proustiani vs. celiniani

In questi giorni mi capita spesso d’imbattermi in Proust. Il lungo articolo di Piperno apparso ieri  sull’inserto La Lettura, e stamattina, nella sala d’attesa della questura per la denuncia di furto della moto, mentre leggevo Io Donna del Corriere.  Qui, subito nelle prime pagine, c’era il famigerato questionario proustiano, in questo caso rivolto a Veronica Pivetti. Mi ero sempre chiesto le ragioni del successo di una tale idiozia, che potrebbe aver compilato chiunque e che somiglia in modo inquietante al test cui devono rispondere quelli che sbarcano negli Stati Uniti, dove, per appurare se sei un terrorista o un pedofilo, ti chiedono a bruciapelo: “ti piace confezionare bombe?”, oppure: “pensi che la cosa più bella al mondo sia il culo di un bambino?”.

Non ci sarebbe niente di strano, per uno che ama leggere, d’imbattersi spesso in Proust; anche per chi, come me, non ama Proust e non ha mai letto la Recherche. La vera stranezza, semmai, è il mio interesse per l’argomento; un interesse ancora combattuto, ma che sicuramente fino a poco fa non avevo. E infatti il mese scorso ho preso due saggi su Proust. Uno era il Breviario proustiano edito da Einaudi e curato dalla vedova di Raboni, che volevo pigramente consultare tipo Reader’s Digest per vedere se il succo di quel librone famoso potesse interessarmi. E il secondo era La Parigi di Marcel Proust (di Henri Raczymow, excelsior 1881), più che altro perché aveva l’aria di una bella guida sulla ville lumière dei primi del ‘900.

Il primo mi ha riconfermato nei pregiudizi. Era pieno di sentenze, anche argute per carità ma chi se ne frega, l’intelligenza non è quello che io cerco in un romanzo; mentre il secondo lo consiglio proprio. L’autore è un suo fan, e come nelle migliori tradizioni lo tradisce; in fondo il fan per eccellenza era Giuda, che svolge un compito fondamentale: è quello che permette al suo beniamino di compiere il proprio destino. Difatti Raczymow raccoglie un’infinità di aneddoti biografici che cercano a tutti i costi un riscontro nell’opera – come a dire che confutano quanto Proust scrisse a proposito della distinzione fra autore e protagonista (nel Contre Sainte_Beuve).

Spulciando in mezzo a questi aneddoti ho appurato che il famigerato questionario non era opera sua ma di Antoniette Faure, la figlia di Felix, il futuro Presidente della Repubblica, che lo sottopose a Proust quand’erano ragazzini. Forse se lo si specificasse, invece di attribuirglielo così nettamente, gli si farebbe minor torto. Poi ho scoperto che Céline e Proust si sfiorarono al Passage Choiseul. Proust perché dal 1892 al 1893 scrisse per la rivista Le Banquet, che aveva sede al n°71 della medesima galleria, e Céline perché da bambino si trasferì al n°67 con la famiglia nel luglio del 1899 (cfr. Paris Céline, di Laurent Simon, éditeur Du Lérot).

Ecco, a me non sembra casuale questa cosa. Se si potesse fare un grafico degli spostamenti dei due autori a Parigi, come dei fili rossi che solcano la mappa della città, probabilmente non si troverebbe un solo punto in comune, e la cosa più vicina a un contatto risulterebbe appunto quella del Passage Choiseul. C’è niente da fare, Céline e Proust sono incompatibili. Patrizia Valduga, nella nota finale al Breviario, sosteneva di essere nata celiniana, e di essersi convertita successivamente grazie al marito, che l’avrebbe perdonata per aver a volte violato il sacro testo. In sé e per sé non c’è niente di male, l’ho detto che i fan tradiscono per natura. Però in questo caso il tradimento del capolavoro proustiano ha una finalità stupida, che è quella di farne capire la grande intelligenza (“dovevo estrarre quanto più pensiero possibile”).

Questo è il motivo per cui resto dove sto. I distillati d’intelligenza m’indispongono, anche se riguardano autentici mostri sacri. Céline lo ribadì sempre: “sono un uomo di stile, non di idee. Non trovo nulla di più volgare delle idee!” Lo diceva anche Walter Benjamin a Scholem, nella lettera del 1933 che accompagnava la restituzione de L’Uomo senza qualità: “Il Musil tienilo pure. Non provo più nessun gusto a leggerlo, e mi sono congedato da questo autore quando ho capito che è più intelligente di quanto sarebbe necessario”.

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9 Risposte to “proustiani vs. celiniani”

  1. eziotarantino Says:

    Non sono d’accordo ma è un pezzo bellissimo!

  2. stefano gallerani Says:

    @ sergio. Se posso consigliarti, lascia perdere i breviari delle vedove in gramaglie e sfida marcel, ci troverai (non ti dico dove) alcune delle pagine più memorabili contro l’intelligenza (letteralmente, non metaforicamente)

  3. sergiogarufi Says:

    @stefano
    ecco, questo è un buon motivo per leggerlo.
    @ezio
    grazie 🙂

  4. luigi weber Says:

    Ho sempre pensato che quella frase di Benjamin su Musil sia una delle sintesi critiche più folgoranti (e azzeccate) di tutti i tempi

  5. luigi weber Says:

    P.S. … quanto a Proust, un gran bel libro su Proust secondo me è l’ultimo di Mario Lavagetto, “Quel Marcel!”, pubblicato da Einaudi

  6. gianni biondillo Says:

    Sergione, ti prego, non puoi dire che non l’hai letto e non ti piace. Queste boutade vanno bene sulla bocca di Vanni Scheiwiller, dette da altri sembrano solo stronzate.
    Poi sulla “esposizione di intelligenza concentrata” dalla vedova suddetta, rammento – vado proprio a memoria – che Proust diceva che non sopportava i libri che esprimono una teoria, gli ricordano i regali con ancora attaccato il prezzo.
    Proust era uomo di stile, in tutti i sensi.
    E la Recherche è uno dei libri più crudeli che abbia mai letto in vita mia, altro che libello per fanciulle in fiore.
    Lascia perdere la diatriba vagamente calcistica fra Celiniani e proustiani. Io che li ho letti tutti e due so cosa ti perdi, fidati.

  7. Andrea Says:

    Sottoscrivo quel che dice Gianni! Marcel non lascia scampo.
    Non me ne vogliano i saggisti che hanno chirurgicamente sezionato vita e opere di Proust, ma Stefano, se ti posso dare un consiglio corazzati di moka, segregati per 1/2 settimane e parti in esplorazione con la Recherche e lascia perdere qualsiasi altro testo che lo analizza.

  8. dario Says:

    caspita, dopo saviano alzi la mira addirittura a proust…sei proprio un ragazzo terribile 😉

    dario

  9. sergiogarufi Says:

    mi son montato la testa, caro dario 🙂

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