Archive for novembre 2012

ancora Cortázar

novembre 30, 2012

corti2Non riesco a mollare Cartas a los Jonquières. Mi rigira per le mani da un sacco di tempo e non mi decido a riporlo sullo scaffale della libreria come una lettura archiviata. Ogni tanto provo a tradirlo con altri libri ma la nostalgia ha il sopravvento e torno sui miei passi. Lo apro appena ho un momento libero: vado in bagno e ne sbircio una pagina; in tv è una noia e allora l’ascolto in sottofondo mentre sfoglio qualche brano sul divano; prima di addormentarmi cerco su Google Earth i suoi domicili, guardo le foto delle case che abitò, mi immagino come potevano essere sessant’anni fa.

A Parigi, che perlustrò metro a metro con le sue lunghe gambe, Cortázar visse in rue d’Alésia 91, nel XIV arr.; poi in rue Le Regrattier 28, vicino a Notre Dame; in rue Mazarin 54, la via dei numismatici nei pressi di Saint-Germain-des-Pres; in rue Broca 91, dalle parti di Montparnasse; in rue Pierre Leroux 24 bis, nei dintorni de Les Invalides; a place du Général Beuret 9, dove scrisse Rayuela e dove tuttora risiede la prima moglie Aurora Bernardez; in rue Martel 4, a Porte Saint-Denis. E ancora a Vienna nella pensione Suzanne, 4 Walfischgasse. Quindi nell’appartamento n°32 del Residence Saint James in rue Versonnex 3, a Ginevra. Poi a Firenze in via della Spada 5, vicino al Duomo; e a Roma in via di Propaganda Fide 22, interno 3.

Quella di Roma l’ho visitata di persona, è nei pressi di Piazza di Spagna. Oggi è un indirizzo proibitivo, roba per ricchi, nel ’52 lui e Aurora (Julio adopera sempre la formula cavalleresca: “Aurora y yo“) vi presero in affitto una camera per pochi soldi dalla famiglia Sanvitale. La sera porto a spasso il cane e fantastico di inserire in qualche modo il carteggio nel mio secondo romanzo, vorrei che l’amore che gli porto fosse presente anche lì, lasciasse una traccia sulle mie pagine, magari con un personaggio che lo sta traducendo oppure leggendo come me.

Appena uscito l’articolo su l’Unità mi sono reso conto di quante lacune c’erano, anche per lo spazio limitato a disposizione sul giornale, e allora vorrei  colmarle, spiegare perché è un libro eccezionale, ma di certo dimenticherò altre cose, e poi magari sono solo fisime mie, ho sempre avuto ossessioni monomaniacali, probabilmente Cortázar è una di queste e la fissa per questo epistolario presto passerà. Non saprei neppure spiegare bene che ha di speciale questo libro, se non che non è un vero e proprio libro. Molti testi – in genere i peggiori – si sente che avevano l’ambizione di diventare un libro, cioè che quando venivano scritti i loro autori li immaginavano già con la forma del libro e nelle mani di un pubblico che li avrebbe letti con attenzione. Un pubblico vasto e indistinto, fatto di uomini e donne, giovani e vecchi, gente attenta e gente distratta. Questo peccato originale non è così infrequente, ed è tale solo quando viene avvertito dal lettore. Somiglia al passo indietro del pittore, che interrompe il suo lavoro per rimirare con distacco la tela che sta dipingendo, e inclina il viso provando a guardarla come la guarderebbe un estraneo, appunto il visitatore di una mostra.

Invece gli epistolari, soprattutto quelli degli scrittori non ancora famosi, ne sono esenti. E’ il loro bello. Sono confessioni private rivolte a un singolo e ritraggono fedelmente chi li scrive. Il ritratto di Cortázar che ci restituisce questo carteggio è quello di una bella persona, oltre che di un grande scrittore. Un uomo che visse con ottimismo anche gli anni d’indigenza e anonimato. Lontano dalla patria e dagli affetti, e tuttavia fiducioso nel proprio talento e nel mondo, e pieno di premure con l’amico e pure con la moglie dell’amico, alla quale scrive delle lettere personali di minor interesse per il lettore perché tradiscono la poca complicità fra i due, ma ugualmente indicative della sua cura degli affetti, del suo desiderio di non escluderla dal dialogo.

Poi colpiscono certi episodi intimi di Julio e Aurora, raccontati con un pudore e una delicatezza struggenti. La felicità contagiosa di quando si trasferiscono in una doppia camera in subaffitto al posto delle solite stanze singole, l’abitudine di addormentarsi tenendosi per mano, i problemi con la suocera, che vorrebbe che la figlia tornasse a Buenos Aires e le tenesse compagnia, il racconto del Natale romano del ’53, e il regalo della sottoveste alla Rinascente di via del Corso, dove oggi è Zara.

M’immagino la commessa che lo servì, ignara del genio che ebbe di fronte seppur per pochi istanti; così come i tanti che lo incrociarono in quegli anni, quelli per esempio che gli diedero un passaggio in autostop durante i suoi viaggi in Italia (per raggiungere Firenze da Napoli ne chiese nove!). E la notte del febbraio ’55, in cui Julio sveglia Aurora per farle prendere un antibiotico e lei è contrariata, perché stava sognando “una estupenda novela policial” ed era sul punto di scoprire l’assassino. E infine l’esilarante (e politicamente scorretta) cronaca scatologica del viaggio in nave (22/10/54) verso Dakar con la C.G.T.M., la Compagnie Générale des Transports Maritimes, il cui acronimo lui ribattezza con Cómo Güele Tanta Mierda, perché accanto alla sua minuscola cabina c’è l’olezzante gabinetto di terza classe per donne.

En este gabinetto ocurre un fenómeno de desconcierto universal, topológico y geográfico, que sólo Rabelais podría describirte como se debe. Entérate tan sólo de que el barco (viejo, atroz, lentisimo) está colmado de inmigrantes napolitanos (horresco referens!), grupos de armenios, y bandas de gallegos. Para las mujeres y su incontables hijos, el gabineto de referencia ofrece la insinuación bastante explícita de un rotundo buraco en el medio, y dos sólidos apoyos de piedra donde poner los zapatos. Ahora bien, como el psicoanálisis tiene probado que el agujero, el orificio es uno de los principales temas obsesivos del homo sapiens, ocurre que tanto las tanas como las hijas de Mahoma parecen retroceder ante el que la sanidad les pone por delante, como si la presencia de ese agujero le pusiera en peligro el propio, o algo así. La cuestión es que la sintonía, la concordancia, la coincidencia lógica no se produce, y al cabo de poco rato, en este gabineto y en todos los demás (pues me los tengo inspeccionados a todos) te encuentras con que el agujero funcional rutila y resplandece, mientras alrededor, en los bordes, en el techo, en las paredes, contra la puerta y fuera de la puerta, se alzan con toda la gama de las coloraciones nacionales y dietéticas, las pirámides fumantes y probatorias de la triste condición humana. A este paisaje marcadamente orográfico se suma la hidrografía adicional que provocan los rolidos de esta mala bestia náutica. Todo el aserrín del mundo no bastaría para cubrir la capacidad vomitiva de los hijos de Cumas, Baia y el Vesuvio. Para mí que Pompeya acabó cubierta de vomitadas: presentaré la tesis en algún congreso […]“.

Sarà per la coincidenza delle iniziali, che in spagnolo sono le stesse, ma oggi per me lui rappresenta lo spartiacque della Letteratura, tanto che la dividerei cronologicamente in a.C e d.C.

(la foto fu scattata negli anni 70 nella casa provenzale di Saignon, e il gatto dovrebbe essere Theo, chiamato così in onore di Adorno)

Annunci

le mie bestiole

novembre 25, 2012

Una vera scrittrice

novembre 24, 2012

di Luigi Mascheroni

Rassicurando i lettori italiani, con un tweet che vale più di qualsiasi stroncatura, qualcuno ha ironizzato: «Philip Roth ha smesso di scrivere? Niente paura, la Littizzetto continua».

Senza ironia, invece, ma scivolando nel grottesco, su La Stampa di qualche giorno fa Gabriele Ferraris ha recensito il nuovo libro di Luciana Littizzetto Madama Sbatterflay (Mondadori) parlandone come di un «evento editoriale», «perché stiamo parlando di una vera scrittrice», una scrittrice con «quel suo inconfondibile stile, quella sua voglia di raccontare vizi e vezzi della contemporaneità con disincanto e, insieme, passione». «Una scrittrice vera». «Con buona pace dei critici spocchiosi».

Con buona pace dei critici di bocca buona, Luciana Littizzetto non è una scrittrice. È una comica di successo che scrive sketch raccolti in un libro. Che è un’altra cosa. Brevi monologhi pensati per il palcoscenico televisivo e finiti in pagina, che in alcuni casi fanno ridere, in altri no. Madama Sbatterflay, ad esempio, a parte il capitolo-sketch «Appello agli uomini», non a caso anticipato dalla Stampa, non fa ridere. Capita. Capita anche, però, e sempre più spesso purtroppo, che si tenti di far passare una brava cabarettista-attrice per scrittrice tout court, soltanto perché pubblica un libro, o collabora con un quotidiano. Soltanto per caso lo stesso che lo recensisce, gridando al capolavoro. Facendo tre danni in un colpo solo: a chi scrive il pezzo e al giornale che lo pubblica, che si coprono di ridicolo; al recensito, che di sicuro ha un senso delle proporzioni e dell'(auto)ironia superiore al recensore; e al lettore, che crede di avere di fronte Achille Campanile, o Carletto Manzoni, o anche solo il Paolo Villaggio di Fantozzi, e invece si ritrova in mano un libro della Littizzetto. Che peraltro s’intitola Madama Sbatterflay, dove la «madama» è proprio quella cosa lì, la fissazione, più che degli uomini, di tante donne, che la mettono in mostra ogni volta che possono, al cinema, sui calendari, in televisione, su Internet e nei libri, come questo, dove si parla solo di “quella”, declinandola in tutti i sinonimi, le allusioni e le situazioni possibili, come da titoli dei capitoli: «La jolanda con la permanente», «La farfallina», «Imene perenne», «Le smutandate». Oppure, con un ribaltamento di Walterschauung, passando da “quella” a “quello”: «Il bell’addormentato nei boxer», «Il pacco in bagno», «Il bandolero stanco», «Preservativi griffati per walter di classe». Dove il “walter” è esattamente quel coso lì, per il quale le donne hanno una vera fissazione.

Fissata per gli organi genitali, maschili e femminili, per tutte le sfumature possibili dei rapporti sessuali, per «Supposte miracolose», «Auto a pipì», «Cremine anticoncezionali», «Chi arriva prima» all’orgasmo, «Le tette di Kate», «Lo scaldawalter», «Il piscivelox» (sono i titoli dei rimanenti capitoli), la Littizzetto usa ed abusa, e stufa, del genere porn-mom. Che non ha mai tirato così tanto. Luciana Littizzetto non è una mamma, neppure porno, eppure ci gioca pensate col gioco più vecchio del mondo. Senza neppure una particolare originalità. Ma con un supporto mediatico, alimentato dal potentissimo salotto editoriale di Fabio Fazio, che la lancerà nella top ten delle classifiche di vendita prima della fine della settimana. E tutto questo col pericolosissimo supporto di certi critici compiacenti cui sfugge il senso della misura, e lo sconfortante smarrimento dei lettori che rischiano di confondere, come già sta succedendo in politica, un comico per un genio.

Non basta scrivere un libro per essere scrittori. E non basta leggerlo per essere dei critici. La lettura, notoriamente, è qualcosa di più complesso. Soprattutto «la Lettura», l’inserto culturale della domenica del Corriere della Sera: un supplemento ricchissimo, molto curato e corposo, che parla di libri e letteratura, di media e nuovi linguaggi, che guarda all’arte, alla storia, alla filosofia, al design con firme prestigiose, italiane e internazionali. Domenica scorsa ha festeggiato il suo primo compleanno sul palco della leggendaria sala Buzzati, a Milano. E chi era l’ospite d’onore della festa del più importante inserto culturale del più prestigioso quotidiano italiano, seduta accanto al direttore Ferruccio de Bortoli? Luciana Littizzetto. Non una grande firma della «Lettura»: Claudio Magris, o Francesco Piccolo, o Alessandro Piperno, o Erri De Luca… No. Luciana Littizzetto. Avvalorando l’idea – scorretta e pericolosa, e di certo neppure condivisa dalla diretta interessata – che si tratti di una grande scrittrice. E può essere una giustificazione il fatto che i libri della Littizzetto vendano molto? Difficile. Altrimenti E.L. James, l’autrice di Cinquanta sfumature di grigio, dovrebbe dirigere il supplemento letterario di The Times. Cosa che non è. In Inghilterra. Ma in Italia, chi può dirlo?

one more kiss, dear

novembre 22, 2012

Gli uccelli e l’ornitologia

novembre 20, 2012

In un passaggio della sua ricca autobiografia (La mia vita, Sellerio), Marcel Reich-Ranicki racconta l’intervista con Anna Seghers, l’autrice de La Settima croce, romanzo per lui ammirevole (in Italia edito da Mondadori). In quel brano il celebre critico tedesco descrive il proprio sconcerto nel rendersi conto, man mano che l’incontro si approfondiva, che “quella persona modesta e simpatica che in quel momento discorreva tranquillamente sui suoi personaggi […], quella donna degna e amabile non aveva capito nulla del romanzo La Settima croce, e non aveva la minima idea della raffinatezza dei mezzi artistici impiegati in esso, del virtuosismo della composizione”; giungendo così alla conclusione che “la maggioranza degli scrittori capisce di letteratura quanto gli uccelli capiscono di ornitologia“.

Come quando si nuota, si dorme o si ama

novembre 20, 2012

Fortunatamente Cortázar non abbiamo ancora finito di leggerlo. A distanza di ventotto anni dalla sua morte continuano a uscire inediti preziosi, tanto che a questo ritmo presto la mole delle pubblicazioni postume supererà quella di quando era in vita. Si tratta soprattutto di lettere, come Cartas a los Jonquières, il bel volume edito da Alfaguara che raccoglie circa un centinaio di missive e cartoline indirizzate all’amico Eduardo e a sua moglie Maria nell’arco di più di trent’anni, dal 1950, la vigilia del suo trasferimento a Parigi, fino all’84, pochi mesi prima di morire. I due si conoscevano dai tempi della scuola Mariano Acosta di Buenos Aires, quando scrivevano su Addenda, la rivista letteraria del collegio.

Vuole la leggenda, in parte alimentata dallo stesso scrittore, che da giovane Cortázar conducesse una vita ritirata e dedita unicamente alla lettura. In realtà amò sempre circondarsi di amici coi quali condividere le sue passioni culturali, e questo carteggio con Eduardo Jonquières, che fu poeta e pittore, ne è la dimostrazione evidente. Il grosso delle lettere fu scritto negli anni Cinquanta, perché nel ’59 Jonquières e famiglia traslocheranno pure loro a Parigi, e quindi le occasioni di sentirsi diventeranno più facili, ciononostante il rapporto epistolare s’interromperà solo con la morte di Julio. Purtroppo non si sono salvate le lettere di Eduardo, di modo che le sue parole vanno indovinate attraverso quelle di Cortázar.

I temi trattati sono diversi. Julio racconta gli inizi stentati a Parigi, la ricerca di un lavoro stabile, i continui cambi di domicilio contrassegnati dalla sigla “c/o” nell’indirizzo, lo stigma dei grandi scrittori nel loro momento aurorale, quando si subaffitta una stanza presso altri perché non ci si può permettere un alloggio proprio. Poi le lunghe passeggiate per la città, i giri in bici e in vespa, le visite ai musei e i viaggi in autostop sembrano per lui un unico apprendistato allo sguardo (“sobretodo camino y miro, tengo que aprender a ver”). Grazie a queste lettere, che costituiscono l’autobiografia che non scrisse mai, abbiamo accesso a un Cortázar inedito e sorprendente, colui che Vargas Llosa definì “un uomo eminentemente privato, con un mondo interiore costruito e preservato come un’opera d’arte”.

Con grande pudore e affettuosa cautela Julio si confida all’amico, gli comunica le preoccupazioni economiche, i dubbi di aver fatto la cosa giusta (“que hago aquì?”, si chiede il 31/10/52). Si rivolge a lui forse perché Eduardo rappresenta il suo contraltare: la distanza fra loro infatti non è solo geografica. Eduardo è l’amico fraterno rimasto in Argentina, sposatosi presto e con una famiglia numerosa; Julio invece fa il bohémien sradicato, e a volte pare invidiargli la sicurezza degli affetti e la stentata agiatezza della vita in patria. Presto però la situazione si ribalta. La presenza di Aurora Bernardez al suo fianco lo sprona a lottare in una città che lo ignora, mentre Eduardo si sente al palo. Così arriverà per Julio l’impiego come interprete all’Unesco grazie all’interessamento di Victoria Ocampo (la direttrice della rivista Sur per cui scrisse pure Borges), poi l’incarico di tradurre i libri di Edgar Allan Poe e a poco a poco anche la serenità economica per poter viaggiare. In Italia lui e Aurora vanno a Siena, Venezia, Como, Roma, dove s’innamorano della pizza (“la locura más inconmensurable del sistema solar”, 27/10/53); ma i resoconti di viaggio negli anni, di pari passo con la sua progressiva affermazione artistica, comprendono paesi come l’Uganda, l’Austria (che chiama musilianamente Cacania), Cuba, Svizzera, Nicaragua, India, Danimarca, Brasile, Kenia e Inghilterra, a volte anche con soggiorni di mesi.

Non mancano le osservazioni sull’arte e la letteratura dei posti visitati, così come i sapidi ritratti degli illustri colleghi conosciuti (Octavio Paz, di cui fu ospite a New Delhi, o Albert Camus a una festa di Gaston Gallimard), e i ragguagli sulla genesi dei propri libri (come quando annuncia il 30/5/52 l’idea dei cronopios e dei famas, che Aurora giudica troppo moralistici). Tutto l’epistolario nasce e termina a Marsiglia, la città dove sbarca nel 1951 proveniente da Buenos Aires, e dove 34 anni dopo approda in furgone con Carol Dunlop da Parigi, come scrive nell’ultima lettera in cui illustra Gli autonauti della cosmopista, il reportage intimo e fiabesco scritto assieme a lei, pieno di gioia di vivere malgrado il presagio della loro fine imminente.

Pur essendo intessuto da molti riferimenti colti, questo libro non somiglia affatto a quei fastidiosi epistolari letterari in cui lo scrivente si prefigura un grande pubblico e autorevoli esegeti postumi. L’interlocutore resta uno, e Cortázar è tutto tranne che un monologhista. Chiede sempre a Eduardo come gli vanno le cose, s’informa sulla sua famiglia e sulla sua carriera ed è prodigo di consigli, tanto che parla molto più dei suoi libri che dei propri. Ma il lato umano è preponderante in questo carteggio, ed è questa la sua vera forza, ciò che più attrae il lettore, tanto che alla fine si potrebbe dire che il tema principale del dialogo sia il dilemma tra restare o andarsene, lottare in patria o cercare fortuna all’estero. In una commovente lettera del 27/8/55, questa volta tocca a Julio trovare le parole giuste per incoraggiare Eduardo in preda allo sconforto. Lo invita così a seguire la sua vocazione senza trincerarsi dietro l’alibi del “tengo famiglia”, e al contempo enuncia una filosofia di vita: “al mundo no hay que resistirle, lo que hay que hacer es elegir bien el mundo que uno prefiera y al cual hay que darse; y a ése, ah, a ése hay que darse a fondo, como cuando se nada, se duerme o se quiere“.

(uscito su l’Unità del 20/11/2012)

Ma porco …

novembre 16, 2012