Altro che libero arbitrio

Per Schopenhauer ogni nostro atto era volontario, espressione precisa di una scelta, per cui ogni morte era un suicidio, ogni malattia una punizione che ci infliggiamo, ecc. ecc. Io penso il contrario. L’ho scritto pure nel libro, quando dico: “quanto poco nostra è la nostra vita”. Lì il contesto era quello di certi traumi infantili, ripetuti da adulti o condizionanti all’opposto, ma lo estenderei a tante altre cose. Guardiamo le foto di vent’anni fa e ci sorprendiamo del cattivo gusto della capigliatura, allora di moda, o di certo abbigliamento (i pantaloni a zampa d’elefante negli anni 70, per es). E il linguaggio, come in quell’episodio ridicolo dello stilista, che intervistato al telegiornale sul colore di tendenza nella prossima stagione, risponde “il nero è un evergreen“. Sono automatismi verbali, siamo parlati più che parlare. Perfino certi sogni, come quelli che fantasticano di spiagge bianche e mare cristallino tipo Maldive, come se solo alle Maldive ci fosse. E la donna ideale, le forme canoniche, la silhouette giusta… La colonizzazione dell’ immaginario, la manipolazione del linguaggio e dei gusti, quanto spazio di autonomia ci lascia? E quanto tutto questo influisce sulla formazione dell’identità? A osservare i profili personali esposti sui social network sembra che siamo solo quello: una somma di preferenze; parole, gusti e sogni incarnati.

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