L’uomo che credeva di essere se stesso

magrAvrei dovuto capirlo subito, i segnali erano evidenti. In quei giorni non stavo più nella pelle, finalmente era giunto il mio momento: l’esordio sulla carta stampata. Dopo anni di gavetta in rete tra forum e newsgroup letterari, il direttore di una rivista culturale mi aveva chiesto di scrivere un articolo e io ero al settimo cielo. Ricordo che attesi l’uscita della rivista come una consacrazione ufficiale, ero convinto che da lì in poi tutto sarebbe stato diverso. Un amico che ci collaborava mi disse che il periodico si trovava solo in poche edicole milanesi, quelle in corso Buenos Aires aperte 24 ore, e che usciva ogni martedì, già alle due di notte. Ci andai in moto, mentre la strada era ancora piena di gente e tutta illuminata dalle insegne dei negozi. La prima edicola in cui entrai stava vicino a piazza Oberdan. Il suo aspetto notturno era completamente diverso da quello diurno. Ai giornali e alle riviste rispettabili erano subentrati i video porno. Anche gli avventori che si guardavano intorno avevano un’aria più circospetta, e l’edicolante era una trans dalla voce profonda. Le chiesi se era arrivato Stilos e mi guardò con aria interrogativa. Le ripetei il nome ma niente. Allora mi chiese di cosa trattava e risposi: “letteratura”. Mi guardò storto replicando: “noi non teniamo quella roba lì”, come se fosse qualcosa di vizioso. Uscii e mi diressi verso al chiosco di piazza Lima, e lì fortunatamente la trovai. Cercai con trepidazione fra i titoli ed ebbi un sussulto. Il mio pezzo era addirittura in prima pagina. O meglio, iniziava lì e proseguiva all’interno. Mi batteva forte il cuore, mi sentivo una specie di Umberto Eco nel suo momento aurorale. Avrei fatto la stessa carriera folgorante, era solo questione di tempo. Tornai a casa con un sorriso ebete e trionfale, ma quando sul divano mi rilessi per bene quello stesso sorriso si tramutò in una smorfia di delusione. L’articolo era lungo, non avevano tagliato nulla e avevano lasciato il titolo che avevo proposto, ma alla fine il mio nome era sbagliato: Sergio Garuffi. Una effe in più. Ero incazzato nero. Non potevano storpiare una parola qualunque del testo? Proprio il mio cognome? Ancora oggi, a distanza di un decennio abbondante, se si digita su Google il mio nome quell’articolo non esce. È come se non mi appartenesse. L’ha scritto Sergio Garuffi, non io. Naturalmente lo mostrai lo stesso con fierezza a mia madre, e lei mi consolò dicendo che i refusi scappavano spesso in tipografia, che era un errore comune, ma io sentivo che sotto c’era qualcosa di più. E infatti in modi diversi ricapitò, e sempre in occasioni importanti della mia cosiddetta carriera letteraria. Nel 2011 mi ero trasferito a Roma per vivere assieme alla fidanzata, e a fine giugno uscì il mio primo romanzo con un editore importante. Da critico ero stato promosso a narratore. La mattina del giorno fatidico feci il giro delle librerie del quartiere per controllare com’era posizionato. Ce n’erano parecchie copie, in qualche caso esposte pure in vetrina. Alla Notebook dell’Auditorium mi avevano messo addirittura fra il libro di Scalfari e quello di Veltroni, mi sembrava impossibile. Fra i pochi che conoscevo a Roma c’era un ricercatore di filosofia che abitava al piano sotto di me. Avevamo stretto amicizia per via dei nostri cani. Lui aveva una femmina di labrador che amava giocare col mio bastardino, e quando li lasciavamo liberi di giocare al parchetto parlavamo un po’ dei nostri problemi, lui che si barcamenava fra concorsi pilotati, striminziti assegni di ricerca e contratti annuali da rinnovare ogni volta; e io che sognavo di diventare un bestsellerista acclamato dalla critica. Pochi giorni dopo l’uscita del mio romanzo lo rividi al parchetto con la sua cagnetta. Mi venne incontro dicendo che era passato alla Notebook per comprare il mio libro ma non l’aveva trovato. “Impossibile”, replicai sicuro. “Fino a ieri ne avevano otto copie”. Rispose quasi indispettito: “Ho guardato dappertutto, poi ho chiesto pure alla cassa, il romanzo di Gifuni, ma mi han detto che non avevano nulla di quell’autore”. Gifuni! Quello stordito mi aveva confuso con l’attore. Avevamo partecipato a diverse riunioni condominiali, il mio nome campeggiava vicino al suo sul citofono e sulla cassetta della posta ma niente, per lui Garufi era diventato Gifuni. Fanculo. Iniziavo a sospettare che non fosse una coincidenza il fatto che il mio romanzo s’intitolasse Il nome giusto. Il messaggio chiarissimo era: chi ti credi di essere? Non sei nessuno. Sciò, smamma, sparisci.

Alla fine Il nome giusto non andò malissimo. Ricevette 34 recensioni su carta, una cinquantina in rete e vendette circa 2500 copie. Non era esattamente quello che speravo, ma poteva andare peggio. Ad ogni modo quel risultato non mi fruttò un euro in più dell’anticipo, ma in compenso mi fecero il contratto per un secondo romanzo. Due anni dopo, quando lo terminai e stavamo facendo l’editing, il padre del mio editor venne a mancare. La camera ardente era stata allestita in un seminterrato del quartiere Prati, e decisi di fargli visita con la mia fidanzata. Era un sabato pomeriggio primaverile, faceva caldo, la città era mezza deserta. Alla cerimonia funebre erano presenti solo pochi intimi, sette-otto persone, tutti dell’ambiente editoriale, gente che conoscevo di vista e che stimavo. Il padre del mio editor era stato una persona di grande cultura e dai molteplici interessi, autore di saggi filosofici e di programmi televisivi di successo, e quello studio pieno di libri curiosi e di opere d’arte in passato era stato frequentato da personaggi come Fellini, Gassman e Angelopoulos. Il mio editor cercava di non darlo a vedere, ma si capiva che era molto provato. Non aveva chiuso occhio per due notti stando al capezzale del padre. Noi cercavamo di distrarlo, di tirargli su il morale, e chi lo conobbe rispolverò qualche aneddoto divertente sul suo conto. A un certo punto entrò una giornalista di Repubblica con una bottiglia di vino e ci spostammo in un salottino distante dalla bara. Io mi accomodai sul divano di fianco a uno scrittore che vinse il Premio Strega. Questi era un grande affabulatore e teneva banco raccontando dei suoi trascorsi col defunto. Lo conoscevo da almeno un decennio. Non ci eravamo visti spesso, forse una volta l’anno, però in occasione dell’uscita del Nome giusto mi aveva fatto l’onore di presentarmi alla Feltrinelli di via del Babuino. Lui per me era un modello di scrittura, uno dei migliori della mia generazione, e il fatto di stargli vicino mi faceva sentire un suo pari. Dopo un po’ che parlava mi alzai alla chetichella e uscii in strada per accendermi una sigaretta. Si era fatto buio, ormai era ora di cena. Stetti lì fuori da solo a fumare qualche minuto, poi mi raggiunsero anche gli altri che si erano congedati dal mio editor per tornarsene a casa. Io e la mia fidanzata salutammo tutti e andammo alla macchina. Arrivati al parcheggio lei mi disse: “Sai che dopo che eri uscito il premio Strega ha smesso di parlare e ha chiesto: Dov’è Fabio? Noi ci siamo guardati increduli e lui ha ripetuto sicuro: Ma sì, Fabio, dài! Continuavamo a non capire ma lui insisteva, e alla fine ha indicato il posto a fianco a sé, dove stavi seduto tu. Allora gli abbiamo detto: Sergio?, e lui finalmente si è corretto”. Cazzo, Fabio! Dieci anni che lo conosco e manco si ricordava il mio nome. La mia fidanzata cercava di rincuorarmi, diceva che tutti i grandi scrittori sono così, che per loro il mondo è un unico grande specchio, ma io ero avvilitissimo. Sapevo che tutti questi scambi di identità non erano casuali, e la riprova l’ho avuta pochi giorni fa.

Il 4 settembre è uscito il mio ultimo romanzo. La domenica successiva ero a casa con la mia donna, guardavamo la tv, stavamo per coricarci a letto. Prima di spegnere ho controllato sul pc il mio blogghettino. WordPress mi annunciava uno strano boom di contatti. Non ne aveva mai avuti molti, ma in quest’ultimo anno il numero di accessi si era ridotto al lumicino, anche per il fatto che lo avevo trascurato per dedicarmi totalmente alla scrittura del libro. Così ho guardato le statistiche e ho visto un grafico impazzito, una specie di torre in mezzo al deserto. La media di 20 visitatori al giorno si era impennata a mille contatti in poco più di un’ora. Che era successo? Fortuna che wordpress ti dice tutto, perfino da dove arrivano i tuoi lettori, sia geograficamente che tramite quale link, social network o motore di ricerca, e in questo caso arrivavano tutti da twitter. Io non sono su twitter, ma la mia fidanzata sì, e così ho digitato il mio nome e abbiamo scoperto che quell’improvvisa notorietà era merito di due tweet di Jovanotti, che aveva letto e apprezzato il libro e lo consigliava ai suoi due milioni di followers. Non ci potevamo credere, che fortuna insperata! Ci siamo abbracciati, eravamo felicissimi, già pregustavamo tirature mirabolanti, portafogli gonfi, interviste al telegiornale, premi a cascata. Dopo un po’ scesi a portare il cane per calmarmi ma la fantasia continuava a galoppare, e quando risalii scrissi subito una mail al mio ufficio stampa per annunciargli il lieto evento. La mattina dopo, controllando su Google, vidi che il mio editore aveva subito rituittato Jovanotti, ringraziandolo per l’apprezzamento pubblico al “bel libro di Francesco Garufi”.

7 Risposte to “L’uomo che credeva di essere se stesso”

  1. Dinamo Seligneri Says:

    Bel pezzo Sergio.
    Mi ha fatto tornare in mente I miei premi di Bernhard dove al narratore gliene succedono di tutti i colori alle premiazioni. Gli sbagliano il nome confondendolo per un’autrice, gli danno un’altra nazionalità, lo umiliano ignorandolo fino all’ultimo momento, lo chiamano lo scrittorello, raccontano delle trame completamente sbagliate dei suoi libri ecc ecc…

  2. sergiogarufi Says:

    sai che non l’ho letto quel libro? ma mi fa piacere questa consonanza col grande bernhard…grazie, me lo andrò a leggere

  3. Editori a perdere | Blog senza qualità Says:

    […] e magari guardare con aria infastidita al successo imprevisto di un loro scrittore (di cui non ci si ricorda neppure il nome giusto – è il titolo del primo libro di Garufi – come racconta lo stesso autore in […]

  4. Effe Says:

    Se può essere di parziale risarcimento.
    Molti anni fa.
    Festival delle letterature di Pescara.
    Io sproloquiavo qualcosa di non fondamentale dal palco, mia moglie era tra il pubblico.
    Accanto a lei, Tiziano Scarpa, che dopo di me avrebbe letto (da vero performer, devo dire) un brano dal suo Groppi d’amore nella scuraglia.
    Scarpa bofonchiava qualcosa di critico nei confronti di quello che stavo dicendo (vecchie polemiche tra scrittori e blogger, questioni da preistoria) e mia moglie, girandosi con autentico candore verso di lui, gli domandò: Scusa, tu sei…?
    Ancora oggi, se ripenso all’espressione del futuro vincitore dello Strega così come descritta da mia moglie, sorrido.
    Buona giornata, Giandomenico!
    F

  5. sergiogarufi Says:

    ciao giandomenico, molto divertente l’aneddoto, non si sa mai chi ti è seduto vicino🙂

  6. Effe Says:

    No, scusa: il nome Giandomenico – nello spirito del tuo scritto – era rivolto a te🙂
    Ciao
    Effe

  7. sergiogarufi Says:

    ah, ma allora infierite🙂

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