Baricco oratore

Un’ora e sei minuti, senza annoiare mai. Conosco scrittori che scambiano il situazionismo per l’animazione da villaggio vacanze, e così fanno i saltimbanchi alle presentazioni, convinti che il pubblico vada intrattenuto non tanto con le parole, ma con le smorfie, gli abiti da pagliaccio, le performance; e ciononostante li si segue con grande sforzo. Qui invece c’è un uomo in camicia seduto a una poltrona: non si alza mai, il registro è monocorde, ogni tanto beve dell’acqua poggiata sul tavolino davanti. L’unico intrattenimento è l’intelligenza delle sue osservazioni, il modo semplice con cui le esprime, la passione che trasmette. Capisci perché il suo programma sui libri aveva successo, e perché ha fondato una scuola di scrittura: sa parlare e sa farsi ascoltare. Non è un talento da poco, soprattutto se si ha intenzione di comparire in tv. Da Fazio qualche mese fa era ospite uno dei migliori scrittori della mia generazione e non aveva un briciolo di quell’attrattiva, pur essendo infinitamente più bravo a scrivere di Baricco. Il punto è che le due cose non sono connesse. La narrativa di Baricco non ha grande spessore, ma lo ascolto sempre con attenzione. Spesso non condivido quanto dice. Per esempio qui lamenta la bruttura di alcune abbreviazioni del gergo adolescenziale da sms, come fossero i sintomi di un evidente atrofizzazione del pensiero, mentre sono perfettamente in linea con le abbreviazioni antiche, perché in entrambi i casi l’economia espressiva era dettata da esigenze economiche e di spazio (come insegna l’epigrafia). Ma non conta questo, o conta fino a un certo punto. Conta che chiunque debba parlare in pubblico (e il mestiere di scrivere a volte lo comporta) ha qualcosa da imparare ascoltandolo e studiandolo, a partire da come ti fa sentire partecipe della costruzione del discorso, che non risulta mai ripetuto a macchinetta o calato dall’alto, ma sembra faticosamente imbastito lì per lì apposta per te. E vale la pena ascoltarlo anche quando dice solenni sciempiaggini, come il paragone con Del Piero (al 45’40” sostiene che l’autobiografia di Del Piero in vetta alle classifiche di vendita è come se lui giocasse a calcio in una partita importante e alla fine Sky lo premiasse come miglior giocatore del match; stabilendo così un’equazione, a lui molto favorevole, fra qualità e vendite).

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5 Risposte to “Baricco oratore”

  1. sergio pasquandrea Says:

    Baricco è una persona molto intelligente che scrive cose molto stupide. Ci sono scrittori che scrivono cose geniali, ma quando aprono bocca dicono delle scemenze deprimenti.
    Così come ci sono studiosi geniali, ma pessimi insegnanti, assolutamente incapaci di trasmettere la loro conoscenza ad altri. (E viceversa, ovviamente: studiosi mediocri, brillanti e coinvolgenti quando sono in cattedra).
    Come dici tu, le due cose non sono connesse.

  2. dario Says:

    …non son riuscito a finire un solo libro di baricco, alcuni li ho mollati dopo poche righe, ma non mi perdevo una puntata di “pickwick”… post perfetto…

    dario

  3. Cpd Says:

    Concordo sulla sua capacità di affabulatore e anche sull’opinione inerente alla scrittura. Sono evidentemente due lavori diversi, entrambi necessari e utili. Lo scrittore dotato però, rischia l’immortalità; l’affabulatore rischia di raccontarne le gesta.

  4. matteo ciucci Says:

    Visto che è Sabato, e mi sono visto l’intervento, approfitto per una chiacchiarata sul tuo blog.

    Anch’io ricordo le nottate ad ascoltare Pickwick rapito, e ricordo esattamente il pomeriggio trscorso sul divano a leggere Oceano Mare – che, ripensandoci, credo mi piacesse solo per una certa pretenziosità, che, allora che ero più giovane, però, ricercavo – e le due ore di un pomeriggio di pioggia trascorse a leggere Novecento – quello sì, confezionato in modo cinematografico. In fondo, però, mi era piaciuto davvero.

    Baricco rimane per me un mistero. Concettualmente pare un saggista moderno, aperto ai barbari, legato a ricordi di un immaginario più televisivo che letterario. Figlio della stessa civiltà dell’immagine di cui parla, postmoderno, che mescola nei suoi interventi scarpe da tennis e Fenoglio, piacere e ricercatezza. La sua poetica però è più simile a quella di un Rossini: guarda al passato estetizzandolo, ma è restauratrice. Forse mi piace perchè propone il ritorno a un gusto raffinato e colto di un mondo di cui anch’io, sotto sotto, desidererei far parte. Per restare in argomento, è lui il mio Federer.

    La “civiltà dei barbari” di cui discute non è altro che una raffigurazione poetica del più prosaico mercato culturale di massa, più destrutturato e di conseguenza più accessibile, che diventa complessivamente più forte per i suoi epigoni attraverso il numero dei nuovi arrivati, che però sono soggetti più fragili. (Questo tema ha un parallelo matematico, in cui, più debole è la topologia che si usa in uno spazio funzionale – qui, la qualità letteraria del lettore – maggiore è la tipologia delle serie che convergono – qui, i libri che superano la linea di galleggiamento dell’esistenza).

    Il mistero per me è come Baricco (mi) piaccia pur proponendomi una rappresentazione aristocratica del mondo dei libri, che rappresenta il contrario di ciò che i suoi saggi mi suggeriscono di accettare (persino il brano di Fenoglio letto ha per oggetto il mondo della campagna contadina: è nostalgico, sì, ma è tutto fuorchè aristocratico).

    La parte che mi interessa di più, però, è legata al fatto che l’argomentazione ultima del suo saggio “I barbari” è sostanzialmente di tipo economico: il mercato è cresciuto, sono girati più soldi, i nuovi arrivati, maggioranza, ne hanno ridefinito i gusti: non è una giustificazione sociale, ma economica; anzi, finanziaria. Perchè trova la ragione ultima del cambio epocale che descive nel fatturato, nella quantità di denaro iniettato nel sistema, e non capisco come Baricco paia non rendersi conto di come questo tema sia ormai da tempo diventato la nuova ideologia, e quandi, la sua conclusione, invece che andare in profondità, si banalizza. Ah, penso: ancora questioni di soldi, ancora la crisi. Mi vien voglia di rileggere Balzac – cosa che farò.

    La parte che più mi colpisce è che il tema del denaro, in forma cosciente o involontaria, sta tornando a diventare la nota dominante in tanta arte (Hirst, Koonst, Beigbeder, Houellebecq, a cui si aggiunge Baricco). E, insieme ad esso, l’estetizzazione della realtà come tentativo di cristallizzazione di una società che tutta la sociologia ci descrive come liquida o in via di liquefazione.

    I riferimenti alla crisi economica, di “liquidità” appunto, e agli squali dell’alta finanza, come nelle opere di Hirst, appunto, sono la cosa che mi dà più da pensare. Oppure la frantumazione del tempo: il ritorno del passato, del metallo che si curva dell’art-déco, del vintage dell’america anni ’40, dell(anti-)boom economico degli anni ’60, dei simboli degli anni ’80, tutto, tutto confluito insieme nell’estetica del mosaico – anche il tuo romanzo patchwork potrebbe aver ingoiato gli stimoli della crisi.

    Se hai qualche buona idea o qualche buon punto di vista, son tutt’orecchi.

    Buon fine settimana,
    Matteo

  5. Francesco di branco Says:

    Una curiosità: qual era uno dei migliori scrittori della sua generazione? Non ne vedo in giro, né da Fazio, né in libreria. Quanto a Baricco, è un ottimo conoscitore di scrittori e di libri e sa raccontarli con intelligenza, peccato che sia un mediocrissimo scrivente.

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