L’invidia

La recente scomparsa di Beniamino Placido ha amareggiato molti, me per primo. Seguivo con attenzione sia la sua rubrica giornalistica sulla tv che il programma che condusse nel 1994 insieme a Indro Montanelli (Eppur si muove) sul carattere nazionale, in cui se dovevano criticare qualcosa dicevano sempre “noi”, “noi italiani”, non se ne tiravano fuori. Poi leggevo con interesse pure le sue recensioni su Repubblica, credo infatti di aver comprato e apprezzato I 15.000 passi di Vitaliano Trevisan dopo un suo articolo. E infine imparai quasi a memoria un suo densissimo saggetto edito dal Mulino, intitolato La televisione col cagnolino, in cui analizzava il celeberrimo racconto di Cechov per illuminare tanti piccoli fenomeni attuali.

Però questo suo pezzo, ripreso da Loredana Lipperini per omaggiarne la memoria, proprio non mi è piaciuto, e non credo che ripubblicarlo ora gli renda giustizia. In primis a causa dell’infelice metafora calcistica, per la quale sembra che in letteratura “vince” chi vende di più, e poi perché ridurre la rivalità fra Umberto Eco e Pietro Citati all’invidia di quest’ultimo per la fama de Il nome della rosa è un falso storico; in realtà quell’idiosincrasia datava da molto tempo prima, e non bisogna essere un’addetto ai lavori per capirlo. Per un vecchio aristocratico delle lettere come Citati Eco è un buffone che sin dagli anni 60 (cioè dal Diario Minimo) si dilettava a fare cose risibili tipo recensire le banconote o studiare il fenomeno mediatico di Mike Bongiorno.

Ma, al di là delle ragioni, condivisibili o meno, della querelle, ciò che sorprende davvero  in questo articolo di Placido è il ricorso al trito tema dell’invidia, che in genere è un passe-partout buono per liquidare qualsiasi discussione. Stupisce un po’ meno, perché vi ricorre spesso, il fatto che la Lipperini abbia pescato, fra i tanti, proprio quell’intervento di Placido. Nel suo blog, difatti, l’invidia è un’argomentazione che si affaccia periodicamente nella colonna dei commenti ogni volta che si critica un successo editoriale. Rammento per esempio le polemiche intorno all’esordio narrativo di Pulsatilla, o i frequenti scontri a proposito dei libri dei Wu Ming. Pure Natalia Aspesi, altro nume tutelare della Lipperini, era solita giustificare in questo modo i giudizi negativi su autori da lei stimati come Alessandro Baricco. E proprio riguardo al primo film di quest’ultimo, Lezione ventuno, la Aspesi non mancò di rimbrottare “i colleghi sfigati e invidiosi” che si erano permessi di contestarlo; provocando la giusta ironia di Franco Cordelli (nella foto), che in un breve pezzo sul Corriere (del 22/10/2008) stigmatizzò quella “parola magica”, quel comodo “passe-partout del nostro contemporaneo sentire”, “idea chiave della critica di destra infine approdata a quella pseudo-destra che è oggi la sinistra italiana”.

Qui non si tratta tanto di ammettere che l’invidia esiste ed è il motore psicologico di tante critiche, quanto piuttosto di capire che è troppo facile ricorrervi per liquidare degli argomenti, se non altro perché nessuno ne è esente: c’è sempre qualcuno che ha più successo di te, tant’è che perfino il famosissimo Saviano è stato bollato in questo modo per certe sue posizioni anti-Berlusconi. E in ogni caso quali sono le ragioni per cui si dovrebbe desiderare e invidiare solo la popolarità? Non si potrebbe, per dirne una, accusare la Lipperini d’invidia per la più giovane Elena Stancanelli, nel momento in cui quest’ultima scrive qualcosa che l’altra non gradisce? O rimproverare Tiziano Scarpa di rosicamenti tricologici verso Antonio Scurati nella polemica sul Premio Strega?

Insomma, non se ne esce, a meno che non si abbandoni quel modo di figurarsi il mondo come fosse popolato unicamente da gente che secerne di continuo succhi livorosi, e a meno che non si comprenda che in realtà l’invidioso non è un nemico di chi ha successo. Al contrario, è il suo più fedele compare, perché entrambi condividono la stessa assiologia, gli stessi obiettivi, le medesime strategie. Il vero nemico di chi ha successo è chi lo ignora, o lo compatisce.

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10 Risposte to “L’invidia”

  1. elena Says:

    Sei un saggio.
    Un’altra riflessione che mi viene da fare sull’invidia è questa: spesso chi la invoca come motivo principe di ogni movimento sulla terra, altrettanto frequentemente ne soffre. Nel senso che la prova.
    Difficilmente parla di invidia chi non la conosce. Un po’ come gli eschimesi non parlano di spiagge e i giamaicani non parlano di ghiacciai.

  2. lillo Says:

    beh l’invidia è un sentimento faticoso da vivere, da portare avanti. e se devi fare tutta sta fatica, perlomeno te lo devi cercare grosso l’antagonista… o almeno io la vedo così, o tutto o niente.

  3. paolo ferrucci Says:

    Giusto, Sergio. Quello della Lipperini, poi, è un luogo dove di sviste e svarioni e sbracature e approssimazioni e invidie e livori se ne sparano molti. Alquanto fondata, poi, l’ipotesi che chi invoca l’invidia come spiegazione per liquidare le cose lo fa perché la prova molto spesso. Così come chi è uso alla disonestà si guarda sempre le spalle perché pensa che tutti vogliano fregarlo.

  4. cristiano de majo Says:

    wu ming 4, ieri, commentando su lipperatura le stroncature di altai ricevute su libero: “E’ ovvio che si tratta di figuri tanto arroganti quanto patetici, rosi dalla bile e dalla frustrazione per non avere qualità spendibili […]”

  5. andrea Says:

    Facile e redditizio stroncare l’altrui. Confermare l’evidenza di un successo, di una capacità, di qualcosa di meglio rispetto al proprio, esercizio di pochi. I peccati muovono discussioni, fanno scrivere articoli, solleticano; le cose belle e buone si possono soltanto ammirare.

  6. cristiano de majo Says:

    nelle edizione 2009 delle conversazioni capresi, agli scrittori invitati viene affidato il compito di scrivere un breve racconto su uno dei sette peccati capitali, tema della manifestazione. roberto saviano, tra gli altri invitati, sceglie (o riceve in affido) il tema dell’invidia.
    il lettore sprovveduto che inizia a leggere il racconto si aspetta a questo punto uno di quegli squarci particolarmente efficaci sui boss come oggetto di invidia, cioé come modello di un successo inarrivabile e quindi invidiabile. e invece ecco la mirabile inversione dello scrittore di razza che sorprende le banali aspettative del lettore. roberto saviano parla dell’invidia che gli viene rivolta in quanto scrittore di successo, di quando in mondadori festeggiano il milione di copie vendute e brindando nascono discorsi di questo tipo:

    “Antonio ha la sua teoria, che tutti sembrano condividere: ‘Invidia Robbe’. Che ti aspettavi. E’ il prezzo da pagare.”

    cose che nutrono la mente.

  7. sergiogarufi Says:

    Sulla scorta dei vostri commenti, mi è venuto da pensare che non sia un caso, in fondo, che negli stessi luoghi internettici dove prospera l’accusa di invidia verso i detrattori, prosperino pure i troll che accusano di piaggeria e “leccaculismo” chi elogia un c.d. famoso. E’ l’altra faccia della medaglia: un mondo di invidiosi non può che essere controbilanciato da un mondo di adulatori. Entrambi elogiano o criticano non per un convincimento profondo, ma per un secondo fine (per la frustrazione di non avere successo o per la speranza di ottenere dei benefici). E’ ovvio che nessuno si sognerebbe di negare che l’invidia e l’adulazione esistano, tant’è che spesso, nei lit-blog, gli adulatori hanno nome e cognome mentre i detrattori sono anonimi; io contesto semplicemente che reagire sempre e solo con quella logica sia inutile e anche un po’ meschino.

  8. paolo ferrucci Says:

    Altroché se è inutile, altroché se è meschino: certi luoghi son diventati infrequentabili proprio per questo. Pur buono il progetto di partenza, poi ne diventa brutto e ripetitivo l’esercizio. E’ lo stigma dei lit-blog, dove la rabbia per le conventicole e i loro atteggiamenti tronfio-glamour si mescola all’adulazione interessata. Ma il fatto rilevante è che tutto questo agitarsi non ha alcun fondamento, poiché si basa su pura mistificazione – quella che dà alimento da un lato al narcisismo tronfio e dall’altro all’invidia corrosiva.

  9. Alessandro Ansuini Says:

    Sempre lucidissimo, Sergio. Molto buffo il finale, anche se siamo intrinsicamente maggiormente portati a invidiare l’altrui celebrità, parlando in nome del “common-sense”, in quanto viziati da una cultura della Visibilità che ci è entrata sottopelle in questi vent’anni. altrimenti perché non si invidia davvero la giovinezza ma s’invidia “sempre” l’altrui successo?

  10. matteo ciucci Says:

    Caro Sergio,
    bel post, anche se, in forma autoreferenziale, non credo che mi possa dire esente dal vizio proprio per colpa dei tuoi post. Quindi, come dici, poprio non se ne esce.

    Che poi l’invidia si fondi sul vedere, in un confronto propulsore della società dell’immagine, cambia molto poco i termini della faccenda. Avendo nervi saldi si potrebbe resistere, ma il punto è che dietro ciascuna di queste categorie resta l’uomo.

    Da tuo lettore e da scarpologo indotto, mi è molto piaciuta l’immagine di ciascuno che porta non nel famigerato armadio, ma dentro di sé il proprio scheletro. Nell’originale si parlava di scrittori; il tema è ovviamente più generale e tocca corde umane più che letterarie: la difficoltà di misurare sè stessi. Vi inciampano, in modi molto diversi, tutti quanti.

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