l’ultimo libro di Benjamin

I libri, sempre i libri. Al Salone di Torino ne ho preso solo uno, la biografia di Milena Jesenska scritta da Margarete Buber-Neumann (Adelphi). Avevo pochi soldi e poi a casa me ne aspettano tanti bellissimi solo sfogliati, così ieri sera ne ho ripreso in mano uno comprato a Parigi a fine gennaio, in occasione della mostra sull’archivio di Walter Benjamin allestita al Musée d’art et d’histoire du Judaisme. Era il carteggio di Benjamin con Gretel Karplus Adorno (Correspondance 1930-1940, Le Promeneur). Ho guardato subito la fine, l’ultima lettera. La scrive lui il 19 luglio 1940, circa un mese prima del suicidio. Sta fuggendo a sud in seguito all’invasione nazista della Francia. Si trova a Lourdes, 8 rue Notre-Dame, e si firma con lo pseudonimo “Detlef”. Lei invece sta in America, al sicuro, dove Benjamin avrebbe dovuto raggiungerla grazie a un salvacondotto procuratogli dal marito Theodor, suo caro amico. L’indirizzo di lei è 290 Riverside Drive, New York. Mi piacerebbe visitare quelle case, cercare traccia del loro passaggio, anche se sono trascorsi tanti anni. Mi fisso sempre su ‘ste cose. Nelle lettere di un altro espatriato, quelle che Julio Cortázar spedì all’amico pittore Eduardo Jonquierès (Cartas a los Jonquières, Alfaguara), trovo l’autobiografia che non scrisse (nella foto il più alto con gli occhiali è Cortàzar e quello accovacciato è  Jonquieres). Seguo il suo inquieto vagabondare per mezza Europa, sottolineo gli indirizzi e il periodo del breve soggiorno, progetto di andarci appena possibile. L’albergo Toscana a Siena, dove il 13 febbraio 1950 Cortazár alloggia in una camera al quinto piano. In rue d’Alésia 91 a Parigi, il 30 luglio ’52. In via Propaganda Fide 22 (int. 3 presso Sanvitale) a Roma, il 2 ottobre 1953. Via della Spada 5 a Firenze (presso Pruneti), il 3 aprile 1954. Rue Le Regrattier 28 presso Andrée Delesalle a Parigi  il 3 maggio ’54. La camera 18 al quinto piano della pensione dei Dogi in piazza San Marco a Venezia il 24 maggio ’54. Rue Mazarin 54 a Parigi (chez Champion), l’8 luglio dello stesso anno. Rue Broca 91 a Parigi, dove prende casa nell’aprile del 1955. Rue Pierre Leroux 24 bis a Parigi nel febbraio ’56. Alla Pensione Suzanne, 4 Walfischgasse, Vienna, nel ’63. E il 5 novembre ’73 nell’appartamento n°32 del Residence Saint James in rue Versonnex 3, a Ginevra. Di Benjamin visitai molti indirizzi parigini. Nell’ultimo, rue Dombasle 10 (un monolocale con terrazza al settimo piano), dove abitò dal 1938 al ’40, mi colpì l’accostamento di quella memoria storica con la presenza di un toelettatore per cani. Benjamin abbandonò quest’abitazione per dirigersi verso il confine spagnolo, la route Lister, l’ultimo dei suoi Passages, e Lourdes fu una delle prime tappe. Con sé portò poche cose. Doveva viaggiare leggero, prevedeva l’attraversamento dei Pirenei a piedi. Ma Lourdes non fece il miracolo, Benjamin non si salvò. Nella chiusa dell’ultima lettera scrisse a Gretel: “J’ai emporté un seul livre: les Mémoires du cardinal de Retz. Ainsi, seul dans ma chambre, je fais appel au «Grand Siecle»”. Solo nella sua stanza, in compagnia di un buon libro, esiliandosi nel passato: la sintesi di una vita. I libri come rifugi, talismani, testamenti, il pedantismo come forma suprema di pudore. M’informo in rete, voglio sapere che c’entrano quei due. Jean-François Paul de Gondi cardinale di Retz, di origini fiorentine, nacque a Montmiurail-en-Brie nel 1613. Destinato sin dall’infanzia alla carriera ecclesiastica, ebbe come precettore San Vincenzo de Paoli. Parlava fluentemente sette lingue e fu nominato cardinale nel concistoro del 1652, quando entrò in contrasto con Giulio Mazzarino, che temeva lo volesse sostituire nel ruolo di Primo Ministro. Fu imprigionato a Vicennes per due anni, e lì cominciò a scrivere le sue memorie. Morì a Parigi nell’Hôtel de Lesdiguières nel 1679 e venne inumato nella Basilica di Saint-Denis. Sulla sua lapide, per volere di Luigi XIV, non venne scritto alcun nome. Ah, ecco.

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2 Risposte to “l’ultimo libro di Benjamin”

  1. Piergiuseppe Anselmi Says:

    La mia famiglia, intendendo quella del mio cognome (a volte ho immaginato di mettermi i 16 cognomi dei miei trisnonni), era di Parma. Avevano una libreria-stamperia nella via ‘al Duomo’, tutt’ora esistente. Dai 19 anni in poi ho cominciato a cercare nell’archivio storico comunale gli indirizzi delle loro residenze, riuscendo ad individuarle. A volte partivo da Cremona con quel preciso intento: la mia libidine era fermarmi sotto una di quelle case, aspettando che qualcuno uscisse da quella porta. All’apparire dello sconosciuto usurpatore di quella ‘casamia’, gli facevo interpretare la parte di mio bisnonno Anselmo. Come con un Big Jim in carne e ossa, gli cambiavo gli abiti anni 80 mettendogli un cilindro in testa, sostituivo l’asfalto con l’acciottolato, rimuovevo le insegne al neon ricollocando antichi lampioni con lampade a olio. Il perlustrare i percorsi dei miei avi, mi metteva in contatto con loro, con la mia genesi familiare, nella speranza di capire qualcosa in più di me. Da grande ho allargato questa mia ossessione entrando con Luca nella grotta cilena del ‘Milodonte’, cercando di capire su quale sasso potesse essersi seduto Bruce Chatwin, o stando in un bar di via Merulana a Roma in attesa di Gadda o, meglio ancora, del commissario Ingravallo. La tua voglia di ritrovarti sul set reale di quelle scintille letterarie illuminanti e tragiche, cercando di sfiorare l’aria in cui son passate quelle anime, mi emoziona, mi piace. Capire da cosa siano stati attratti quegli autori leggendo un determinato testo, è prendere la vita e leccarsela. Ciao. Beppe

  2. c/o « la vie en beige Says:

    […] senza indirizzo proprio. Con la mia fissazione per gli indirizzi degli autori che amo (per esempio qui), ho scoperto che questo stigma sociale spesso qualifica i grandi scrittori nel loro momento […]

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