il principe azzurro

Sere fa mi è capitato di cenare allo stesso tavolo con Pupi Avati. Eravamo nel ninfeo di Villa Giulia, dove a luglio si svolge la cerimonia di assegnazione del Premio Strega,  e lui era lì come presidente della giuria di un festival televisivo che si era appena concluso.

Fra i commensali c’era un produttore televisivo che, ignorando il fatto che Pupi Avati aveva premiato la fiction di un concorrente, ha definito questa fiction “una cagata”, indispettendo parecchio Avati. Il diverbio è andato avanti per un po’ fino a che si sono invertite le parti, nel senso che Avati ha bollato come “boiata” la fiction di maggior successo del produttore televisivo provocando la sua stizza. In verità si scontravano due modi completamente diversi d’intendere il rapporto qualità-consenso. In tv sono considerati l’uno la conseguenza dell’altra, e una fiction con scarsa audience è una brutta fiction; al cinema invece un brutto film può essere il più visto (e viceversa).

Lo stesso pensavo quando frequentavo il corso di sceneggiatura alla Rai: un romanzo e una sceneggiatura sono parimenti scrittura narrativa, ma hanno criteri di valutazione fra loro incompatibili. Forse dipende dal quid di artisticità che gli si attribuisce: laddove si pensa che ci possa essere (i film cinematografici, i romanzi), del successo si può fare a meno, e si troverà sempre qualcuno disposto a riconoscerti un talento incompreso. Di solito sono le fidanzate, i parenti o gli amici più stretti a incaricarsi di consolarti e lodarti; ma nel caso di un regista o un romanziere famosi eppur non di cassetta possono essere anche dei perfetti sconosciuti.

Verso la fine della cena Avati mi ha raccontato la storia di uno di questi, un millantatore che lo chiamava continuamente “Maestro” e lo subissava di complimenti. A suo dire Avati non era abbastanza conosciuto all’estero, di certo non come avrebbe meritato, e così lui si offriva di organizzargli rassegne monografiche in luoghi prestigiosi e gli assicurava ampi servizi sui periodici più letti affinché venisse presto riparato il torto. Avati ne intuì subito l’inconsistenza, e difatti in seguito questo scomparve, ma confessò che nel mentre aveva ascoltato rapito quella bellissima fiaba, nella quale a lui era stata assegnata la parte del principe azzurro.

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3 Risposte to “il principe azzurro”

  1. Effe Says:

    Strano che Avati non ne abbia ancore tratto la sceneggiatura di un film (il tuo titolo sarebbe perfetto e autoironico)

  2. sergiogarufi Says:

    è una bella storia, forse troppo esile per tirarne fuori un film o un romanzo, ma un raccontino così non sarebbe male.

  3. gianni biondillo Says:

    I nomi! Fuori i nomi!!!

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