Pincio e i TQ

Si è fatto un gran parlare sui giornali di recente a proposito della “generazione TQ”. L’evento in questione era un seminario, ospitato nella sede romana dell’editore Laterza, in cui centocinquanta fra i più noti scrittori e critici italiani trenta-quarantenni (da cui l’acronimo) si sono riuniti per ragionare sulla condizione dell’intellettuale e per individuare un orizzonte comune sul quale confrontarsi. L’incontro è servito soprattutto a raccogliere proposte e idee per uscire dal cono d’ombra sotto il quale per troppo tempo è stata tenuta un’intera generazione di operatori culturali.
La discussione è stata a tratti caotica e surreale, e non poteva essere altrimenti visto l’alto numero di partecipanti, ma ha affrontato pure i nodi cruciali di questa vocazione, come l’impasse in cui ristagna e le modalità più efficaci per incidere sulla realtà non avendo accesso ai grandi media. Alcuni denunciavano il miserevole stato della cultura nel nostro paese, si chiedevano se avesse ancora senso il mestiere di scrivere, in assenza di un vero pubblico e con spazi a disposizione così ridotti e mal retribuiti, come se qualsiasi iniziativa possibile fosse destinata al fallimento. Fra i presenti, in posizione defilata, c’era pure Tommaso Pincio, che molti considerano come uno dei punti di riferimento generazionali, tant’è che nel manifesto dell’iniziativa si citava un suo libro, Lo spazio sfinito (edito da minimum fax). Sul suo silenzio si è congetturato a lungo, nella conversazione prandiale che è seguita al seminario, se fosse cioè addebitabile al suo carattere schivo o dipendesse da un senso di estraneità, considerata la sua età limite (è del 1963). La mia impressione è che avesse già detto tutto in Hotel a zero stelle, il suo ultimo bellissimo libro edito nella collana Contromano di Laterza, quando, citando David Foster Wallace, propugna una narrativa che sia utile ai lettori, che li aiuti a “diventare meno soli dentro”. Quasi due secoli prima, in un appunto del suo Zibaldone, Leopardi ci ricordava infatti la stessa elementare verità, ossia che la letteratura è fatta in primo luogo per i non letterati. Quelli sono i suoi interlocutori privilegiati, a loro si deve rivolgere. Forse, se si partisse da questo semplice assunto, ci si arrabbierebbe un po’ meno con la gerontocrazia (che indubbiamente esiste ed è opprimente) e si capirebbero un po’ di più i motivi della diffidenza del common reader verso le recensioni e gli elzeviri, troppo spesso redatti con un linguaggio per iniziati. Anche in questo senso Tommaso Pincio è un esempio di stile. Lui sembra possedere il dono di una scrittura sorgiva, limpida come acqua di fonte, evocativa e al contempo trasparente, capace di ammaliare il lettore con un’estrema economia espressiva come solo i grandi narratori sanno fare. Hotel a zero stelle, forse la meno ambiziosa e la più intima delle sue opere, si presenta come una sorta di ostica bibliografia della sua vita, in cui però vengono mescolati così sapientemente i libri e le esperienze a tal punto da scambiarsi i ruoli, per cui i primi diventano le seconde e viceversa. Ispirandosi alla Divina Commedia e strutturandosi architettonicamente al modo di certe contrainte oulipiane, la narrazione ci conduce all’interno di un albergo modesto a quattro piani, ognuno composto da tre camere in cui soggiornano gli autori che hanno accompagnato le svolte esistenziali dell’autore. Il modello dantesco suggerisce un percorso di ascensione e riscatto. Il piano più basso (con Goffredo Parise, Graham Greene e Jack Kerouac) rappresenta lo smarrimento ed è dedicato al tema della menzogna. Il secondo (con Francis Scott Fitzgerald, Georges Simenon e David Foster Wallace) illustra l’inferno e la condanna al fallimento. Il terzo (con Philip K. Dick, Tommaso Landolfi e Herman Melville) descrive il purgatorio e la scoperta del principio di realtà. Il quarto (Pierpaolo Pasolini, Gabriel García Marquez e George Orwell) raffigura il paradiso e la ricerca di un senso all’esistere. Infine la conclusione è affidata a un epitaffio che è anche un invito, rivolto soprattutto ai volti cari, quelli da lui ritratti sulla parete di una galleria d’arte e riprodotti all’inizio di ogni capitolo/stanza. Ma non è la storia di un bibliofilo, di un uomo di carta e inchiostro anziché carne e sangue, che ci viene raccontata, bensì quella di un bambino che amava i negozi di arredamento e l’algida perfezione di quegli ambienti ialini. Un feto che tentò il suicidio per interposta persona, un adolescente che rischiò di morire, un giovane che viaggiò per il mondo, un uomo che visse e vinse la tossicodipendenza, conobbe i maggiori artisti del suo tempo, abbandonò un lavoro redditizio e la passione per la pittura per scoprirsi infine scrittore. Lo scrittore migliore della sua generazione, l’unico in grado di “far brillare il prosaico di luce propria” e insegnarci che non ci si rassegna all’inevitabile.

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7 Risposte to “Pincio e i TQ”

  1. abo Says:

    Gran bel pezzo, complimenti.
    Pincio, dopo aver letto “Lo spazio sfinito” e “Cinacittà” è balzato, senza troppa fatica a dire il vero, in testa ai miei scrittori italiani di riferimento.
    Letto questo post, mi procurerò al più presto anche “Hotel a zero stelle”.

  2. lillo Says:

    la mia filosofia di sempre (anche perchè di professione faccio il giornalista). la scrittura è comunicazione, in primis, per cui deve essere chiara, sempre, a tutti. l’arte per l’arte non serve a nessuno e talvolta ho il vago sospetto che serva solo a mascherare una concreta mancanza di contenuti. magari mi sbaglio ma io la vedo così.

  3. roberta Says:

    ma sì, c’era una volta gadda; c’era manganelli… e che ce frega…

  4. lillo Says:

    ma chi li legge più gadda e manganelli?

  5. gianni biondillo Says:

    io?

  6. matteo ciucci Says:

    Bellissima recensione o quarta di copertina. Ho letto “Hotel a zero stelle” sulla scia di questo invito. L’ho trovato intimo, una riflessione privata che sfiora il bilancio esistenziale senza mai trarre conclusioni definitive, che coinvolge comunque e sempre il lettore. La scrittura è ancora quella di “Lo spazio sfinito”, i temi più umani, e l’autore sembra a mio parere sfiorare perfezione e l’algidità dei primi racconti di Barthelme.

    Ma perchè uno dotato come Pincio non affronta temi più dichiaratamente sociali e nostrani come Lagioia in “Riportando tutto a casa”? Perché non prova a dire qualcosa sulla nostra penisola in cui sta succedendo davvero di tutto (e non mi riferisco a B., ma a tutto il resto)? In fondo, quello che manca all’appello della letteratura, e qui mi riallaccio al seminario TQ, è proprio un forte romanzo italiano che parli del nostro tempo, adesso.

  7. matteo ciucci Says:

    Uhm: “e l’autore sembra a mio parere” = “dove l’autore…”
    La somiglianza con Barthelme si riferisce a “Lo spazio sfinito”, insomma.

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