le magagne e il silenzio

C’è stato un momento, verso metà giugno di quest’anno, che ero incazzato nero. Mi è durata giusto un paio di giorni, ma non riuscivo a pensare ad altro. Volevo far sapere a tutto il mondo che razza d’ingiustizia avevo subito, che porcherie scandalose succedevano nell’ambiente letterario italiano. Asfissiai la mia compagna e un paio di amici citandogli di continuo l’episodio incriminato, sviscerandolo in ogni minimo dettaglio, finché evidentemente asfissiai anche me stesso e lasciai perdere. Non so se feci la cosa giusta. Se quelle porcherie continuano nel silenzio degli addetti ai lavori, compresi gli irreprensibili TQ, che si presentano come i moralizzatori dell’ambiente proprio a partire da queste cose, è anche perché chi subisce l’ingiustizia poi se ne lamenta solo in privato. Però non è per vigliaccheria, o quieto vivere, che si tace. L’ho capito assistendo alla cerimonia di assegnazione dello Strega nel ninfeo di Villa Giulia e alle polemiche che ne sono seguite. E’ che qualsiasi prova tu possa portare a sostegno della tua tesi, anche la più evidente e incontrovertibile, passerà in secondo piano o verrà del tutto ignorata per il semplice fatto che tu sei la vittima. Agli occhi del pubblico quella posizione t’impone di tacere. Il brutto è che anche la posizione contraria, quella del vincitore, non consente una denuncia o lamentela. Nel primo caso risulterai patetico e interessato (“rosica”), nel secondo un ingrato che sputa nel piatto dove mangia. Partecipando accetti ogni nefandezza; questo, in letteratura, significa “stare al gioco”. Altro che de Coubertin. L’unica salvezza sta nel non partecipare, nello smettere di sperare, e non è facile, soprattutto quando le occasioni di riconoscimento si ripresentano (tipo qui).

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3 Risposte to “le magagne e il silenzio”

  1. lillo Says:

    io non partecipo, ma spero sempre in una riscoperta tardiva, a posteriori o post mortem, anche se, scrivendo poesia, sarei comunque escluso dalla torta. al massimo posso provare a conservarmi nel tempo. si potrebbe anche chiamare “stare al gioco” alzando la posta sul tavolo.
    della tua ingiustizia non so perché, ricordo di aver letto da qualche parte, ma non ricordo più né cosa fosse né come successe. forse questo è un altro buon motivo per non angustiarsi troppo: tutto passa e diventa flebile nella memoria, persino le ingiustizie. per cui insistere troppo, alla lunga, assume spesso i toni della petulanza priva di scopo, di chi non sa come si vive.
    la cosa comica, forse, è che le uniche ingiustizie senza tempo, sono quelle letterarie, per cui essendo la tua non letteraria ma intorno al mondo della letteratura, non si libera, appunto, dal gioco, solo per un pelo della lingua.

  2. Cpd Says:

    Stavo per dire che non sono propriamente d’accordo con quello che avevi scritto, quando mi sono trovato un pezzo in più, aggiunto o non notato, che parla del premio in cui sei finalista.
    Non capisco a maggior ragione, comunque, notando che tre dei cinque, sono ” ponte alle grazie”.
    Io credo che se si ha qualcosa da dire, se si hanno le prove, se si ritiene che così come stanno le cose, siamo messi male-magari in riferimento allo scandalo strega, premio che di solito premia romanzetti di grandi editori, ma anche ponte alle grazie non scherza: mi si dice faccia parte del terzo gruppo editoriale italiano-, lo si dovrebbe dire. Ci sarà si certo chi giudica col suo metro di misura, spesso squallido, ma pazienza.
    Insomma: se si vuol stare al gioco e si conoscono le regole, si gioca. Se no, ci si crea una sponda alternativa, e però bisogna accettarne la componente marginale.
    Anche se ammetto che certi tuoi sottintesi sono così sotto, che non sono mai sicuro di aver capito.

    Cristiano

  3. Bachisio Bachis Says:

    Ma Sergio Carufi non è Il nome giusto…

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