l’ur figa

l'origine del mondo

«Vede madam, fino a vent’anni ero un manierista, uno scazzato – be’, quello pure ora, ma insomma – almanaccavo romanzetti decadenti, facevo il pasticheur…Le idee toste cominciarono a venirmi quando per la prima volta fui mollato da una biondina diciottenne, bella gnocca, discretamente fatua. Ne feci un lutto definitivo e inelaborabile. Lì capii che forse qualche chance ce l’avevo. L’opera d’arte, quella seria, è sempre una vendetta, un esorcismo, un risarcimento per la figa negata».

Inelaborabile, tredici lettere, il suggello della sua impostura. Che paraculo che era. In presenza di una bella figa doveva per forza fare il fenomeno, era più forte di lui. Il vezzo di dare del lei, di chiamarle madam, l’erre moscia, l’atteggiarsi a dandy, lo rendevano un pagliaccio. Eppure funzionava, non so come ma funzionava. Le femmine non avevano occhi che per lui. Magari si stuzzicavano a vicenda, discutevano animatamente, ma io avvertivo subito che fra loro si stabiliva una specie di corrente da cui ero escluso, e così finivo per gettare la spugna ed eclissarmi. Presentandomele, a parole Martino diceva eccotela lì, fatti avanti, l’ho portata apposta per te, che aspetti?, e dopo un attimo s’installava al centro della scena e non si schiodava più. Perfino parlando di libri voleva i riflettori tutti per sé e si spacciava per l’esperto.

«E per noi donne cosa sarebbe» lo incalzò Melissa, «l’invidia del pene?».

«Le donne artisticamente non funzionano» sentenziò lui, «e le poche che funzionano hanno tutte qualche cromosoma strano».

«See, buonanotte!» esclamò lei, sorridendo.

Martino la fissò con aria d’indulgenza, come fosse costretto a spiegarle quanto fa due più due: «Non mi faccia la senonoraquando. Non sto parlando del triangolino dei bermuda, ma della madre di tutte le fighe, la figa originaria, l’ur figa».

Lei tacque incredula, e io mi guardai intorno temendo che ci avessero sentito, poi provai a sdrammatizzare: «Ur figa è l’anagramma del mio cognome».

(Il superlativo di amare, pag.59)

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