Archive for maggio 2013

la casa del vicino

maggio 31, 2013

la casa del vicino

La casa del vicino è un progetto artistico del fotografo Stefano Bozzani. Dopo essersi trasferito anni fa a vivere in una villa nell’entroterra dell’isola di Fuerteventura, Bozzani ha ritratto, ogni giorno verso l’ora del tramonto e dallo stesso angolo visuale, la casa del suo vicino. Questo edificio è l’unica traccia umana visibile a occhio nudo dall’abitazione del fotografo, situata in un posto molto isolato e privo di inquinamento luminoso. Bozzani e il suo vicino non si conoscono. Osservando con attenzione queste istantanee viene in mente la celebre e poetica scena di Smoke, il film del regista Wayne Wang basato sulla sceneggiatura di Paul Auster, che vinse nel 1995 il premio speciale della giuria al festival di Berlino, nella quale il tabaccaio Harvey Keitel rivela all’amico scrittore William Hurt l’hobby che coltiva da vent’anni; e cioè fotografare ogni giorno verso le otto del mattino l’angolo di strada di Brooklyn nel quale vive e lavora da sempre.

Al di là delle evidenti analogie, le differenze con il progetto di Bozzani sono molte, a partire dall’ambientazione metropolitana della scena di Smoke e dall’ora scelta, che coinvolgono necessariamente molte persone nella rappresentazione americana: dai semplici passanti ai commercianti che aprono il loro negozio, fino agli impiegati che si recano alla vicina stazione della metropolitana; mentre il paesaggio fissato da Bozzani è brullo e deantropizzato. Ne La casa del vicino infatti la presenza umana non è contemplata. La si intuisce a volte da una luce accesa, ma tutt’intorno è solo natura; natura e tempo che scorre. Eppure in entrambi i casi la volontà dell’artista sembra essere la medesima. Investigare ogni minima variazione di luce che renda il soggetto sempre diverso, alla ricerca dell’intima essenza di quello che, apparentemente, è solo un angolo di mondo come tanti, un banalissimo pezzo di terra qualsiasi, così da restituircelo familiare come se fosse il nostro. E solo nel momento in cui lo avvertiamo come nostro, che sentiamo quanto l’insignificante debba avere diritto di cittadinanza nei nostri pensieri, perché è per suo tramite che si accede all’universale. Ma mentre quella di Harvey Keitel è in sostanza un’autobiografia per immagini, in quanto vi è ritratto il suo angolo di mondo, ossia l’indirizzo presso cui c’è la sua abitazione e la sua tabaccheria, il progetto di Stefano Bozzani preferisce soffermarsi sullo sconosciuto, nella convinzione che se si guarda qualcosa con attenzione, anche la più estranea, questa alla fine ci riguarda. Con occhio amorevole e distaccato allo stesso tempo, Bozzani ci dice che ogni luogo ci appartiene, perché qualsiasi angolo di mondo, per ordinario che possa sembrare, è un segno del destino, un poema epico, un canzoniere d’amore.

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Dieci motivi per cui mi piace Bolaño

maggio 23, 2013

bol

Lo scorso weekend sono andato a Barcellona a trovare mio fratello minore, e sabato ne ho approfittato per vedermi la mostra su Bolaño al Centro di Cultura Contemporanea. Erano esposti parecchi suoi taccuini e foto, e alla fine mi sono accattato il catalogo che costava 15 euro. Mio fratello me lo voleva regalare, ma l’avevo già pagato e così l’ho visto comprarsi un taccuino moleskine che gli è costato 15,50 euro. Dopo aver ritirato lo scontrino alla cassa me l’ha dato come un regalo. Io credevo l’avesse preso per sé, e ho protestato che non ne avevo bisogno, ma lui non ha sentito ragioni e ho dovuto accettare, anche sapendo che lui non li usa. Più ci pensavo e più mi spiaceva che avesse speso quei soldi per un semplice taccuino con le pagine bianche, che blandisce gli amanti del no logo con un oggetto che più logo non c’è, perché il suo inconfondibile logo è il non aver logo. A maggior ragione dopo aver visitato quella splendida mostra, che esponeva tutti i taccuini improvvisati del genio cileno, quadernetti rimediati a caso, ognuno con scritte o disegnini stampati diversi, perché l’importante è ciò che ci scrivi tu, ciò che ci scrivi su; e insomma mi son ripromesso di non comprare mai più un moleskine.

La seconda cosa che mi piace di Bolaño è la sua scrittura sgangherata, che se ne frega delle ripetizioni e che pare sgorgare così come viene, da un cervello in ebollizione perenne. Ci credo che scrisse un romanzo in tre settimane. A volte mi capita di leggere delle recensioni in cui si loda un romanzo per il suo stile “sorvegliato”, e mi fa l’effetto di qualcuno che involontariamente ti rivolge un complimento insultandoti, senza accorgersi di aver sottolineato un difetto e non un pregio. Come si fa a considerare un pregio una scrittura “sorvegliata”? Quando leggo voglio verità di vita, non m’interessa chi sta attento a cosa dire e come dirlo, quello lasciamolo fare agli ambasciatori e ai politici. E se proprio devi levigar e smussare, almeno fallo in modo che non me ne accorga, come raccomandava La Capria parlando dello stile dell’anatra, che sull’acqua si muove come fosse immobile, col busto eretto e fermo, ma sotto la superficie, dove non si vede, si agitano vorticosamente le sue pinnette.

Poi mi piace che usa poche metafore, solo quando ce n’è assolutamente bisogno, e allora ti folgora con un’immagine formidabile, come quella del cielo al tramonto che “sembra un fiore carnivoro” (in 2666). E mi piace la sua assenza di vittimismo. Il fatto che non si sia vantato del mancato riconoscimento per tanti anni, che non sia diventato un professionista dell’esilio, ma che anzi ripeteva spesso a chi lo intervistava che la sua vera patria erano i suoi libri e i suoi figli: Lautaro e Alejandra. Poi mi piace che ha fatto tanti lavori umili con grande dignità, senza considerarli il classico ripiego del genio misconosciuto, perché per sostenersi ogni lavoro onesto è dignitoso, e il genio può esprimersi anche nel tempo libero. Il venditore di souvenir, il lavapiatti, il custode notturno del camping di Castelldefels… E mi piace il suo grande attaccamento ai posti ordinari dove visse, come Blanes sulla Costa Brava. Come sarebbe facile parlarne male, ironizzare sull’eccessiva cementificazione, sulla ressa agostana di turisti cialtroni e ignoranti, sui menù poliglotti e le spiagge affollate, e invece lui adorava quei posti, ci mise le radici, era legato a tanti suoi abitanti e bottegai che incontrava tutti i giorni, e il discorso pubblico che fece su Blanes (si trova in Tra parentesi) è una dichiarazione d’amore struggente per quella cittadina. Chi andrebbe in vacanza lì, o a Lloret de Mar, a Platja d’Aro, a Calella, i pueblos sin alma, i divertimentifici, le capitali del turismo da autobus per vendere set di pentole e materassi ai pensionati, fra le persone c.d. coltivate? E poi era generoso nei giudizi sui “colleghi”. Tra parentesi è pieno di elogi affettuosi ripresi dalle recensioni che teneva per il Diario di Girona, e che contemporaneamente rivendeva come inedite ad altri giornali sudamericani.

Non li ho contati, forse non sono dieci, però sono buoni motivi per leggerlo. Poi non sarà il monumento che si sta innalzando da quando è morto, e sicuramente la sua fine prematura e l’anonimato e gli stenti hanno contribuito a mitizzarlo un po’, e non è improbabile che fra trent’anni il suo culto attuale sarà ridimensionato, però quello che si può dire da subito è che era un grande scrittore, uno di quelli che non somigliano a nessun altro.

È solo letteratura, imbecilli!

maggio 22, 2013

bol

In un testo scritto per La parte di Amalfitano, che Bolaño non include nella versione definitiva di 2666, un ente che viaggia attraverso il tempo per riscattare opere perdute menziona un romanzo scritto da Boris Ansky nel 1938 che tratta di uno scrittore X, autore di un libro in cui si equipara la vita al male. Dopo aver pubblicato il libro, l’autore scompare misteriosamente e i suoi lettori, che all’inizio son pochi, fondano una religione che nel giro di un secolo domina la Terra, procedendo allo sterminio di tutti gli esseri viventi. A quel punto lo scrittore X riappare. Era stato sequestrato dagli extraterrestri ed è rimasto uguale a cent’anni fa, quando sparì. Miracolo. Vede quello che han combinato i suoi seguaci e inorridisce. Gli chiede perché lo han fatto. Questi rispondono che seguivano fedelmente le sue istruzioni. X gli dice che è solo letteratura, solo letteratura, imbecilli. I suoi seguaci lo ammazzano.

(da Archivo Bolaño 1977-2003, catalogo della mostra allestita al Centre de Cultura Contemporania de Barcelona fino al 30 giugno 2013)