Houellebecq e DFW: azione parallela.

Stando al parere dei più autorevoli critici letterari, David Foster Wallace e Michel Houellebecq rappresentano due fra i pochi narratori che sicuramente rimarranno negli anni a venire. Houellebecq lo incontrai in un paio di occasioni. La prima volta per la presentazione del suo romanzo Piattaforma in una libreria Feltrinelli di Milano, e l’ultima a Crema, per un reading di poesie all’interno del festival letterario Squilibri promosso dalla locale biblioteca civica. Mentre Foster Wallace a volte si presentava alle interviste con bandana in testa e t-shirt informale, quasi certificando in questo modo il suo passato di sportivo semi-professionista, Houellebecq è solito mostrare un aspetto più dimesso e sedentario, conforme all’immagine tradizionale del tipico intellettuale europeo tabagista e misantropo.

Oltre all’aspetto, anche la loro narrativa è profondamente diversa. L’americano era l’alfiere dell’ultimo postmoderno, o meglio della “deriva americana” del postmodernismo. Negando valore all’assunto fondante del primo postmodernismo (quello teorizzato da John Barth in Letteratura dell’esaurimento), secondo il quale tutto è già stato detto e non resta che riscrivere e variare sugli stessi temi di sempre (lavorando quindi di sottrazione, come facevano Borges, Nabokov e Beckett), David Foster Wallace costruiva le sue opere come una sorta di concatenazione tridimensionale di singoli episodi. I suoi erano racconti brevi che in certi casi raggiungevano dimensioni mastodontiche, fluviali, e si dilatavano fino a diventare macronarrazioni orizzontali e polifoniche, ricordando in questo modo certa filmografia corale altmaniana. E più che di personaggi veri e propri, forse converrebbe parlare nel suo caso di finzioni narrative, che sono appunto il tratto distintivo dei racconti. Sono figure che sfiorano il grottesco, che non vivono una vita propria, prive come sono di spessore o di volume; in sostanza, più che dire qualcosa di loro stesse, servono all’autore per dire qualcosa. Come il custode del bagno dell’hotel di lusso (in Brevi interviste a uomini schifosi), che trascorre la sua vita ad ascoltare il flusso delle minzioni, gli sbotti dei peti e lo scrosciare degli sciacquoni dei clienti dell’albergo. O come quel personaggio che decide di vendere i vecchi divani, e pubblica un’inserzione nella quale dice che li regalerà a chi se li porta via. E non vedendo arrivare nessuno, dopo qualche giorno cambia il testo dell’inserzione, mette un prezzo – seppur basso – e finalmente li vende; folgorante metafora dell’importanza del denaro nella società americana.

Al contrario di quello di Foster Wallace, affollato di aneddoti, paesaggi, ricordi e significati, il mondo di Houellebecq è spopolato. La completa assenza di senso, e la disperata libertà che questa assenza produce, disegnano una danza di voci che non produce alcuna sinfonia. Le storie di Houellebecq mantengono una struttura più tradizionale e lineare. Sono romanzi a tesi, che riprendono il filo interrotto della tradizione esistenzialista francese con in più il rifiuto perfino dell’atto gratuito, in un’apologia della rinuncia e dell’autodistruzione che ispirò ad alcuni critici la definizione di “Camus dell’era digitale” (non a caso, uno dei protagonisti de L’estensione del dominio della lotta trova precisi riscontri nel Mersault de Lo Straniero). Nessuna traccia di metanarrativa, di intertestualità, di rivisitazione ironica nelle sue opere; in sostanza, nessun elemento caratterizzante la narrativa c.d. postmoderna. Una sola storia e pochi personaggi, tratteggiati a tutto tondo, come l’incantevole Valerie di Piattaforma e le due coppie protagoniste de Le particelle elementari, accompagnati fino alla fine in un percorso di annientamento e desolazione. Gente comune che potresti incontrare per strada, che potresti riconoscere a una festa, o in ufficio, come il Tisserand di Estensione del dominio della lotta.

Entrambi adoperano spesso il taglio saggistico, l’inserzione di folgoranti analisi della società; ma nell’americano quasi incidentalmente, en passant, mentre nel francese con lunghe e circoscritte digressioni specifiche. Ed entrambi dimostrano pure una capacità affabulatoria sorprendente,  interpretando alla perfezione – il francese con un linguaggio gelido e spietato, da referto autoptico, e l’americano con uno stile più espressionista – il più autentico spirito del tempo.

I limiti di David Foster Wallace riguardavano l’eccessivo istrionismo, lo sfoggio gratuito di virtuosismo che dimostrava a tratti; come in quell’episodio di Verso Occidente l’impero dirige il suo corso, in cui a un certo punto l’autore descrive una giovane aspirante narratrice iscritta a un corso di scrittura creativa, che viene redarguita dal suo insegnante perché il suo stile è troppo “mamma guarda, senza mani!”. Houellebecq, viceversa, possiede un maggiore controllo sul proprio stile, sempre asciutto e scarno, ma tende a volte a essere ripetitivo, cioè a dare l’impressione che le opere successive a Le Particelle elementari siano una sorta di glossa di quel capolavoro.

Al fondo delle loro storie c’è sempre una visione sconsolata, desolante, nichilista dell’esistenza umana, la rivelazione che la realtà poggia sul nulla, che il principio primo, su cui si fonda la loro “Azione Parallela”, semplicemente non esiste. Il francese ce lo comunica denunciando quanto il sistema capitalistico occidentale sia marcio fin nelle fondamenta, e con l’alibi della diffusione del benessere contamini ogni aspetto della vita sociale – come l’amore, gli affetti, le amicizie – convincendoci di bisogni innecessari e generando così frustrazione e infelicità; mentre l’americano ci faceva capire che tutta la nostra esistenza non è altro che un gigantesco scherzo del destino (Infinite Jest), un affaccendarsi insieme dolente e ilare intorno a cose futili e inconsistenti.

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26 Risposte to “Houellebecq e DFW: azione parallela.”

  1. p. ferrucci Says:

    Questa è la critica che mi piace, minchia.

  2. ezio Says:

    Cercavo in questi giorni (sono a metà della Scopa del sistema e ho già letto Infinite Jest) di sintetizzare lo stile di Foster Wallace in due righe. Lo hai fatto tu, grazie (“una sorta di concatenazione tridimensionale di singoli episodi. I suoi erano racconti brevi che in certi casi raggiungevano dimensioni mastodontiche, fluviali, e si dilatavano fino a diventare macronarrazioni orizzontali e polifoniche”)
    Ezio

  3. matteo ciucci Says:

    Concordo.

  4. dario Says:

    cappello.

  5. franz krauspenhaar Says:

    meraviglioso articolo.

  6. alessandro zannoni/nick corey Says:

    mi scoccia, ogni volta che intervengo, tessere le tue lodi, sergio, quindi stavolta non lo faccio; d’altro canto è l’unica cosa che posso fare, perchè dire cose intelligenti, dopo i tuoi pezzi, non mi riesce, e poi mi sembrano perfetti così, da soli. mi premerebbe, però, che questo pezzo fosse postato in rete ovunque, e pubblicato pure, perchè la gente capisca il significato vero di critica letteraria; una critica precisa, pura, preparata, illuminante. in giro non ne trovo.
    mi stai un pò sul cazzo, sergio, tendi a illuminare la mia parte ignorante.

  7. cristiano de majo Says:

    sergio, sei bravissimo in queste sintesi…

  8. cristiana morroni Says:

    Anche io credo di non riuscire a fare un commento intelligente a questo post. Amo Houllebeque, meno Wallace (de gustibus) certo è che articoli come questo, di tale portata e chiarezza, sono un godimento infinito.

    Torno a rileggerlo, trarne spunti, e poi sarò a riprendere libri e fare considerazioni.

    Grazie!

    Ti seguirò… anche tornando indietro nel tempo.

    Cristiana

  9. mario Says:

    Houllebecq? un nientista. Hai visto che faccia, che aria da sfigato? in realtà scrive certe cose perché al liceo non gliela davano…

  10. sergiogarufi Says:

    mille grazie a paolo, ezio, matteo, dario, franz, cristiano & cristiana per l’apprezzamento, davvero troppo generoso.
    alessandro, anch’io spesso mi sto sul cazzo ma per motivi diversi, anzi speculari 😉
    mario, tu scherzi ma la huston sostiene esattamente quello (oltre all’odio x la madre ecc) 😦

  11. mario Says:

    L’odio per la madre? O mio dio!

  12. gabriella Says:

    stando al parere dei più autorevoli critici letterari,

    Lo dirà il Tempo, lo dirà.
    Solo il Tempo.
    Non certo “gli autorevoli critici letterari”.

  13. alessandra riva Says:

    Grazie Sergio, sintesi “cristallina”.

  14. monicavannucchi Says:

    Grazie infinite, Sergio!! Potrei avere un pezzo così a settimana? è veramente illuminante, chiaro, preciso. Accidenti che bravo! monica

  15. Alessandro Ansuini Says:

    bellissimo articolo. totalmente d’accordo su wallace, incuriosito invece su houllebecq, che non ho ancora mai letto. camus dell’era digitale mi affascina come definizione.

  16. fem Says:

    grazie Sergio, preziosissimo questo tuo blog…

  17. sergiogarufi Says:

    ciao gabriella, hai ragione, solo fra un po’ di anni sapremo se quei giudizi molto positivi erano azzeccati.
    grazie mille a francesca, monica, alessandro & alessandra per l’apprezzamento.

  18. Enrico Macioci Says:

    Pezzo limpido, d’esemplare chiarezza. Però la mia opinione è che soltanto Foster Wallace dei due sia davvero grande (a mio avviso il più grande autore contemporaneo). Come tu affermi, entrambi costruiscono “a tesi”, però in Houllebecq la tesi è sbattuta in faccia al lettore, e lo scrittore finisce per diventare prepotente. Ovvero: il nichilismo che soggiace alle PARTICELLE ELEMENTARI è talmente mostrato, talmente compiaciuto e talmente didattico, che a me lettore sembra d’essere una scimmietta bisognosa d’ammaestramento. Ben altra cosa Foster Wallace, che è capace di creare in modo davvero “sonnambulistico”, che come tu dici si lascia andare di più, che possiede una mente e una fantasia più vaste, più ariose, più ricche e in definitiva più interessanti. Leggere Foster Wallace è un’avventura che ci lascia liberi di scegliere in cosa credere, leggere Houllebecq è un indottrinamento al materialismo più plumbeo.
    ps: anche Dostoevskij s’impone con prepotenza al lettore, ma il suo fuoco drammatico è talmente grande che il lettore si sottomette quasi con gratitudine.

  19. Laura Says:

    bell’articolo.
    Foster Wallace non l’ho mai capito.
    M.H.Lo adoro, è già un classico.

  20. Alessandro Ansuini Says:

    Chiedo scusa, non avendo mai letto M.H. noto che si passa dal camus dell’era digitale al nichilista. camus era tutto tranne che nichilista. dunque dov’è l’inghippo? di solito se un autore riesce trasmettere sensazioni così contrastanti c’è del buono.

  21. mauro baldrati Says:

    Non conoscendo bene né l’uno né l’altro, a parte qualche pagina qua e là, trovo questo un ottimo pezzo, pure di servizio. Tra i due, da come ne scrivi, mi sento più portato verso Houellebecq.

  22. Marco Says:

    Ma questo pezzo non era già uscito su CaffèEuropa qualche anno fa?

  23. sergiogarufi Says:

    @marco
    sì. questo è un contenitore di pezzi vecchi e nuovi, vorrei raccogliervi tutti i miei scritti.
    grazie a mauro, alessandro, laura ed enrico per l’attenzione.

  24. monicavannucchi Says:

    Toc toc, Sergio, ci sei? Mi vedi per caso quaggiù? sono tornata qui perchè sto leggendo D.F. W. e volevo controllare alcune cosucce; sensazioni più che altro. tutto a posto, comunque, sei sempre una sicurezza! Ah, già che ci sono: noi qui a roma, stiamo organizzando il comitato di accoglienza! quindi non pensare di fare le cose di nascosto, sai! baci, moni

  25. sergiogarufi Says:

    monica, scusa il ritardo nella risposta ma è un periodo molto incasinato, pieno di impegni, ma appena mi sistemo combiniamo sicuramente.

  26. monicavannucchi Says:

    Ci conto! monica

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