Per Edoardo Sanguineti

di Luigi Weber

In quasi quindici anni, dal 1996 a oggi, ho avuto la fortuna e l’onore di incontrare Edoardo Sanguineti innumerevoli volte. Non era difficile, con uno straordinario giramondo come lui. Anche se restavi fermo in un luogo, prima o poi potevi star certo che ci sarebbe passato. E non alludo necessariamente a questa Bologna che lo ha sempre amato in modo particolare, a partire dall’uomo che tra i primi credette nella sua formidabile intelligenza, Luciano Anceschi, passando per il suo più fedele studioso e compagno di viaggio, Fausto Curi, fino a Niva Lorenzini. No, l’ho incontrato dappertutto: da Novilara, un piccolo paese nell’entroterra delle Marche (dove in una calda notte d’estate del ’97 eseguì Postkarten accompagnato dal contrabbasso di Stefano Scodanibbio) alla spiaggia di Rimini, in una memorabile reunion dei Novissimi senza Antonio Porta, purtroppo; da Bologna alla sua Genova; da Faenza a Marradi (dove tenne uno straordinario discorso su Campana, al Teatro degli Animosi); e se mi mettessi a scartabellare (vedete come le sue parole mi circondano, sempre…), chissà quante altre occorrenze troverei. Oggi tutti si metteranno a scrivere di Sanguineti, ed è giusto e comprensibile. Io ho dedicato gran parte dei questi quindici anni a rapportarmi al suo mondo di poeta e di intellettuale. Altri parleranno della poesia, della politica, delle arti e dello spettacolo, dell’insegnante, del teorico, del polemista. Quello che a me viene più urgente da scrivere, ora, per rendergli omaggio, sono tre piccoli raccconti sull’uomo, a cui ero specialmente affezionato. Perché il magistero di Sanguineti, per me, è stato, più ancora che culturale, umano.

Nel dicembre del ’97 andai la prima volta a Genova, mentre stavo lavorando alla mia tesi di laurea, per incontrarlo. In via Balbi, quella mattina, fuori dal suo studio c’erano molti ragazzi per il normale ricevimento del professore. Aspettai che tutti avessero parlato con lui, poi mi presentai e gli chiesi se potevo rubargli la mezz’ora rimanente per sottoporgli alcune questioni che mi erano venute in mente durante il lavoro. Conoscevo già la sua cortesia e la sua disponibilità, ma ciò che accadde quel giorno mi rimase impresso per sempre. Verso la fine del tempo (all’ora successiva lui doveva far lezione, quindi non poteva trattenersi ulteriormente), mi scappò detto, senza malizia alcuna, una esclamazione come “sapesse quante altre cose avrei da chiederle!”. Invece che lasciar cadere quel commento, Sanguineti mi fissò, con i suoi occhi di inestinguibile vivacità, e mi disse: “Facciamo così. Se lei può fermarsi a Genova, torni domattina, e ci vediamo di nuovo qui alle dieci, così avremo tutto il tempo”. Non aveva ricevimento, né lezione, il giorno seguente. Tornava solo per me, per ascoltare le domande di un laureando qualsiasi venuto da Bologna. Ma non finì qui. Aggiunse: “Le chiedo solo di avere un po’ di pazienza. Se dovessi tardare un po’, mi aspetti”.

Il mattino dopo, Genova si svegliò sotto una nevicata imponente. Il traffico genovese, già disastroso al naturale, era un groviglio isterico. Io mi ero alzato molto presto, non conoscendo bene i tempi di percorrenza in quella città così allungata, e nondimeno arrivai in Università a malapena in orario. Ero certo di due cose. In primo luogo che Sanguineti sarebbe arrivato senz’altro tardi, e in secondo luogo che, se non fosse venuto affatto, ne avrebbe avuto ottimi motivi. Alle dieci esatte, con i capelli imbiancati, quell’uomo straordinario entrò nel corridoio, con il suo solito sorriso. Durante il colloquio, mi permisi di chiedergli lumi su un volume intitolato Smorfie ed edito a Roma da Etrusculudens nel 1986 che, pur presente nella sua bibliografia, io non riuscivo a rintracciare da nessuna parte. Molti testi degli autori della neoavanguardia erano difficilmente reperibili, ma quello lo era in modo specialissimo. Sanguineti non mi diede spiegazioni particolari, mi disse solo: “Guardi, io potrei certo prometterle di fotocopiarglielo, ma poi, con tutte le cose che ho da fare, tornerei a casa e me ne dimenticherei. Allora lei faccia così. Quando sarà a Bologna, mi scriva una lettera di questo tenore: Caro Professore, lei mi ha promesso ecc. ecc., e io allora provvederò”.

Tornai a casa frastornato da tanta disponibilità. E in imbarazzo, giustamente, perchè mi rendevo conto che non era esattamente normale sentirsi rispondere in simili termini. Un “Non trova Smorfie? Si arrangi” sarebbe stato forse brusco, ma chiunque altro avrebbe agito così. L’imbarazzo mi legò le mani, e quella lettera di richiesta non ne voleva sapere di uscire fuori. Alla fine, più per non sembrare maleducato a non farmi più sentire, la scrissi, parodiando in qualche modo il “sanguinetese” dei Giornalini che erano da due anni mia lettura quasi quotidiana. La parodia (o l’imitazione) serviva solo a travestire l’imbarazzo, ma dovette divertirlo. Lui mi aveva promesso delle fotocopie. Una settimana dopo (non un mese, una settimana!) l’invio della lettera – per posta normale, niente e-mail allora – trovai nella mia buchetta delle lettere un plico proveniente da Genova. C’era dentro il libro, altro che fotocopie!, con una bellissima dedica. E la soluzione dell’arcano. Smorfie non lo trovavo perché era un volume d’arte, con i disegni di Tommaso Cascella, tirato in pochi esemplari. Io non ne avevo la benché minima idea.

Alcuni anni dopo, nel 2000, Riccione organizzò una grande mostra di Enrico Baj al Palazzo del Turismo, e Sanguineti rilesse per l’occasione il suo Alfabeto Apocalittico al pubblico nella piazza antistante. Ero andato alla mostra con un mio amico, e durante il vernissage ci fu un momento – niente affatto breve, in realtà – in cui quei due giganti della cultura e dell’arte novecentesca si intrattennero a parlare con noi, due ragazzi qualsiasi, mentre assessori imprenditori critici d’arte e dame varie s’aggiravano come squali a cerchi concentrici tutto intorno. Baj e Sanguineti erano della stessa razza: ricordo che Baj il giorno dopo lavorò una mattina intera con dei bambini delle elementarii in un parco di Rimini, e insegnò loro a giocare con il dripping. Io mi aggiravo, poi, tra i lavori magnifici fatti da quei piccoli Pollock, incredulo, e pensavo a un ottantenne così allegro, così capace di giocare e di far giocare, così serio nel gioco.

Sono felice di aver salutato Edoardo Sanguineti, qualche giorno fa, a Bologna, in una serata in suo onore all’Archiginnasio. Era profondamente, visibilmente, commosso – lui che di solito rifuggiva sempre dai sentimentalismi, non per indole ma per ideologia – di tutto l’affetto e l’attenzione che lo hanno circondato sempre. E sono felice che proprio oggi sul Corriere ci sia un suo articolo sull’Homo ludens. Non poteva scegliere un argomento più suo, per uscire di scena. Ha scritto mille volte sulla morte, e della morte. Ma ha sempre danzato dentro la vita. La morte, in realtà, non gli interessava, a lui interessava l’uomo, e l’amore, e la storia, e il mondo com’è, o come dovremmo cercare di costruirlo.

Per questo la sua storia non finisce, come non finivano mai le sue poesie. Per questo lo voglio salutare con il suo marchio, i due punti :

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8 Risposte to “Per Edoardo Sanguineti”

  1. dario Says:

    grazie per questo ritratto molto “umano”…

  2. rossana Says:

    sì, grazie davvero…

  3. monica vannucchi Says:

    grazie a luigi weber e a sergio per questo ricordo. “Ha sempre danzato dentro la vita” … bellissima sintesi, mi sembra di vederlo, anche se non l’ho mai conosciuto! monica

  4. krauspenhaarf Says:

    splendido ricordo, istruttivo e scritto con vera ispirazione. mille grazie luigi.

  5. Un piccolo fatto vero « antonio: schiavulli Says:

    […] e polemico, coltissimo e famoso anche all’estero, eppure sempre di un’umanità impressionante: chi ha avuto la fortuna di incontrarlo personalmente ha conosciuto una persona aperta e gentile, umana, […]

  6. Un piccolo fatto vero | Blog di nomoreblogs Says:

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  7. Un piccolo fatto vero | antonio schiavulli Says:

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  8. Un piccolo fatto vero | antonioschiavulli Says:

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