Archive for gennaio 2013

tartufi e patate

gennaio 8, 2013

houelIeri sera Chiara mi ha chiesto un libro. Aveva finito Limonov e voleva cominciare un nuovo romanzo. Non avendo nulla di nuovo da darle se non saggi, che lei non ama, l’ho indirizzata su Houellebecq, che sapevo piacerle, e la scelta è caduta su L’Estensione del dominio della lotta, l’unica sua opera che le mancava. Io l’avevo letto diversi anni fa, dopo Le Particelle elementari, pur essendo uscito prima in Francia. Lo recensii pure da qualche parte, ma i miei ricordi erano abbastanza opachi. Giusto la trama essenziale e lo stile. Stamattina me lo ha rinverdito. Le stava piacendo e me ne ha letto qualche brano. Mentre ascoltavo alcuni passaggi ripensavo alle discussioni letterarie che avevo seguito in questi anni. Come un articolo di Francesco Pacifico uscito di recente su Orwell a proposito di letteratura di qualità e di intrattenimento, che innescò un piccolo dibattito in rete e sui giornali. O tipo un hashtag di twitter, #paroleorrende, lanciato dal mio editor. Nel primo caso Pacifico individuava il discrimine fra le due categorie nello stile: sciatto quello della narrativa commerciale; ricercato invece quello della vera letteratura. Più o meno lo stesso discorso vale per il giochino di twitter, che resta un esercizio senza valenze prescrittive, ma che è sintomatico di un’attenzione al linguaggio molto diffusa fra gli addetti ai lavori, il cui compito è essenzialmente quello di selezionare la gran messe di inediti che aspirano alla pubblicazione. Questo giochino poi ha figliato, tanto che su facebook è apparsa la variante sulle espressioni automatiche, quelle in cui si associa in modo meccanico un sostantivo e un aggettivo.

A me questo atteggiamento non convince. Lo trovo scontato, ben più di quanto lo siano le parole o le espressioni condannabili per questo motivo. E la dimostrazione è proprio Houellebecq, la sua scrittura, estremamente piatta e semplice. Non sto dicendo che quello sia lo stile migliore. Non sarei neppure credibile. Il mio romanzo è stato criticato da alcuni proprio per il suo linguaggio forbito, per l’eccesso di parole ricercate che sono parse uno sfoggio di cultura. Sto dicendo che lo stile è la nostra voce, l’impronta di ciò che si è su ciò che si fa, e che ciascuno ha il suo modo di esprimersi, il suo linguaggio. A volte ricco ed esuberante, come quello di Gadda, a volte secco e violento, come l’argot di Céline, a volte paranoico e ossessivo, come le ripetizioni di Bernhard e l’anacoluto di Nori, e altre volte prosaico e dimesso, come quello di Carver o di Houellebecq. Chi si appella a Queneau non capisce che un conto è padroneggiare diversi registri espressivi, un altro usarli a vanvera o per épater il lettore. La mia impressione è che un malinteso Gadda ha indirizzato la nostra narrativa verso delle sterili secche linguistiche, che solo agli occhi di uno sprovveduto sono sinonimo di raffinatezza.

Avevo già fatto il paragone col gioco di società Taboo, ora provo a esplicitarlo. In questo gioco si pesca una carta con scritta una parola e, senza mostrarla al proprio compagno di squadra, bisogna suggerirgliela evitando di dire i cinque sinonimi più comuni. Ecco, la nuova narrativa italiana, quella insegnata nelle scuole di scrittura creativa, incentivata da parecchi editor, premiata e recensita sui giornali, e che però già a Chiasso svapora all’istante, spesso esibisce lo stile Taboo, non solo con scelte lessicali eccentriche, ma anche con un eccesso di metafore ingegnose. Ricordo il brillante l’esordio di Viola Di Grado, salutato a ragione dalla critica con toni entusiasti (Giovanni Pacchiano sul Domenicale del Sole 24 Ore disse “Se c’è giustizia a questo mondo farà piazza pulita dei premi“, e difatti vinse il Campiello Opera Prima), che rimarcavano però tutti la pirotecnia verbale, l’ampio spettro lessicale, lo stile sorprendente, più che la struttura del racconto o la caratterizzazione dei personaggi (come Camelia, sua madre, Wen), appoggiandosi a metafore tipo “le chiome degli alberi che sembravano appena uscite dal parrucchiere”, o “a Leeds tutto ciò che non è inverno è una band di apertura che si sgola due minuti e poi muore”.

Sono convinto che ci sia un nesso fra questo tipo di scrittura e il suo provincialismo, oltre al sostanziale disinteresse che suscita nel lettore medio italiano. Rifugiarsi nel comodo alibi del pubblico pigro e della qualità che non vende non fa che protrarre l’errore. L’esordio di Houellebecq ebbe una tiratura altissima, fu tradotto in tutto il mondo, e oggi gran parte della critica considera il suo autore un classico contemporaneo e gli ha assegnato i riconoscimenti più prestigiosi come il Goncourt. Tuttavia nelle sue pagine quasi non trova cittadinanza l’imperativo “show don’t tell“. Sono infarcite di ciò che da noi è considerato blasfemo: una voice off molto presente, frequenti annotazioni saggistiche, pochi dialoghi, una lingua piana e quotidiana. Ma si esprime così perché le sue storie lo esigono, i suoi libri sono redatti come un referto autoptico, quello di un’autopsia morale, l’autopsia del desiderio. Un critico di peso – di quelli con cattedra all’università, che leggono solo conterranei, curano collane editoriali, presidiano giurie di premi e terze pagine – col quale mi sono scontrato spesso discutendo di letteratura, quando facevo il nome di Houellebecq replicava seccato: “Houellebecq non è nessuno”. Sì, per chi non sa distinguere un tartufo da una patata (con tutto che io fra un risotto al tartufo e delle buone patate al forno preferisco le seconde).

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un’intervista

gennaio 7, 2013

lake

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