Economia espressiva

L’unica cosa che non approvo, di molti film dei Coen, è l’espressione ebefatta di tanti loro personaggi. La catatonia afasica che li contraddistingue. La trovo poco rappresentativa dell’oggi. La foto riguarda una pellicola ambientata decenni fa, ma a ben vedere quella cifra stilistica la ritroviamo identica pure in opere più attuali, come Fargo o Il grande Lebowski. La trovo poco rappresentativa perché secondo me se c’è qualcosa che accomuna l’uomo medio occidentale è proprio la logorrea inarrestabile, l’horror vacui verbale. Ricordo che prima di Natale, preso da mille impegni per lo sgombero dell’attività, mi sembrava che il mondo si divertisse a farmi da tappo. Dovunque andassi – in posta, in farmacia, in banca – c’era sempre qualcuno davanti che sentiva il bisogno di parlare, di aggiungere qualcosa di personale a quell’attività neutra (pagare un bollettino, comprare un farmaco, versare un assegno). Se in auto chiedevo un’informazione a un passante, tipo dov’era la tal via, questi anche per rispondermi che non lo sapeva impiegava almeno un minuto. E’ come in quelle interviste televisive in cui se si deve soltanto assentire più nessuno risponde semplicemente ““, ma “assolutamente sì“. Ecco, per me l’avverbio è come l’h di Rho, un riempitivo. Beninteso, tutti spesso ci dilunghiamo nel raccontare i cazzi nostri, come me adesso, ma è la circostanza che fa la differenza. Chi viene qui lo fa per sentire cosa penso, chi va in farmacia (o in posta, o in banca) lo fa per motivi pratici ben definiti. Insomma, più passa il tempo e più apprezzo l’economia espressiva, il levare, e forse la passione per le figure scarnificate di Giacometti, il laconismo di Borges e Cioran e le centurie manganelliane, nasce proprio da qui. E’ che mi riconosco in quella confraternita potativa, ne apprezzo le finalità di sintesi, il rispetto per chi ti ascolta. Anche per questo mi ha fatto piacere essere stato invitato a collaborare a questo nuovo blog dai suoi curatori. Mi sa che finirò come il viennese Peter Altenberg (al secolo Richard Engländer), che negli ultimi anni della sua vita si limitò a scrivere aforismi su cartoline e prose liriche d’amore composte unicamente dal nome e indirizzo della donna amata.

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Una Risposta to “Economia espressiva”

  1. sergio pasquandrea Says:

    Dalle mie parti (giù, in quella zona grigia tra il Sud Italia e il Nord Africa) non esistono “attività neutre”. La cassiera del supermercato ti chiederà come intendi cucinare le verze, l’impiegata delle poste farà considerazioni sull’aumento delle tasse o sulla nuova viabilità urbana, il vecchietto in fila al bancomat intavolerà una discussione sull’ultimo fatto di cronaca citando esempi personali. E questo da sempre, che io mi ricordi. E’ una sorta di tessuto connettivo verbale che avvolge il paese, e da cui è difficile districarsi. (E nessuno provi a parlare a bassa voce, per carità). E se non partecipi, sei un cafone.
    Io ci facevo sempre la figura del cafone.

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