Acqua

di Vera Behles

C’è tanta acqua nella mia vita. Mia mamma, mio fratello ed io passavamo cinque mesi l’anno al mare, da maggio a ottobre, insieme alla zia e alle cugine, nostre coetanee: abitavamo quasi tutto il tempo nella villa bianca della nonna materna che affacciava su un mare di scogli e polpi, e una parte più piccola dell’estate nel villino a mare della nonna paterna, che distava cinquanta metri dalla spiaggia. Dal secondo piano di una casa si vedeva l’altra. Fu così che si conobbero i miei genitori, fu lì che si innamorarono. Lei sedici, lui diciannove anni.

Il giardino della nonna materna confinava con il villino del cugino di mia nonna, una casa a due piani con una scala a chiocciola cui si accedeva scostando una tenda di stoffa pesante. Il cugino possedeva una televisione e una sera noi bambini avemmo il permesso di vedere un film da lui, non ricordo se fosse Merletto di mezzanotte o La scala a chiocciola, che ci terrorizzò. Attraversammo i giardini ululando e ridacchiando nervosi. La scala della casa dei vicini divenne per anni il simbolo di quella deliziosa paura. Il cugino aveva una moglie che maltrattava e tradiva da anni con un’amante. La nonna materna la compativa e la teneva con sé quando il marito dormiva o spariva con la fidanzata per una breve vacanza.

Entrambe le nonne davano una canasta, una volta a settimana ciascuna. In giardino si posizionavano bene all’ombra alcuni tavoli coperti da speciali panni verdi. Agli angoli c’erano stampati a colori i quattro semi delle carte, picche cuori fiori quadri. Nero rosso nero rosso. Durante le canaste si servivano cose buonissime da mangiare, rigorosamente di piccola dimensione, che dovevano entrare sul tavolo da gioco senza ingombrare troppo la vista delle carte calate, con tè freddo casalingo e Punt&Mes. A queste canaste erano invitate certe matrone foderate di cotone estivo fiorato o a righe. C’era un tavolo a parte per le signore più giovani, con mia madre e mia zia, la moglie bellissima di un cugino di secondo grado e sua cognata, di una bruttezza folgorante. E arrivavano anche, sempre in anticipo, le gemelle zitelle nate da una cugina della nonna lo stesso giorno e anno del suo primogenito. Alle canaste, i cui giorni non dovevano per reciproca cortesia mai incrociarsi, ovviamente le nonne si invitavano l’una con l’altra, anche se si guardavano in sorridente cagnesco. La nonna materna riteneva che, col matrimonio con mio padre, la sua unica figlia femmina fosse finita nell’abbraccio mortale di una famiglia bizzarra e supponente. La nonna paterna la guardava dal gradino più alto della sua stolida certezza di essere più. Più giusta, più comme il faut, più pratica, più pia.

Entrambe le nonne affittavano ogni anno due cabine contigue al bagno Pirgus. La nonna materna aveva la due, la nonna paterna la tre. Furono gli stessi numeri per vent’anni. Una volta ogni tanto si poteva rimanere a mangiare sulla spiaggia. Se eravamo ospiti della nonna materna, la mattina ci preparavamo i panini. Questi panini noi li adoravamo: c’era una rosetta fresca per uno, cui si rimuoveva la parte di sopra, che serviva poi come coperchio. La rosetta veniva riempita di tonno, pomodoro, uovo sodo, alici, pancetta affumicata, insalata verde e maionese. Se eravamo ospiti della nonna paterna, andavamo al mare e all’ora di colazione, verso l’una, scendevano le donne di nonna con vassoi di supplì, crocchette, insalata russa, crostini. In genere invece a quell’ora si risaliva a casa, per fare una pausa dal sole. A casa della nonna materna si mangiavano le uova uso trippa e il vitello tonnato, un budino al cioccolato e la crème caramel. A casa della nonna paterna, un paio di mattine a settimana consegnavano il latte appena munto dalla mucca. Questo latte veniva portato in cucina dalla cuoca e fatto bollire per ore. Era un latte grasso che aveva sopra un dito spesso di panna. La nonna materna, alla fine dell’estate, ingaggiava delle donne per fare la passata di pomodoro per l’inverno. Era un lavoro immane e tutte le donne, grandi e piccole, davano una mano. Si preparavano dei fuochi di legna in giardino, si prendevano dei fusti come quelli della benzina, si riempivano di pomodori che venivano fatti bollire per ore. Quando la salsa di pomodoro era pronta, veniva travasata in certi barattoli speciali di vetro, si aggiungeva una foglia di basilico, un goccio d’olio e si sigillavano; così, tutta la famiglia aveva la sua scorta di sugo per l’inverno.

Le mie cugine, mio fratello ed io d’estate eravamo un nucleo forte e autosufficiente. Di base eravamo quattro, cinque se si conta la figlia della cameriera di nonna, che era poco più grande e che trascorreva con noi un paio di mesi di vacanza dal collegio, dove era interna. Poi avevamo dei satelliti fissi: i due fratelli nostri dirimpettai e la figlia un po’ tonta di genitori anziani cugini di nonna, che abitava a cento metri da casa nostra.

La casa aveva un grande giardino a più livelli, pieno di anfratti e nascondigli, una parte di rappresentanza con le siepi di pitosforo, le palme, le aiuole e la ghiaia ben stesa, una parte più privata con la fontana e gli alberi da frutto: gelsi, fichi, pere. E tutto intorno un bel po’ di pini che disseminavano il giardino di pinoli. Questi pinoli venivano raccolti da noi bambini, aperti con un colpo ben assestato di sasso, portati alla donna di servizio che veniva l’estate di rinforzo e che ci faceva lo zucchero caramellato, steso sul tavolo di marmo della cucina.

Una volta l’anno, all’inizio della villeggiatura, mia madre e mia zia ci accompagnavano a Tolfa a comprare qualche pezzo di cuoio per farci dei costumi da indiani e a mangiare un famoso panino fatto col pane sciapo e il prosciutto salato, tagliato a mano. Era buonissimo, con le fette dure e spesse. I costumi erano dei rettangoli di cuoio grigio chiaro, che mettevamo come perizoma e che tenevamo su con una cinta. Eravamo praticamente nudi, noi quattro cugini. Le due ragazze si mettevano anche un sopra perché avevano un po’ di tette e i genitori non le facevamo girare come delle selvagge. Mi ricordo che la madre della tonta, che era una snob proverbiale, ci disse una volta con voce nasale che alla figlia, per un compleanno, avevano regalato “Un magnifico Snapy d’argento e smalto”. Lo Snapy sarebbe stato Snoopy, il cane di Charlie Brown. La sera ci ripetevamo come un mantra “Un magnifico Snapy”, finché non ci faceva ridere più. Questa signora, che si dava arie da colta e che seguiva certi corsi d’arte e archeologia per donne ricche e sfaccendate, durante una cena disse che aveva visitato un bellissimo caveau, per cavea. Mio padre commentò più tardi che il suo attaccamento per i soldi si dimostrava anche nei lapsus.

Il gioco degli indiani era semplice. Eravamo una tribù con costumi, archi, tomahawk e copricapo con le piume. Ognuno aveva un nome indiano e un simbolo sul perizoma, inciso con il nero di un carbone. Il gruppo era composto da noi quattro, più le due, più i due ragazzini di fronte. I nomi erano eroici: lupo argentato, nuvola grigia, penna nera, roba così.

Un giorno scoppiò una crisi. I maschi, tre, si misero nella tenda che avevamo a casa dei ragazzini e decisero che lì ci stavano loro che erano i capi, in quanto maschi. Noi femmine protestammo, Allora giocate da soli. Ce ne andammo. Per due giorni non ci rivolgemmo la parola. Poi una volta, dietro al cancello, la madre dei fratelli venne a chiedere perché non giocavamo più coi figli. Lo spiegai e lei mi disse “Avete ragione”. I bambini vennero poi a dire che allora nella tenda ci potevamo andare tutti e la cosa finì là. Però eravamo tutti capi e tutti indiani e la parità, nei giochi, è noiosa. Ci serviva un nemico, che arrivò. C’erano due bambini che gironzolavano sempre in bicicletta sotto casa nostra e guardavano nel giardino. Andavano anche al nostro stesso stabilimento, che era piccolo e ci si conosceva tutti. A noi stavano antipatici. Uno si chiamava Riccardino, mingherlino e con i capelli neri. Suo padre gestiva uno dei migliori ristoranti di Santa Marinella. Tra l’altro, mio fratello mi ha detto l’altro giorno che Riccardo è subentrato a suo padre nella gestione del ristorante, che ora è un locale eccellente ed è diventato un omone grande e grosso. L’altro era Massimiliano, da noi soprannominato Surama, che non significava niente. Questi due, vedendoci tutti nudi e capelloni indianizzati, cominciarono a passare in bici vestiti da cowboy e ci sfottevano. Noi li bombardavamo con proiettili di pitosforo lanciati con cerbottane di canna di bambù.

Una volta riuscimmo, con stratagemma di femmine, anche se piccole: “Bambinooo, vuoi giocare con nooooi?”, ad attirare Surama nel giardino. Quella volta avevamo anche i segni neri da guerra sul viso. A Surama non pareva vero di avere finalmente accesso al meraviglioso giardino e varcò il cancello con la bici. “Devi posarla lì. Non si può giocare con la bici a indiani e cowboy, non esistevano”, disse mio fratello, che eravamo molto rigorosi nella ricostruzione storica. Surama poggiò la bici sul muro della rampa di accesso al giardino. Immediatamente lo circondammo. “Lo sai che i cowboy hanno sterminato gli indiani, gli hanno rubato la terra e li hanno fatti ubriacare nelle riserve? Gli hanno anche attaccato il raffreddore: quindi ora ti catturiamo”. E in quattro indiani ben nutriti che eravamo abbiamo circondato il povero Surama che era un bambino sottile. L’abbiamo legato a un pino con una corda che avevamo, gli abbiamo fatto il canto di guerra indiana girandogli intorno per un po’ e siamo scappati via mentre lui gridava: “Liberatemi, ci sono le formiche! Lasciatemi andare!”. Poi lo slegammo, piangeva ed era sfinito dal prurito e di più dalla rabbia e dalla delusione. Inforcò la bici più veloce che poteva, aprì il cancello e se ne andò. La sua mamma non venne a complimentarsi.

Mia cugina Sofia e io siamo più che sorelle. Abbiamo solo il meglio dell’essere sorelle, quella disposizione a volersi bene anche se ci si sta sulle palle perché si è cresciute insieme e ci si conosce talmente che non si resta troppo ferite. Quella sorellanza scevra di rivalità perché non si è lottato per l’amore dei genitori. Quella prossimità di cultura però non identica, che c’è anche il lato della parentela acquisita che ha mischiato le carte genetiche.

Quando eravamo a Santa Marinella, noi due dormivamo insieme. Avevamo una stanza con due finestre. La stanza era vicino all’unico bagno, con i vantaggi del caso ed era arredata semplicemente: due letti gemelli di ferro, un armadio di legno dipinto con un inserto di maiolica, una toletta, due sedie.

La sera andavamo insieme in bagno. Mentre una era sulla tazza a fare la cacca, l’altra si lavava i denti. E poi si faceva cambio, denti cacca. Intanto si chiacchierava della giornata di mare appena trascorsa. Tutti i giorni andavamo allo stabilimento Pirgus, di fronte a casa, dove frequentavamo un piccolo gruppo di conoscenti della nostra età. Di solito erano gli stessi bambini ma quell’anno comparvero, venuti chissà da dove, due ragazzini nuovi. Non ricordo il loro nome, noi li chiamavamo Francesino e Naso Grosso, per la forma dei nasi. Io ricordo che Francesino era innamorato di me e Naso Grosso di mia cugina. Sofia sostiene che fossero entrambi innamorati di me ma Naso Grosso aveva dovuto ripiegare su di lei. Tant’è, i due venivano tutte le sere poco prima del tramonto al cancello del giardino di casa nostra e ci facevamo chiamare. Soph ed io non li facevamo mai entrare e loro si accontentavano di passarci attraverso le sbarre una rosa, un biglietto, una piccola cosa. Noi le prendevamo e correvamo via sghignazzando, qualche volta, lasciandole cadere nella corsa. Una sera, mentre eravamo a letto, abbiamo inventato una canzone su di loro, che ci faceva ridere come delle pazze, soprattutto quando pronunciavamo la parola “amari”. Diceva così: “Francesino e Naso Grosso/se ne andavano in paltò, C’era un buco proprio grosso: ve lo dico? Sul popò. Naso grosso e Francesino, Si accorser del buchino e con faccia da amari, dissero: son gli spari!”. Il famoso giorno del film pauroso, Sofia ed io ci eravamo chiuse a chiave nella stanza. A me scappava la pipì ma non osavo uscire, nemmeno per varcare la porta a fianco alla nostra, dove si trovava il bagno. Allora mi tirai giù le mutande, mi sedetti sul cornicione della finestra, sporsi il sedere e feci la pipì di sotto. La mattina andammo a controllare se si vedeva qualcosa sul muro esterno della casa. Ci sembrò di sentire odore di pipì e ogni volta che passavamo da quel lato della casa, correvamo tappandoci il naso e ridendo tra noi.

Quando mio papà ci raggiungeva, nel fine settimana, si metteva il Port-Cros, un costume che si allacciava con un gancio di lato e portava mio fratello e me al largo sul pattino, era come un rito di ricongiungimento. Io mi tuffavo e nuotavo per chilometri, avanti e indietro tra i due stabilimenti, Pirgus e Marinella, mentre mio padre mi seguiva da presso remando. Mio fratello restava sul sedile accanto a lui con pinne, maschera, boccaglio, braccioli e ciambella. Non si buttava finché anche mio padre non era in acqua. Io invece nuotavo come un pesce. Ero una ranista. Nelle gare avevo poca resistenza ma ero veloce nei tragitti brevi. Avevo imparato a nuotare in piscina, dove mia madre iscriveva mio fratello e me tutti gli anni. La mamma pregava due volte alla settimana mio fratello di provare, lo implorava a volte. Lui alla fine acconsentiva ad entrare in macchina, col costume sotto i vestiti. Poi, una volta in piscina, negli spogliatoi rifiutava di spogliarsi e restava muto e con lo sguardo remoto finché mia madre non cedeva e lo teneva con sé. Io entravo a lezione e loro si sedevano su certi spalti, a guardarmi nuotare.

L’acqua della piscina mi piaceva, così azzurra chiara e trasparente. Nuotavo con gli occhialetti e uscivo stanchissima dall’allenamento, che col tempo era diventato agonistico. Mi facevo la doccia per togliermi via il cloro dalla pelle ma sui capelli e sulle dita, forse invece era nel naso, mi rimaneva un po’ di quell’odore persistente. Lo portavo a casa, dove mio padre mi diceva che avevo gli occhi rossi e io rispondevo: “Sì, mi bruciano”. Allora lui prendeva un batuffolo di ovatta, lo inzuppava nel latte freddo e me lo premeva sugli occhi. Mia madre invece credeva nella versione con la camomilla e la applicava tiepida.

Da piccoli eravamo iscritti al Circolo della Polizia, le Fiamme Oro, sul Lungotevere. Il capo istruttore era un signore di mezza età, tracagnotto, che urlava come un ossesso per farsi sentire in quel pazzesco rumore sordo che hanno tutte le piscine. Il primo anno che fummo iscritti non sapevamo nuotare, facemmo la prova di acquaticità, le mie cugine, mio fratello ed io. La prova consisteva nell’entrare in acqua e tentare di rimanere a galla. Mio fratello aveva timore ad entrare, era un bimbo timido e freddoloso. Fu spinto in piscina da uno degli istruttori. Andò giù, si spaventò ma disperatamente riemerse e si aggrappò alla sponda. L’istruttore lo respinse e lui si inabissò: negli anni settanta non si andava troppo per il sottile e comunque i manuali di psicologia in piscina non si usavano. Per questo mio fratello non volle nuotare più, per anni. Poi, da grande, ricompose questa ferita e prese il brevetto da sub.

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5 Risposte to “Acqua”

  1. lillo Says:

    il pezzo è, come il precedente, splendido.
    ma a questo punto mi piacerebbe davvero sapere qualcosa di più di vera behles, o deve rimanere un segreto?
    “il segreto di vera behles” sarebbe un bel titolo per un libro, no?

  2. vera behles Says:

    grazie a te.
    “il segreto di vb”, potrei lavorarci su…

  3. Matteo Says:

    una meraviglia anche questo, complimenti

  4. PostNarrativa Says:

    Bello, assolutamente.
    Saluti e Ci vediamo su lapostnarrativa

  5. Pillole di ricordi estivi: il pattino | genitoricrescono.com Says:

    […] foto, bellissima, è tratta dal blog La Vie en beige, in particolare dal racconto “Acqua” di Vera Behles. Non ho trovato indicazione di diritti, ma sulla foto non c’è firma, quindi […]

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