Stato di famiglia

 

di Vera Behles

Mia nonna da ventiquattrore è in clinica e lotta contro la morte: è disidratata e ha una crisi respiratoria. Ha novantaquattro anni, e da qualche tempo l’unica cosa che le dà piacere è mangiare. Prima leggeva. Vite dei papi, encicliche, storie esemplari di santi e padri pii. Donne, niente. La fede di mia nonna vive sotto il segno della mascolinità, nel pieno spirito del cattolicesimo più tradizionale. Il suo padre confessore era un gesuita raffinato e colto che la faceva sentire una nullità, lei che era poco istruita e per questo riponeva in lui la massima fiducia. I compiti delle dame, nella congregazione, erano di realizzare orribili presine a uncinetto, ricamare centritavola di cotone con disegni natalizi o pasquali e preparare dei cestini di viveri per certe famiglie di poveri che erano sotto la loro protezione.
La nonna ora non può più leggere, che ha la cataratta. Non può più lavorare con l’ago o con l’uncinetto, che ha l’artrosi alle mani. Mangia.

Qualche giorno fa, a poche ore dal suo ricovero d’urgenza in clinica, la osservavo, insieme a una mia zia e alla badante. Succede così quando una persona cara si sente improvvisamente male: non le stacchi gli occhi di dosso. Ci si concentra sui più piccoli dettagli: il battito involontario di una palpebra, lo smerlo rosa della camicia da notte, la macchiolina di medicinale. La nonna teneva gli occhi chiusi, respirava incosciente grazie alla cannula d’ossigeno. Il viso, senza la dentiera, era deformato e aveva perso ogni connotato femminile. A un certo punto si è portata alla bocca la mano stretta intorno a un pezzo di pane invisibile e ha tentato di mordere. Sono sicura che fosse pane, perché a lei piace tanto il pane e perché un pezzo di pane lei lo tiene proprio così. Non un biscotto, o un dolce, o altro.

Allora sono andata dal suo medico per ottenere qualcosa da mangiare per lei. Mi hanno respinta: “Avrà la cena tra poco”. Quando la cena è finalmente arrivata e in tre l’abbiamo imboccata blandita sostenuta incoraggiata pulita, ha mangiato tutto il cibo che si poteva mandar giù senza denti, con un’avidità formidabile. Poi ha finito di mangiare e io l’ho salutata perché andavo via. Sempre così abbandonata sul letto com’era, ha increspato le labbra in un accenno di bacio e ho visto un piccolo sorriso. Mia nonna mi ha sempre molto amata ma in quel momento penso fosse perché l’avevo fatta mangiare.

Mia nonna è l’ultima nonna, dei canonici quattro, che mi è rimasta.

Io con lei ci sono cresciuta. Mi chiamava Carotina. Lo fa ancora adesso, qualche volta, quando mette a fuoco chi sono. E’ un nome che mi ha dato solo lei, che mi fa tenerezza. E’ un nome che non corrisponde a niente di fisico, non sono stretta e lunga, non sono rossa di capelli. E’ una qualità, di essere carota, che nonna vede in me.

Quando ero piccola mia nonna scrisse un quadernino di storie apposta per me. Lo scrisse a mano e ci fece sopra anche dei disegni. Si intitolava Le storie della signora Scemetta. Questa signora era goffa e faceva cose comicamente sbadate. A pensarci ora, nonna somigliava un po’ alla signora Scemetta. E’ sempre stata sbadata e, a suo modo, buffa. Per esempio, sgrana gli occhi, li spalanca sul mondo e spesso lo guarda divertita. Mia nonna non ha studiato, quel poco in casa. Economia domestica, pianoforte. Cose che potevano servire a una giovane signora che avrebbe avuto figli e domestici da gestire.

Mia nonna abitava in una grande casa a Roma, di fronte a Villa Torlonia, con i suoi nonni e i suoi genitori. Il fratello più giovane di dieci anni, il marito, i tre figli. E anche uno stuolo di domestici. C’era la tata di mio padre, Palma, che aveva diciassette anni e quasi non riusciva a tenerlo in braccio. Palma poi se ne andò per farsi suora. Ha fatto carriera, è diventata madre superiora di un convento ed è stata missionaria in Africa. C’era la cuoca, Teresa, che veniva da Vicovaro, era alta un metro e quaranta e aveva le gambe completamente storte. E’ vissuta a casa dei miei nonni per più di cinquanta anni, sempre dando loro del voi e chiamando mio padre signorino. Quando scoccarono i cinquant’anni di servizio, i miei nonni le regalarono una medaglia d’oro con incise le date. C’era il maggiordomo, due aiuti in cucina e due cameriere. C’erano le lavandaie, che arrivavano una volta alla settimana a fare il bucato nei lavatoi nel sottoscala della villa. Immergevano le lenzuola di lino pesante nell’acqua e le coprivano di cenere, per farle diventare candide.

In quella casa, dove era moglie e madre, mia nonna rimase nipote e figlia, e, come spesso l’accusava la cuoca quando litigavano, non imparò mai a comandare. Nemmeno quando in seguito ebbe una casa tutta sua. Nella casa di villa Torlonia comandava la trisnonna che si chiamava Irma. La trisnonna era una donna molto determinata e intelligente, da povera divenne molto ricca; prima aprì un ristorante, dove in famiglia si dice che allungasse il vino con l’acqua. Poi lo vendette e comprò un grande negozio in Piazza Vittorio. Questo negozio era una merceria, con una parte destinata alle Mode. Le Mode, all’epoca, erano cappelli, colletti, tailleur. La trisnonna, quasi analfabeta, andava due volte l’anno a Parigi per aggiornarsi, guardava qual era la tendenza del momento e disegnava certi bozzetti che faceva copiare dalle sartine. Aveva successo e vendeva tutto, il reparto Mode era assediato da donne che volevano vestire alla parigina senza muoversi da casa.

La trisnonna, con i guadagni della merceria, comprò una casa lussuosa per abitarci con tutta la famiglia. Comandava a bacchetta il personale di servizio, incluso l’autista Annibale. L’autista guidava una Lancia blu e portava i nonni al negozio, a casa e a passeggio. I trisnonni e i loro tre figli erano talmente grassi che quando salivano tutti in auto i giunti scricchiolavano e Annibale sospirava. Erano così obesi che la trisnonna perse sette dei dieci figli perché il suo latte era troppo grasso e li faceva morire in fasce.

Mia nonna foderava tutti i libri. A casa sua ho potuto leggere un centinaio di libri della “Biblioteca delle giovinette”, dove le protagoniste erano sempre virtuose, pie e povere e, come la trisnonna, alla fine diventavano ricche. Per eredità, per matrimonio, per agnizioni improvvise. Non si vendicavano mai di chi le aveva maltrattate, vestendole di lanetta grigia o lisciando loro i bei ricci morbidi con l’olio: perdonavano sempre. I libretti erano tutti foderati della stessa carta, col fondo bianco e i pallini rosa. Per me erano “i libri a pallini” e ne lessi in pace decine prima che mio padre scoprisse la turpe lettura e la vietasse.

Mia nonna era sposata con nonno Augusto Vittorio detto Carlo. Mio nonno era dottore e strambo. Votava liberale, dormiva nudo, inventava una cura per i reumatismi in certe sue beute, il cui liquido scaldava sui fornelli della cucina, contendendoli alle padelle nere di ghisa per i fritti di Teresa. Aveva lo studio in casa e c’erano sempre ad attendere di essere visitati i tipi più strani. Donnette con polli in mano, oppure con le uova fresche incartate nel giornale. Uomini con certi cappellucci flosci e frusti. Grandi dame con due volpi unite dal naso a formare un collo di pelliccia. Lui girava per casa col camice e il suo gran naso a becco, taciturno e con gli occhi azzurri all’ingiù.

Una coppia stranamente assortita. La nonna bigotta, il nonno agnostico, la nonna paludata nelle camicie di flanella, il nonno nudo sotto le lenzuola. Lei una famiglia compatta e immanente, lui una famiglia numerosa di fratelli ma remota. Erano sette, mai visti. Lei inventrice della signora Scemetta, lui narratore delle avventure di Sinbad il marinaio. Lei che non ha mai saputo cuocere nemmeno un uovo, lui che preparava delle bavaresi meglio di un pasticcere.
Quando lei riceveva le amiche per la canasta, una volta alla settimana, mio nonno si eclissava. Per lui gli unici giochi di carte erano i solitari. Aveva un mazzo verde e uno rosso in una scatola di plastica nera, carte lisce che ha ereditato mio padre, consumate al punto che non si leggevano più sopra i semi. Le preferiva ai mazzi dorati che mia nonna teneva in certe scatole di pelle e legno. A me piacevano le canaste. Mi vestivano bellina con il punto smock e le scarpe lucide, mi presentavano e mi lasciavano mangiare minuscoli tramezzini al prosciutto e biscotti ritz con sopra un burro speciale su cui era conficcata una mandorla spellata.

Avevo anche il permesso di vedere le carte della nonna, senza commentare.

Il solitario del nonno invece non era condivisibile. Lo si doveva lasciare in pace. Stendeva le carte sulla tavola grande di mogano dove si mangiava, dopo che era stata sparecchiata del pranzo e stesa sopra una tovaglia di cotone a righe bianche e celesti. Poi, su quelle carte, poggiava un braccio, la testa e si addormentava.

Da bambina venivo portata a casa dei miei nonni paterni a passare tutti i fine settimana. Quando mia nonna accompagnava la bisnonna al negozio, il sabato pomeriggio, andavo con lei. Il negozio era molto grande e ingombro. Le commesse indossavano dei grembiuli grigiastri, come quelli che portavano alla fine degli anni settanta i bidelli delle scuole. Erano tutte donne, nessuna carina, nessuna vistosa. La cifra delle dipendenti era la sobrietà. Quando c’erano molte clienti venivo confinata nel retrobottega. Per farmi divertire, mi era permesso di rovistare in certi scatoloni che traboccavano di roba. La maggior parte della roba erano scarti, bottoni o colletti o calze di seta fallate, oppure materiale promozionale che le aziende fornivano per gli allestimenti delle vetrine, che la mia bisnonna non utilizzava mai.
Tra tutte quelle cianfrusaglie, c’era una stoffa di un materiale straordinario: era sintetico. A casa nostra i bambini vestivano di cotone e di lana. Questa stoffa invece era morbida ed elastica, rosa fucsia chiaro, un colore proibito nel mio abbigliamento, che variava dall’azzurro, al blu, al petrolio, al verde, al beige, al marrone. Quando era estate potevo ottenere al massimo un vestito di piquet bianco con gli smerli rossi o con piccoli ricami giallini o blu perché anche la cifra dei bambini era la sobrietà.

Il tessuto aveva stampati dei cuori rossi perché era la stoffa pubblicitaria della marca lovable che per logo aveva un cuore e forse anche uno slogan cardiaco: l’intimo del cuore: era il massimo per una bambina come me, coi capelli corti senza mollettine e fiocchi. Quella stoffa, che tenevo in casa della nonna, era la mia compagna di giochi preferita: me la drappeggiavo in mille fogge, la usavo come tetto per gli accampamenti di cuscini, ci facevo lo strascico della principessa. Un giorno mi fabbricai un velo lungo cucendo insieme una decina di veli tondi ricavati dai sacchetti di confetti delle bomboniere. Ci applicai sul davanti dei fiori artificiali che avevo trovato in negozio come una ghirlanda e con la stoffa rosa e rossa come un vestito lungo, per me fui la sposa più bella del mondo.

Quando era giovane, mia nonna aveva tantissimi capelli biondorossi, crespi e spessi, lunghi fino al sedere, sempre tenuti raccolti in una treccia o in uno chignon stretto. I capelli ricci, lo so per trasmissione genetica, sfuggono all’ordine perfetto, scappano dalle forcine, appena prendono un po’ d’acqua raddoppiano il volume.

Anche ora che è in clinica attaccata all’ossigeno e alla flebo e non apre gli occhi, ora che i capelli sono bianchi e radi, la sua treccina da topo si disfa un po’ e una ciocca da ragazzina disordinata le cade davanti al viso.

Mia nonna, da giovane, i capelli li lavava una volta a settimana e li lasciava asciugare all’aria, che fosse estate o inverno. Quando erano puliti li districava con un pettine largo e poi ci passava una spazzola morbida. La spazzola era tanto morbida che i capelli, più che pettinarli, li carezzava. Aveva il manico d’argento con le sue iniziali. Quando i capelli erano senza nodi, ancora umidi, la nonna li intrecciava e li attorcigliava sulla nuca.

Nonna, quando mia zia e mio padre erano piccoli, si divertiva ad acconciare i capelli anche a loro. Mia zia, che era bionda, portava i capelli lunghissimi, che nonna stringeva in due trecce ai lati della testa, serrate da due grandi fiocchi, di solito bianchi, sulle tempie e in fondo, sulle codine. C’è una foto color seppia che la ritrae, trecciuta e con i fieri occhi chiari che guardano un punto lontano. Mio padre invece, a due tre anni, lo pettinava con un bel boccolo a banana sulla cima della testa.

Per farsi confezionare i vestiti, mia nonna andava dalla sarta. Le stoffe se le comprava da sé. La scelta delle stoffe era un impegno importante e prevedeva lunghi giri a piedi per i negozi di tessuti. D’inverno mia nonna si metteva delle scarpe robuste, un tailleur di tweed, riempiva la borsa del necessario, fazzoletto pulito ricamato, borsellino per gli spiccioli, portafogli, lorgnette d’oro. Poi prendeva per mano papà e si avviava. Nonna entrava, un negozio dopo l’altro, e costringeva i commessi a tirar giù le stoffe. Poi apriva la borsa, prendeva la lorgnette e con uno scatto secco del polso la apriva, accostava le lenti agli occhi e osservava le stoffe un centimetro dopo l’altro, sperando di trovarci dei difetti. Se trovava un difettuccio, una piccola defaillance della trama o della coloritura, partiva con una contrattazione furibonda per ottenere un ribasso. Mio padre bambino si vergognava e implorava di essere lasciato a casa, sempre inascoltato.

Quando era piccolo mio padre aveva molti motivi per protestare, oltre i pomeriggi stoffa  e sconto e il ciuffo a banana. Uno dei motivi principali era la scuola Massimo dove veniva mandato: era un istituto di gesuiti e mio padre, che era un bambino irrequieto, diventava una peste per la severa istruzione e la dottrina religiosa che gli impartivano.

All’Istituto Massimo costringevano i ragazzi a dettature chilometriche, davano come compito a casa la traduzione di trenta frasi dall’italiano al greco e trenta dal latino per inchiodare quelle farfalle di quattordici anni al tavolo, il pomeriggio richiamavano in aula gli allievi che restavano indietro a fare lezioni supplementari. All’Istituto Massimo l’educazione era basata sulla delazione, si incoraggiavano i bambini a sorvegliarsi l’un l’altro e a denunciare i reprobi agli insegnanti. Gli studenti resistevano alla repressione con feroce esercizio di omertà. Un giorno papà si arrabbiò furiosamente con un compagno, Reali, che era seduto davanti a lui e gli infilò la lama del temperino nel sedere. Lui si alzò col sangue che gli usciva copioso e chiese il permesso di andare in infermeria. “Ma com’è stato?”, chiese l’insegnante. “Mi sono grattato un foruncolo”. Gli insegnanti erano fasulli. Il professore di italiano aveva il nome illustre di Alciati e visto che si diceva piròscafo, per omofonia diceva motòscafo. Il professore di scienze Faure aveva inventato un liquido per aumentare la durata delle batterie dell’automobile, che aveva pomposamente ribattezzato “liquido Faure” e che non funzionava per niente.

Papà fu cacciato dall’Istituto alla fine del quinto ginnasio.


11 Risposte to “Stato di famiglia”

  1. paolo ferrucci Says:

    Bellissimo.
    (ci sei mancato, Sergio.)

  2. lillo Says:

    è vero che è bellissimo, ma cos’è esattamente? è un romanzo? pubblicato, manoscritto… è l’inizio di un racconto… ho cercato in internet e non ho trovato nulla e ora mi piacerebbe continuare a leggere…

  3. sergiogarufi Says:

    ciao paolo, ciao lillo, sono contento che vi sia piaciuto, io lo trovo fantastico. si tratta di un frammento di una narrazione più lunga scritta da una persona chemi è molto cara e che non vuole pubblicare. spero in seguito di convincerla a metterne altri.
    un abbraccio

  4. paolo ferrucci Says:

    Il fatto che l’autrice non voglia pubblicare mi avrebbe stupito, una volta; oggi, invece, molto meno. Sento un talento robusto, come quelle cose che si facevano una volta e oggi non si fanno più, ed erano le migliori.
    Ricambio l’abbraccio.

  5. elena Says:

    Bellissimo. Lucido, diretto, senza fronzoli ma pieno di tanto.
    La qualità dell’essere carota mi è piaciuta moltissimo.:))

  6. monicavannucchi Says:

    Evviva Sergio, sei tornato!! e con una cosa bellissima per giunta; tornerò spesso qui anche io a rileggerlo, questo pezzo così intenso e pulito. bacioni, monica

  7. maria luisa Says:

    Bellissimo. La stoffa con i cuori Lovable e i cassetti zeppi di fettucce, nastri, le spolette CantoniCoats e le scatole con i bottoni. Rivedo parte della mia infanzia nella merceria di mia zia. Certo non era grande come quella di Piazza Vittorio.
    I ricordi però sono simili.
    In questa città dove abito, ogni tanto, con una scusa banale, vado nella grande merceria cittadina che resiste alle mode e alle vendite alle catene di franchising. Trovo un modo per scegliere fodere, un’altra volta per chiedere una cerniera o dei bottoni introvabili.
    Ci trascorro decine di minuti in trepida malinconia, cercando di ritrovare odori, gesti e parole.

  8. vera behles Says:

    grazie a tutti, sono molto contenta che vi sia piaciuto questo scritto piccolo🙂

  9. matteo ciucci Says:

    Ma quando esce il tuo libro, Sergio? Dimmelo o mi tocca continuare a cliccare…

  10. sergiogarufi Says:

    ciao matteo, sto ancora provando a scriverlo, quando sarà il momento ti avviserò. un abbraccio

  11. mirko graziani Says:

    aspettiamo tutti !!!

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