Come un fantasma che vaga tra gli scaffali di una libreria

di Marco Rossari

Questa è la cronaca di un esordio annunciato: autore già maturo ancora prima di aver pubblicato alcunché (un po’ come il suo alter ego narrativo, che si definisce, sulla scorta kafkiana, “scrittore non praticante”), stimato da un esercito di scrittori e critici, Sergio Garufi arriva al romanzo dopo mille tentennamenti e incertezze (oltre a un volumetto d’impronta saggistica per Senzapatria editore, 2010, dal titolo Moleskine), per la dedizione a una scrittura fatta di chiose, commenti, glosse che qui per la prima volta esercita intorno a un romanzo riuscitissimo (Il nome giusto, Ponte alle Grazie, pp. 237, euro 16,00).

Alla vigilia del quarantottesimo compleanno, un milanese trapiantato da non molto a Roma, dopo aver tagliato i ponti con un passato opaco per correre dietro al sogno di scrivere e a una nuova donna (Anna, uscita da un matrimonio fallimentare, che vive con un figlio adottivo di origine cambogiana, Yulhan), muore di morte violenta e srotola il film della propria vita dal limbo in cui si trova a vagare come un fantasma inerte, ombra senza ombra tra le ombre, condannato a bazzicare i luoghi dove ha vissuto, in una coazione crudele a guardare senza interagire e a ricordare senza trovare un senso. Soprattutto, infesta la piccola libreria che era solito frequentare, dove sono finiti i volumi accumulati nel corso di una vita, il tesoro di una biblioteca che per lui ha rappresentato una passione divorante, oltre che un desiderio di riscatto.

La narrazione si svolge in quindici capitoli corrispondenti ad altrettanti volumi, da Leopardi a John Ashbery, da David Foster Wallace a una monografia su Christian Boltanski, e via scartabellando. Ogni tomo termina tra le mani di un acquirente da pedinare, conosciuto e non, ma allo stesso tempo innesca una digressione sulla fase della vita che ne ha favorito l’acquisto. Si va da classici come i Diari di Kafka a opere contemporanee come Le cose fondamentali di Tiziano Scarpa, passando per rarità come un Obituario di provincia (il registro dei morti) o la prima edizione delle Bagatelles di Céline.

Attraverso questa biobibliografia fantasmatica, con un sapiente procedimento a fisarmonica, il nostro analizza gli episodi che l’hanno portato a credere nella scrittura e in questa nuova vita romana: la frequentazione amichevole da ragazzo con nientepopodimenoche Jorge Luis Borges («mi chinavo sui suoi testi come un aruspice»), l’infanzia agiata ma inquieta, la posizione a volte frustrante a volte comoda da negoziante nel nord operoso (un po’ antiquario dotto e un po’ sordido bottegaio: due poli, quello della cultura e quello del denaro, che riaffiorano di continuo, visto il fallimento dell’impresa famigliare e quindi il ripiego su un negozio di basso profilo), il naufragio di ogni storia d’amore per una nevrosi o per l’altra, l’attrazione e repulsione per il mondo delle lettere, l’interesse schietto – non mediato dagli studi – per l’arte. Soprattutto, fulcro e anima della storia, viene vivisezionato il rapporto di amoreodio con il padre, il cui suicidio continua a pesare come un macigno sui rapporti del narratore con il resto della numerosa famiglia e sulla sua visione del mondo. Idolatrato e temuto, avvocato di successo e suicida fallimentare (nel senso che il tentato suicidio invece che all’altro mondo lo manda in coma), questa figura rappresenta per il protagonista un rimorso e un destino, suggellati da una sconvolgente rivelazione.

Non è tanto la storia, che pure non è priva di colpi di scena, a rendere interessante Il nome giusto. Punto di forza di questo libro è lo sguardo del protagonista, un flâneur esistenziale – un “apolide del destino”, pronto a ridimensionarsi a ogni piè sospinto: «Sapevo riconoscere il bello e dargli forma, come il rapsodo greco, il “cucitore di canti”, ma non possedevo una fantasia di primo grado ed ero solo un bottegaio della letteratura» – che tutti osserva passando inosservato, un bibliofilo disilluso che sembra vivere di sottrazioni e di assenze («Pensavo che privazione fosse sinonimo di assoluto: essere sciolto da vincoli, non dipendere da nessuno, accettare con fierezza la propria esclusione, il fatto che il mondo faccia a meno di me. Ama nesciri, “compiaciti di essere ignorato”, era il mio motto”), un ossessivo self-portrayer condannato a ritrovarsi sempre nello specchio convesso o concavo della scrittura e della lettura, che tutto divorano e deformano, un rabdomante di senso smarrito nel labirinto dell’alfabeto.

Ne risulta un romanzo atipico: retrospettiva alla Viale del tramonto in salsa nichilista, vita parallela al cubo (non si contano gli echi e le proiezioni tra un personaggio e l’altro, ma anche tra arte e vita), continuo corpo a corpo – però immateriale – con la morte, reportage esistenziale da revenant in compagnia di illustri doppi e ombre; ma soprattutto spietata disanima di una vita agra, famigliare e amorosa. Un libro crudo, per sincerità e schiettezza (e non solo dei momenti di sesso: memorabile è la scena in cui la goccia che fa traboccare il vaso e rompere un rapporto già incrinato fra i genitori è un peto in camera da letto), scritto con stile piano ma dotto, rifinito ma limpido. Sergio Garufi costruisce un dedalo narrativo, fatto di continui incisi, dove ci si perde come nelle città di Benjamin e nelle pagine dello Zibaldone, ma dove l’aria che si respira è fatta di amarezza franca, di un cinismo rabbioso che d’un tratto si rovescia in disarmante ingenuità, un disincanto bianciardiano che però disperatamente insegue l’incanto della vita e che trova suggello nell’appunto di Kafka da cui prende il titolo il libro: «Si può benissimo pensare che la magnificenza della vita sia pronta intorno a ognuno e in tutta la sua pienezza, ma velata, nel profondo, indivisibile, lontanissima. E però non ostile, non riluttante, non sorda. Se la si chiama con la parola giusta, col giusto nome, viene».

(apparso su Liberazione il 19/6/2011)

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19 Risposte to “Come un fantasma che vaga tra gli scaffali di una libreria”

  1. matteo Says:

    Eh, già. Complimenti, intanto! Mi rifaccio vivo appena ho il ibro in mano…

  2. stefanie golisch Says:

    Sono felicissma per te, Sergio!
    Leggerò….
    Un caro saluto da Monza

    Stefanie

  3. gianni biondillo Says:

    Grande Sergio!!!
    (era ora!)

  4. elena Says:

    evviva evviva evviva! corro a comprarlo! :))

  5. sergiogarufi Says:

    grazie raga, troppo buoni🙂

  6. luigi weber Says:

    Finalmente! Clap clap clap a Sergio!

  7. roberta Says:

    grande incipit. letti i primi due capitoli. che te devo dì: mecojoni!

  8. sergiogarufi Says:

    grazie a luigi e a roberta🙂

  9. dario Says:

    ordinato in libreria…!

  10. sergiogarufi Says:

    ciao dario, benritrovato, e grazie!

  11. Mauro Baldrati Says:

    Bravo Sergio!

  12. sergiogarufi Says:

    grazie mille mauro!

  13. paolo f Says:

    Libro interessantissimo a prescindere, ne sono felicissimo.
    Congratulazioni, Sergio!🙂

  14. CalMa Says:

    se il tuo account tiscali è tuttora attivo, il mio bravo, più diffusamente, più prolisso, è lì nella mailbox. Otherwise, minimalisticamente qui e adesso: Bravo

  15. sergiogarufi Says:

    grazie a paolo e a mauro.

  16. cristiano prakash dorigo Says:

    bravo Sergio. le recensioni lette sono un invito a conoscerti meglio, entrando nelle tue pagine scritte.
    cristiano

  17. sergiogarufi Says:

    grazie cristiano.

  18. elimarprchalr9 Says:

    di Marco Rossari Questa è la cronaca di un esordio annunciato: autore già maturo ancora prima di aver pubblicato alcunché (un po’ come il … sscaffalelibreria.wordpress.com

  19. benedikthegerp8 Says:

    Soprattutto, infesta la piccola libreria che era solito frequentare, dove sono … ccubolibreria.wordpress.com

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