Archive for ottobre 2012

c/o

ottobre 31, 2012

c/o è un’abbreviazione che origina dalla locuzione inglese care of, che significa “alle cure di”, inteso come “domiciliato presso”, e ha lo scopo di permettere il recapito della posta a persone alloggiate presso altri perché prive di indirizzo proprio. Con la mia fissazione per gli indirizzi degli autori prediletti (per esempio qui), ho scoperto che questo stigma sociale spesso qualifica gli scrittori nel loro momento aurorale, semiclandestino, che può non situarsi nel pieno della giovinezza, e sono convinto che non siano solo motivi economici a imporlo. C’è qualcosa di più, come se un indirizzo proprio non potesse che scaturire dalla nuova identità letteraria, attendesse la sua ufficializzazione (che come tale in genere implica pure un aumento di reddito), o come se un autore in erba necessitasse di qualcuno che si prenda cura di lui per esprimere al meglio le sue potenzialità.

Due autori che amo (entrambi traduttori di Poe). Giorgio Manganelli appena arrivato a Roma andò ad abitare in una camera ammobiliata della famiglia Magnoni in via Gran Sasso 38, e ci restò dal giugno 1953 (ossia da quando aveva 31 anni) fino al 1965, traslocando quattro volte sempre con la stessa famiglia. Julio Cortázar, come si evince dal fitto carteggio con l’amico fraterno Eduardo Jonquières, contrappunta i suoi numerosi indirizzi europei con quella sigla (rue Mazarin 54 chez Champion a Parigi; via della Spada 5 presso Pruneti a Firenze; via di Propaganda Fide 22 presso Sanvitale a Roma), più o meno negli stessi anni (dal 1953 in poi) ma a un’età più avanzata di Manganelli (l’argentino era del ’14). Insomma, pur facendo le debite proporzioni mi sono consolato, che ne ho quasi 50 e sto già al terzo c/o romano (quello nella foto di Google street fu il primo: circonvallazione Trionfale 25, presso Caporali).

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Una recensione di 404: file not found

ottobre 29, 2012

http://quattrocentoquattro.com/2012/10/29/post-mortem-nihil-una-recensione-a-il-nome-giusto-di-sergio-garufi/

Show don’t tell

ottobre 18, 2012

Marco Rossari, oltre a essere un ottimo scrittore, è pure uno dei migliori traduttori dall’inglese in circolazione (per esempio Arrivano i Sisters di Patrick De Witt, uno dei suoi ultimi lavori, è un libro godibilissimo anche grazie alla sua eccellente trasposizione in italiano). Poco tempo fa, alla presentazione romana del suo irriverente zibaldone (L’unico scrittore buono è quello morto, e/o), gli ho sentito raccontare un episodio istruttivo sul suo lavoro di traduttore. Diceva che spesso, traducendo dall’inglese, gli capitavano espressioni tipo “aggrottò la fronte” o “si mordeva le unghie”, e se lui traduceva letteralmente poi l’editor italiano lo redarguiva invitandolo a sostituirla con “era perplesso” o “era nervoso”.

In questo piccolo aneddoto si compendiano due scuole di scrittura: quella anglosassone, behaviorista, comportamentale, con la regola del “show don’t tell”, ossia “mostra, non dire”; e la nostra, che non rinuncia alla voice off didascalica, più esplicita nella descrizione degli stati d’animo o dei pensieri di un personaggio. Credo che a raccontarlo in giro chiunque (almeno chiunque abbia a che fare con la letteratura, tranne giusto gli editor di Rossari) dirà che la ragione sta dall’altra parte, in chi le cose le mostra anziché dirle. Pur non avendone mai frequentata una, giurerei che questa sia la regola principale che viene insegnata nelle scuole di scrittura creativa, e che in queste scuole, cioè il posto dove più facilmente gli insegnanti sono contestati dagli allievi, questa regola venga accettata da tutti come un dogma di fede.

Forse si potrebbe addirittura sostenere che in quel motto si annida un’efficace definizione della letteratura, che è in fondo un modo diverso per dire le stesse cose di sempre. C’era anche qualche scrittore italiano famoso, se non ricordo male, che soleva ripetere una variante di quel motto, e cioè: “lascia che sia il lettore a fare 2+2”. Ciononostante ho forti dubbi (quindi sto aggrottando la fronte) sul fatto che si debba per forza seguire quella strada. O meglio, che la strada del mostrare sia preferibile a quella del dire, soprattutto se il mostrare si articola in una serie di gesti, mimiche e atti talmente eloquenti e codificati (tipo “aggrottare la fronte”), da risultare completamente interscambiabili con la loro esplicitazione (“era perplesso”).

laura pausini e walter benjamin

ottobre 17, 2012

Ci sono due scuole di pensiero riguardo alla tragica fine di Walter Benjamin. La prima sostiene che sbagliò a suicidarsi, tant’è che la mattina seguente la polizia di frontiera spagnola lasciò liberi gli altri transfughi. La seconda è convinta che il dramma fu causato dalle condizioni in cui si trovarono, e che dati quei presupposti (l’assenza del visto, la legislazione sui passaggi di confine che cambiò il giorno dopo), Benjamin non poteva fare altrimenti, quindi il suo sacrificio non favorì la sorte degli altri. Io credo invece che fu proprio la sua morte volontaria a far impietosire le guardie spagnole e a consentire ai suoi compagni di viaggio di salvarsi. Quest’ultima ipotesi forse è meno condivisa perché è più facile ragionare per dicotomie, piuttosto che cogliere le connessioni e il rapporto di causalità che legano eventi diversi.

La stessa difficoltà l’ho avvertita giorni fa ascoltando un’intervista radiofonica a Laura Pausini. Si parlava del suo esordio, la celeberrima canzone sulla solitudine. Ha spiegato che il testo fu scritto da Pietro Cremonesi e che lei lo adattò alle proprie vicende biografiche: «Inizialmente il brano cominciava con Anna se n’è andata invece di Marco se n’è andato, ma per il resto la storia era la fotografia della mia vita fino a quel momento, perché io andavo veramente a scuola con il treno delle sette e trenta. Cambiai solo il nome, Marco, perché lo svolgimento della canzone pareva copiato da quello che succedeva a me. Marco era il mio fidanzatino dell’epoca e per questo, quando cantavo quel brano, mi emozionavo tanto». A questo punto i deejay e Laura hanno ironizzato su Marco, secondo loro uno sfigato per il tempismo con cui l’abbandonò, cioè poco prima che lei avesse un successo planetario, e hanno ipotizzato quale misera fine potrebbe aver fatto. Per me lei dovrebbe essergli grata. Se  non l’avesse lasciata non ci sarebbe stata quella canzone.

il principe azzurro

ottobre 16, 2012

Sere fa mi è capitato di cenare allo stesso tavolo con Pupi Avati. Eravamo nel ninfeo di Villa Giulia, dove a luglio si svolge la cerimonia di assegnazione del Premio Strega,  e lui era lì come presidente della giuria di un festival televisivo che si era appena concluso.

Fra i commensali c’era un produttore televisivo che, ignorando il fatto che Pupi Avati aveva premiato la fiction di un concorrente, ha definito questa fiction “una cagata”, indispettendo parecchio Avati. Il diverbio è andato avanti per un po’ fino a che si sono invertite le parti, nel senso che Avati ha bollato come “boiata” la fiction di maggior successo del produttore televisivo provocando la sua stizza. In verità si scontravano due modi completamente diversi d’intendere il rapporto qualità-consenso. In tv sono considerati l’uno la conseguenza dell’altra, e una fiction con scarsa audience è una brutta fiction; al cinema invece un brutto film può essere il più visto (e viceversa).

Lo stesso pensavo quando frequentavo il corso di sceneggiatura alla Rai: un romanzo e una sceneggiatura sono parimenti scrittura narrativa, ma hanno criteri di valutazione fra loro incompatibili. Forse dipende dal quid di artisticità che gli si attribuisce: laddove si pensa che ci possa essere (i film cinematografici, i romanzi), del successo si può fare a meno, e si troverà sempre qualcuno disposto a riconoscerti un talento incompreso. Di solito sono le fidanzate, i parenti o gli amici più stretti a incaricarsi di consolarti e lodarti; ma nel caso di un regista o un romanziere famosi eppur non di cassetta possono essere anche dei perfetti sconosciuti.

Verso la fine della cena Avati mi ha raccontato la storia di uno di questi, un millantatore che lo chiamava continuamente “Maestro” e lo subissava di complimenti. A suo dire Avati non era abbastanza conosciuto all’estero, di certo non come avrebbe meritato, e così lui si offriva di organizzargli rassegne monografiche in luoghi prestigiosi e gli assicurava ampi servizi sui periodici più letti affinché venisse presto riparato il torto. Avati ne intuì subito l’inconsistenza, e difatti in seguito questo scomparve, ma confessò che nel mentre aveva ascoltato rapito quella bellissima fiaba, nella quale a lui era stata assegnata la parte del principe azzurro.

balconi catodici

ottobre 16, 2012

Guardavo ieri sera Saviano a Che tempo che fa e pensavo che bisognerebbe proibire i monologhi in tv, specialmente quelli in prima serata. Son pericolosi. Ci puoi andare con le migliori intenzioni, ma quando sei lì t’immagini le folle sterminate in estatico ascolto e inevitabilmente esce un comizio, una predica o un’arringa. Ricordo mesi fa alla stessa trasmissione Erri de Luca, che pontificava come fosse investito da una missione, un compito superiore. Non è una questione di nomi. E’ la sindrome del balcone.

Premio Domenico Rea

ottobre 8, 2012

Ieri sono andato alla cerimonia del Premio Rea, e ho perso. Si svolgeva all’hotel Regina Isabella di Ischia, dove da piccolo ero stato coi genitori. I cinque finalisti erano Simone Lenzi, Matteo Nucci, Tea Ranno, Viola Ardone e il sottoscritto. Appena arrivati ci ha accolto un bel buffet, poi in una sala dell’albergo i cinque componenti della giuria tecnica hanno presentato il libro che avevano scelto. Erano tutti in tiro, e io l’unico scacione in jeans e senza giacca. Lì ho scoperto che la mia presentatrice era Rossana Valenti, una signora che l’aveva letto con grande attenzione (cosa non scontata, sentendo gli altri). Mentre i presentatori parlavano la conduttrice ha comunicato la prima tranche dei 130 voti della giuria popolare, e risultavo terzo con 6 voti, preceduto da Ranno e Ardone (9 voti ciascuna) e seguito da Nucci e Lenzi (5 voti ciascuno). Ho riposto ogni speranza e mi son distratto un po’. Chiacchieravo con Nucci, che mi segnalava fra gli sponsor l’Alilauro, la compagnia di navigazione con la quale avevamo preso l’aliscafo da Napoli e il cui trasporto non era offerto dall’organizzazione. Poi  mandavo mesti sms alla fidanzata rimasta a Roma, evidentemente presagendo la sconfitta, e sbirciavo in giro cercando consolazione e trovandola sul cartellone dove ero chiamato “Carufi”, contento perché almeno non avrebbe perso il nome giusto. Infine non ho saputo più niente della votazione, che si svolgeva in un altro ambiente, ed è stato proclamato il vincitore mondadoriano (tanto per replicare in sedicesimo il derby dello Strega). Quando ho chiesto il conteggio finale alla conduttrice mi è stato detto con una logica bizzarra: “non lo diamo per correttezza”. Comunque sono certo che sia stato fatto tutto in modo inappuntabile, e poi non me ne sono andato a mani vuote, ho vinto un bel piatto ricordo con l’isola e un Nettuno in rilievo, che ho usato come frisbee poco dopo.