Archive for marzo 2012

La moto ritrovata

marzo 28, 2012

Una settimana fa mi rubarono la moto. Era una Honda Revere 650 color antracite. A mezzanotte scesi a portare il cane e c’era, alle otto di mattina del giorno successivo ripassai sempre col cane e non c’era più. Sul momento ci rimasi di merda. Da buon fatalista non mi venne subito in mente la sequela di insulti alla Alex Drastico, il personaggio di Antonio Albanese che malediva il ladro del suo motorino augurandogli le peggio cose; però mi vennero in mente tutti i ricordi legati a quella moto. Il fatto per esempio che mi somigliasse: vecchietta e con gli acciacchi ma ancora in pista, e dimostrando meno della sua età. E che fosse l’ultima testimone della mia vita precedente, infatti l’avevo comprata nell’aprile del 1989, prima della morte di mio padre, della truffa e di tutto il resto; quando gli affari andavano alla grande e tutto ciò che sarebbe successo in seguito non era neppure concepibile.

Era talmente vecchia che non aveva nemmeno l’assicurazione per il furto. Una moto di 23 anni sul mercato è considerata un ferro vecchio di nessun valore. Troppo giovane per essere d’epoca, troppo datata nel paragone con le altre. In più stava parcheggiata a fianco di due bolidi nuovi fiammanti, quindi mai mi sarei aspettato che la rubassero proprio lì. Per questo, oltre a non averla assicurata contro il furto, non l’avevo neanche legata.

Mentre aspettavo in commissariato il mio turno per denunciarne il furto, pensavo al dolore per quella perdita e ai tanti ricordi di quei 23 anni insieme: le gite al lago, i viaggi fino a Lipari, l’epica tirata notturna da Barcellona a Milano, partendo alle 9 di sera e arrivando alle 9 di mattina, guidando con la visiera scura del casco, quella da sole, che mi permetteva di vedere gli stop delle auto davanti solo a pochi metri di distanza. 95.000 km segnava il contachilometri. Pensai pure che se avessi avuto i soldi per prenderne una nuova, più bella e scattante, non l’avrei fatto, ci ero troppo affezionato.

Due giorni dopo, cioè mercoledì sera, tornavo a casa col cane e ho incrociato uno dei possessori delle moto nuove che solitamente erano parcheggiate a fianco alla mia. Appena è sceso e si è tolto il casco mi ha domandato: “perché ora parcheggi la moto là?”, indicando un punto della via che incrocia quella di casa mia. Ho chiesto lumi e lui mi ha confermato di averla vista poco distante, messa male, e mi ci ha accompagnato. La mia moto era lì, a 50 mt da dove era stata prelevata, ed era apparentemente in buono stato. Sono corso a casa a prendere le chiavi ma mi sono accorto che non c’erano. Insomma, me l’avevano rubata con le chiavi inserite, il furto più facile del mondo, e poi l’avevano abbandonata lì perché era un catorcio.

Non essendo inserito il bloccasterzo l’ho spinta verso casa e il giorno dopo l’ho portata dal meccanico a far fare le chiavi nuove. Poi sono andato a ritirare la denuncia e infine ieri ho ritirato la moto rimessa a posto. Mentre la pulivo giuravo a me stesso che d’ora in avanti l’avrei sempre chiusa con la catena. Quando ci ho fatto un giretto mi son reso conto che forse avevo esagerato. In fondo non era un granché, solo un ferro vecchio che non meritava tutta quella nostalgia. Se avessi avuto i soldi l’avrei cambiata eccome. E’ che il sapore della mancanza è sempre più intenso di quello della conquista. Quella è una contabilità perennemente in rosso. Come diceva Agassi in Open: “una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta”.

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proustiani vs. celiniani

marzo 19, 2012

In questi giorni mi capita spesso d’imbattermi in Proust. Il lungo articolo di Piperno apparso ieri  sull’inserto La Lettura, e stamattina, nella sala d’attesa della questura per la denuncia di furto della moto, mentre leggevo Io Donna del Corriere.  Qui, subito nelle prime pagine, c’era il famigerato questionario proustiano, in questo caso rivolto a Veronica Pivetti. Mi ero sempre chiesto le ragioni del successo di una tale idiozia, che potrebbe aver compilato chiunque e che somiglia in modo inquietante al test cui devono rispondere quelli che sbarcano negli Stati Uniti, dove, per appurare se sei un terrorista o un pedofilo, ti chiedono a bruciapelo: “ti piace confezionare bombe?”, oppure: “pensi che la cosa più bella al mondo sia il culo di un bambino?”.

Non ci sarebbe niente di strano, per uno che ama leggere, d’imbattersi spesso in Proust; anche per chi, come me, non ama Proust e non ha mai letto la Recherche. La vera stranezza, semmai, è il mio interesse per l’argomento; un interesse ancora combattuto, ma che sicuramente fino a poco fa non avevo. E infatti il mese scorso ho preso due saggi su Proust. Uno era il Breviario proustiano edito da Einaudi e curato dalla vedova di Raboni, che volevo pigramente consultare tipo Reader’s Digest per vedere se il succo di quel librone famoso potesse interessarmi. E il secondo era La Parigi di Marcel Proust (di Henri Raczymow, excelsior 1881), più che altro perché aveva l’aria di una bella guida sulla ville lumière dei primi del ‘900.

Il primo mi ha riconfermato nei pregiudizi. Era pieno di sentenze, anche argute per carità ma chi se ne frega, l’intelligenza non è quello che io cerco in un romanzo; mentre il secondo lo consiglio proprio. L’autore è un suo fan, e come nelle migliori tradizioni lo tradisce; in fondo il fan per eccellenza era Giuda, che svolge un compito fondamentale: è quello che permette al suo beniamino di compiere il proprio destino. Difatti Raczymow raccoglie un’infinità di aneddoti biografici che cercano a tutti i costi un riscontro nell’opera – come a dire che confutano quanto Proust scrisse a proposito della distinzione fra autore e protagonista (nel Contre Sainte_Beuve).

Spulciando in mezzo a questi aneddoti ho appurato che il famigerato questionario non era opera sua ma di Antoniette Faure, la figlia di Felix, il futuro Presidente della Repubblica, che lo sottopose a Proust quand’erano ragazzini. Forse se lo si specificasse, invece di attribuirglielo così nettamente, gli si farebbe minor torto. Poi ho scoperto che Céline e Proust si sfiorarono al Passage Choiseul. Proust perché dal 1892 al 1893 scrisse per la rivista Le Banquet, che aveva sede al n°71 della medesima galleria, e Céline perché da bambino si trasferì al n°67 con la famiglia nel luglio del 1899 (cfr. Paris Céline, di Laurent Simon, éditeur Du Lérot).

Ecco, a me non sembra casuale questa cosa. Se si potesse fare un grafico degli spostamenti dei due autori a Parigi, come dei fili rossi che solcano la mappa della città, probabilmente non si troverebbe un solo punto in comune, e la cosa più vicina a un contatto risulterebbe appunto quella del Passage Choiseul. C’è niente da fare, Céline e Proust sono incompatibili. Patrizia Valduga, nella nota finale al Breviario, sosteneva di essere nata celiniana, e di essersi convertita successivamente grazie al marito, che l’avrebbe perdonata per aver a volte violato il sacro testo. In sé e per sé non c’è niente di male, l’ho detto che i fan tradiscono per natura. Però in questo caso il tradimento del capolavoro proustiano ha una finalità stupida, che è quella di farne capire la grande intelligenza (“dovevo estrarre quanto più pensiero possibile”).

Questo è il motivo per cui resto dove sto. I distillati d’intelligenza m’indispongono, anche se riguardano autentici mostri sacri. Céline lo ribadì sempre: “sono un uomo di stile, non di idee. Non trovo nulla di più volgare delle idee!” Lo diceva anche Walter Benjamin a Scholem, nella lettera del 1933 che accompagnava la restituzione de L’Uomo senza qualità: “Il Musil tienilo pure. Non provo più nessun gusto a leggerlo, e mi sono congedato da questo autore quando ho capito che è più intelligente di quanto sarebbe necessario”.

Flavia Vadrucci recensisce Il nome giusto su Pulp

marzo 14, 2012

Garufi – Il nome giusto – Pulp marzo 2012

L’unico scrittore buono è quello morto

marzo 13, 2012

Se è vero che la maggior parte della gente, entrando in libreria, decide se acquistare o meno un libro da ciò che legge nelle prime pagine, allora L’unico scrittore buono è quello morto, l’opera più recente di Marco Rossari, ha buone probabilità d’incontrare il favore del pubblico. All’inizio infatti c’è un piccolo e prezioso apologo sulla scrittura, intitolato “Dio e le carote”, in cui l’autore racconta con leggerezza due episodi della sua vita. Il primo è legato alla scuola. Pare che l’incubo di tutti gli studenti della scuola di Rossari fossero le carote, cucinate in modo immangiabile da una tizia soprannominata eloquentemente “la Lurida”. Angelino, un suo compagno di classe, fingeva di mangiarle e le metteva nella tasca del grembiule, per poi disfarsene una volta uscito. Un giorno il trucchetto fallì. Forse un delatore avvisò il preside, dal nome improbabile di Livorio Smricchio, e questi gli intimò di vuotare le tasche. Poi gli chiese “perché l’aveva fatto?”, e incassata la risposta (“per dispetto”) gli aveva mollato un manrovescio che lo aveva steso a terra. (more…)

Posso uscire anche a mezzanotte

marzo 7, 2012

Festa della Donna al Teatro Binario 7, “Posso uscire anche a mezzanotte”

In programma a Monza giovedì 8 marzo, presso il Teatro Binario 7, uno spettacolo speciale in onore della Festa della Donna 2012: “POSSO USCIRE ANCHE A MEZZANOTTE”, di e con Elena Lietti, su testi di Giorgio Gaber, Sandro Luporini, Franca Valeri e Elena Lietti.

Lo spettacolo consiste in quattro brevi monologhi sul tema dell’attesa: “Posso uscire anche a mezzanotte” nasce dall’urgenza del racconto di un’attesa e dall’incontro fortunato con Autori (Gaber, Luporini e Valeri) che questo tempo hanno saputo raccontare con raffinatezza e ironia. Partendo dai loro testi, Elena Lietti dà vita al personaggio di Maria che, chiusa in bagno, aspetta esasperata l’arrivo del suo cavaliere. A  Maria si alternano poi le apparizioni di un altro personaggio, Biancaneve, mostruoso angelo del focolare creato dalla stessa attrice a partire dalla principessa Disney. Una donna adulta e il suo alter ego psichedelico e allucinato, uniti nella stessa personalissima sala d’attesa, tutta specchi impietosi”.

http://www.monzatoday.it/eventi/teatro/teatro-binario-7-festa-della-donna-2012-1014002.html

TQ e il rinnovamento della cultura italiana

marzo 6, 2012

Sul numero di marzo di Alfabeta2 appena uscito in edicola c’è un articolo di Andrea Inglese (“L’età dell’ansia per il ceto medio”, pagg.6-7). Poi sul supplemento Alfalibri c’è una recensione di un libro di Andrea Inglese (“L’anti-miracolo”, di Raoul Bruni, pag.3). E infine c’è un manifesto di TQ (“Università e ricerca”, pag.34), dove si afferma solennemente che il movimento dei trenta-quarantenni ”intende farsi portatore di un radicale rinnovamento” della cultura italiana.

 

(qualis pater https://lavienbeige.wordpress.com/2011/11/20/10-margaret-mazzantini-2/  talis filius)

notizie che non lo erano

marzo 5, 2012

Una nota rubrica de Il Post, la bella rivista on line diretta da Luca Sofri, s’intitola “notizie che non lo erano”. In sintesi, si tratta di pezzi che denunciano le storture deontologiche dell’informazione: il sensazionalismo gratuito, le semplificazioni interessate, la costruzione di scandali inesistenti. Una rubrica meritoria, insomma, che pesta a destra e a sinistra, sebbene a sinistra con maggior gusto, forse per la malcelata aspirazione di Sofri junior a incarnare la coscienza critica del riformismo italiano. Ad ogni modo falsità di quel tipo abbondano sulla stampa nostrana, e un periodico nuovo che si voglia distinguere deve partire proprio da lì. Meglio ancora, dovrebbe distinguersi soprattutto non facendo ciò che rimprovera agli altri.

Leggendolo ieri ho notato questo brano messo in evidenza http://www.ilpost.it/2012/03/05/unita-contro-autostrada-del-sole/. Fa riferimento al saggio di Enrico Menduni L’autostrada del sole (edito dal Mulino), e alle polemiche che accompagnarono la sua costruzione a metà degli anni 50. La sottolineatura mi sembra molto strumentale: ricordare oggi, cioè nel mezzo delle polemiche sulla TAV, che i comunisti più di mezzo secolo fa si opponevano all’A1, suggerisce implicitamente al lettore che quell’atteggiamento antistorico è in fondo lo stesso che anima il movimento NO TAV; come se gli scontri in Val di Susa fossero liquidabili alla stregua di rigurgiti di luddismo.

Sulla TAV non mi esprimo, ne so troppo poco per appoggiare convintamente una tesi o l’altra, però riguardo alla costruzione dell’A1 conosco bene quale fu la posta in gioco. La sinistra (e con lei molti intellettuali del calibro di Cesare Brandi) non si opponeva alla costruzione dell’autostrada, bensì al c.d. tracciato a fucilata, ossia la linea retta che unisce due punti senza curarsi di cosa c’è in mezzo. Le proposte che furono avanzate prevedevano piccoli aggiustamenti (Milano-Bologna era più lunga di 13,5 km), nella convinzione che l’assecondamento del paesaggio non è solo il risultato della sua tutela, ma soprattutto il riconoscimento del valore architettonico di una strada. Brandi (in un articolo del ’56 oggi incluso ne Il patrimonio insidiato, Editori Riuniti) insisteva sul fatto che “la natura più caotica riceve un ordine e una forma dal suo passaggio”, così come il fascino di certe coste (tipo le Cinque terre o la costiera Amalfitana) dipende dall’insieme dei panorami e pure dal loro coordinamento (“come perle in un filo”) operato dalla strada. Il valore architettonico dell’A1 stava dunque proprio nell’arrogarsi “la rappresentanza e l’interpretazione plastica dello spazio che attraversava”.

Vinse il partito del tracciato a fucilata, forse a ragione. Ma su una cosa sono certo, e cioè che liquidare in poche righe la complessità di quel dibattito culturale, come se la sinistra avesse sempre avuto in uggia le magnifiche sorti e progressive o sia l’alfiere di un pensiero nostalgico-reazionario, non significa fare del buon giornalismo.

Laika e l’ara pacis

marzo 5, 2012

I versi che amo di più di Francesca Genti sono: “sola come Laika nello spazio siderale“. Quella similitudine mi dà la precisa sensazione di una solitudine disperata, senza vie d’uscita, che sgomenta. Poi ho scoperto che sono falsi. La povera bestiola che fu spedita in orbita con lo Sputnik II il 3 novembre 1957 dal cosmodromo di Bajkonur, in Kazakistan, in realtà in orbita non ci arrivò mai, se non da cadavere. Dimitri Malashenkov, uno degli scienziati russi che partecipò al progetto e la seguì, lo ha rivelato poco tempo fa. La propaganda ufficiale parlava di alcuni giorni di sopravvivenza, ma la bastardina morì nel giro di pochi minuti dal momento dell’accensione dei razzi. Le erano stati applicati dei sensori che rilevavano la sua pressione sanguigna, la frequenza del respiro e il ritmo cardiaco. Il frastuono terribile dei motori unito alle vibrazioni accelerarono talmente i suoi battiti da farle scoppiare il cuore. Crepò di paura, e il suo corpo venne incenerito durante il rientro del satellite nell’atmosfera terrestre.

Fu un sacrificio inutile sull’altare del progresso“, ha dichiarato con rammarico ai giornalisti lo scienziato russo in pensione.

Quando mi chiedono cosa mi piace di Roma, parlo sempre della sua bellezza. Il cielo, il paesaggio, l’architettura. Uno dei miei luoghi preferiti è l’Ara Pacis. Mi capita spesso di passarci accanto, tornando in macchina verso casa sul lungotevere. Quando succede rallento un po’ e gli do un’occhiata attraverso le vetrate. Nelle giornate di sole il marmo bianco è abbacinante, con quelle forme rigorosamente squadrate, i fiori e i ghirigori a grottesca nella fascia inferiore e la processione di vestali e togati su quella superiore. Tutto quel candore sembra così puro e innocente, eppure quei piccoli fori in basso, le canaline di scolo, mi ricordano il fiume di sangue scorso nei secoli per il sacrificio dei tori e dei montoni. Tutta una teoria di vite spezzate, di animali ammazzati in quel bellissimo macello per ingraziarsi divinità oggi ridotte a folklore, dèi in cui non crede più nessuno.

Gli oneri del successo

marzo 2, 2012

Come milioni di italiani, anch’io guardavo Che tempo che fa il 5 febbraio, quando Saviano fece il nome di Wislawa Szymborska. Ricordo che Fazio introdusse la cosa come particolarmente meritevole: per una volta un ospite non faceva pubblicità a un proprio prodotto (libro, film, disco ecc.), ma a quello di un altro. In verità il sacrificio era minimo. Chiunque conosca la tv sa che si promuove soprattutto sé stessi, non un prodotto specifico. La presenza di un artista in un programma così seguito fa sì che il suo rating generale si elevi in modo tale che tutte le sue azioni ne beneficino, non solo quelle di cui si discute; e questo vale sia che si stia rispondendo a un’intervista sull’ultimo libro o che si parli di quello di un altro.

 In ogni caso era una grande occasione. Saviano gode di un consenso vastissimo e quasi fideistico, il nome fatto da lui avrebbe sicuramente avuto un grande risalto nei giorni seguenti. E la scelta di una poetessa, cioè di promuovere un’artista che utilizza la forma di espressione più negletta in assoluto, era molto azzeccata. Purtroppo ha deciso di parlare di una poetessa celeberrima morta da pochi giorni; e si sa, i premi Nobel sono una manna da quando li ricevi a quando crepi, ma hanno due momenti in particolare in cui le vendite raggiungono il picco: appunto quando si ricevono e quando si muore.

Insomma, non vedevo tutto questo bisogno di promuoverla; oltretutto con dei versi (“Ascolta come mi batte forte il tuo cuore”) talmente noti e citati sui social network che ne stavano per fare una suoneria da cellulare. Ciononostante la mia delusione rimase solo mia, non la comunicai a nessuno, anche perché non conviene esprimere delle critiche a Saviano, nel migliore dei casi passi per invidioso.

Poi lessi Paolo Repetti, il responsabile di Einaudi stile libero, che commentava su facebook il successo delle poesie della Szymborska, giunte in vetta alle classifiche di vendita, come il risultato di un nuovo modo di trattare i lettori “con rispetto”, e mi rammentai la pubblicità della Pepsi citata da David Foster Wallace, quella ambientata in una spiaggia gremita di bulli e pupe in costume, dove a un certo punto arriva il ragazzo delle bibite col baracchino. Lo apre, tira fuori una Pepsi, la stappa provocando il classico rumore delle bollicine che affiorano e all’istante tutti i frequentatori della spiaggia si voltano e corrono verso di lui ad acquistare la stessa bibita. Nella ressa finale attorno al baracchino compare la scritta “Pepsi, the choice of the new generation“. Per me, quella di chi aveva comprato il libro di poesie della Szymborska dopo il consiglio di Saviano era una cosa simile: un riflesso pavloviano spacciato per scelta consapevole.

Quando è morto Lucio Dalla ho ripensato all’ultima volta in cui l’ho visto, sul palco di Sanremo, col cantante che sponsorizzava, Pierdavide Carone. Ecco, mi son detto, così si fa. Il successo è un dono che va ricambiato, e quando arrivi in cima è tuo dovere promuovere un giovane sconosciuto sul cui talento scommetti. A parlar bene dei mostri sacri son buoni tutti, non si rischia niente. Su twitter oggi ho visto questo blog http://notizie.bol.it/2012/03/02/5-libri-consigliati-da-roberto-saviano/, il cui titolare vantava di aver ricevuto direttamente da Saviano degli ottimi consigli di lettura. Erano tutti autori morti. In ordine di apparizione: Omero, Varlam Salamov, Albert Camus, Primo Levi, José Saramago.

il senso del vivere nell’amore per i libri

marzo 1, 2012

Garufi_Il Cittadino Lodi