si può credere, ma non dire. Ma ciò che non si può dire, si può scrivere. Perché la scrittura è un atto silenzioso, un lavoro che dalla testa confluisce nelle mani. La bocca viene tralasciata. Durante la dittatura ho parlato molto, quasi sempre perché avevo deciso di non suonare la tromba. Quasi sempre parlare ha avuto conseguenze insopportabili. Ma la scrittura è iniziata nel silenzio, là sulle scale della fabbrica, dove dovetti contare su me stessa, più di quanto si potesse dire. I fatti non potevano più essere articolati nel discorso. Al massimo le aggiunte esterne, ma non la loro portata. Questa la potevo sillabare solo ancora mentalmente, muta, nel circolo vizioso delle parole durante la scrittura. Reagivo alla paura della morte con la sete di vita. Quella era sete di parole. Solo il turbinio della parola poteva cogliere il mio stato […]

Più parole possiamo prenderci, più siamo liberi. Se ci viene vietata la bocca, cerchiamo di affermarci tramite gesti, addirittura oggetti. Sono più difficili da interpretare, rimangono per un po’ non sospetti. Così possono aiutarci a trasformare l’umiliazione in dignità, che per un po’ rimane non sospetta.

Poco prima di emigrare dalla Romania, mia madre fu prelevata di buon mattino dal poliziotto del paese. Era già sul portone, quando le venne in mente hai un fazzoletto. Non ne aveva. Benché il poliziotto fosse impaziente, lei tornò nuovamente in casa e si prese un fazzoletto. Essendo di guardia, il poliziotto s’infuriò. Il rumeno di mia madre non bastò a capire le sue grida. Poi lui lasciò l’ufficio e dall’esterno chiuse la porta a chiave. Per tutto il giorno mia madre sedette là, rinchiusa. Le prime ore rimase seduta al tavolo di lui e pianse. Poi camminò su e giù e iniziò a togliere la polvere dai mobili col fazzoletto bagnato di lacrime. Poi prese il secchio dell’acqua dall’angolo e l’asciugamano dal chiodo sul muro e pulì il pavimento. Ero indignata, quando me lo raccontò. Come puoi pulire l’ufficio a quello, le chiesi. Senza vergognarsi, lei disse, mi sono cercata un lavoro, in modo che il tempo passasse. E l’ufficio era così sporco. Fortunatamente mi ero portata uno dei grandi fazzoletti da uomo. Solo allora capii: in questo arresto, attraverso un’umiliazione supplementare, ma volontaria, lei otteneva dignità per se stessa. […]

Mi auguro di poter dire una frase a tutti quelli cui viene tolta la dignità nelle dittature di sempre fino a oggi – e che sia una frase con la parola fazzoletto. E che sia la domanda: avete un fazzoletto? Può essere che da sempre la richiesta del fazzoletto non intenda affatto il fazzoletto, bensì l’acuta solitudine dell’uomo?

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7 Risposte to “Il fazzoletto di Herta”

  1. chi Says:

    è bellissimo l’amore travestito da domanda.

  2. dario Says:

    grazie per aver postato questo scritto della neo-premio nobel, devo proprio cercare i suoi libri… è possibile citare la fonte, forse il paese delle prugne verdi…?

  3. stefanie golisch Says:

    Grazie, Sergio per aver postato questo piccolo grande discorso di Herta M. !

    Una volta è stato premiato un altro tono, un altro suono, un altro modo di porsi nel mondo, un’altra scrittura, attenta e non così sicura di aver capito come gira il mondo, una scrittura-domanda, rivolta – non per ultimo – a se stessa, una voce totalmente diversa dal coro…

    Eine Atempause….

    Stefanie

  4. chi Says:

    penso che sia il discorso che ha tenuto oggi a stoccolma.

  5. nicole Says:

    ……………………… non voglio contaminarlo è bello di suo.

  6. antonia1971 Says:

    Grazie per Herta, piccolo ricamo sul mio fazzoletto, così stropicciato da viaggi, mentali o reali, dalla Romania all’oggi!

  7. monicavannucchi Says:

    Grazie Sergio, questa è la prima cosa che leggo della Muller e mi viene voglia di continuare… così semplicemente oggi comprerò un suo libro.
    Sai che mi colpiscono i gesti e le immagini e qui il fazzoletto, che deve essere bianco in tutto quel grigiore, è un’immagine luminosa di speranza e resistenza. Bacioni, monica

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