sentire la lingua

Mercoledì 26 Ottobre stavo a Milano, partecipavo a una discussione sul nuovo italiano assieme ad alcuni linguisti. Nello studio televisivo del canale Class news eravamo in tre: io, Luciana Bianciardi e Mario Cannella, uno dei curatori dello Zingarelli; mentre da Roma erano collegati due ospiti, di cui ricordo solo Luca Serianni. In generale l’approccio era molto serio: ci si lamentava dell’imbarbarimento generale, e si bocciavano senza pietà i giovani che nei servizi registrati dimostravano di conoscere i neologismi anglofoni e internettari (“taggare”), ma ignoravano il significato di alcune parole italiane non difficilissime (tipo “intralciare”). Io, ingessato dalle luci dello studio, parlavo apparecchiato come il peggior cruscante, salvo lasciarmi andare negli intervalli pubblicitari, dove raccontavo qualche aneddoto scherzoso. Uno di questi – il racconto famoso dello stilista intervistato dal TG, che alla domanda sul colore di moda nella prossima stagione risponde “Il nero. Il nero è un evergreen“, piacque talmente al conduttore che mi chiese di ripeterlo in onda, e da quel momento in poi mi sono rilassato.

Alla Stazione Centrale, in attesa del treno per Roma, ho fatto un giro alla nuova gigantesca Feltrinelli, e lì ho trovato questo librino Sellerio, che raccoglie diversi testamenti meridionali di alcuni decenni or sono. I migliori sono quelli redatti da semianalfabeti, pieni di bellissimi errori così vitali ed energici. Quando ero fidanzato con una ragazza che faceva l’architetto, mi burlavo della sua passione per i casolari fatiscenti, dell’idea che quei ruderi fossero posti più autentici delle case nuove o restaurate, ed ora faccio la stessa cosa con la scrittura. La lingua di Vincenzo Rabito, quella di Clelia Marchi, ma pure l’italiano approssimativo degli stranieri colti, come l’epistolario edito da Aragno di Ernst Bernhard, hanno qualcosa di potente, come di chi sente la lingua che maneggia in un modo diverso da chi la dà per scontata.

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4 Risposte to “sentire la lingua”

  1. sergio pasquandrea Says:

    Ne ricordo una bellissima di un grande pianista classico (credo fosse Claudio Arrau, ma potrei sbagliarmi), che ringraziando per un premio disse: “La mia vita è stata molto larga“, pensando che in italiano la parola avesse lo stesso senso che in spagnolo.
    Però, in effetti, l’idea di una vita “larga” (piuttosto che “lunga”) è bellissima.

    (Poi, alcuni splendidi esempi di scritture di cosiddetti “incolti” li ho trovati in “Contadini del Sud” di Scotellaro, che ho appena finito di leggere).

  2. eziotarantino Says:

    Proprio grazie a Luca Serianni, con il quale mi sono laureato, ho letto anni fa le lettere dei prigionieri italiani al fronte nella prima guerra mondiale. (il libro è ancora in commercio). Strazianti e bellissime.
    Ezio

  3. Chiara Belloni Says:

    Me lo ricordo quel libro, me lo avevi fatto vedere proprio in treno !
    Poi l’ho preso il tuo libro a Perugia …Ero troppo curiosa!
    E’ molto interessante e scritto bene ,alcuni luoghi e situazioni ,di cui parli nel libro ,sono molto care anche a me .

  4. monicavannucchi Says:

    Bene,bene, vedo che stai tornando il vecchio caro ruvido blogger di sempre! mi mancavi in effetti, e anche se leggere il tuo romanzo è stato un grande piacere ( un giorno ne dovremo parlare) son proprio contenta che, smaltito l’effettaccio esaltante di sentirti svuotato e allo stesso tempo un po’ troppo sotto gli occhi di tutti ( io me l’immagino così l’effetto che fa!) tu sia tornato nella veste che conoscevamo e a cui ci avevi abituato! e ora non sparire… monica

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