Le parole e il corpo

 

Tiziano Scarpa

Il nuovo romanzo di Tiziano Scarpa, Il brevetto del geco (Einaudi, pp.321, 20 euro), presenta la consueta struttura binaria. La trama segue le vicende alternate di due personaggi, un uomo e una donna a cui sono dedicati nove capitoli ciascuno, più una prefazione, un lungo capitolo finale dove s’incontrano e infine l’epilogo. Ma la struttura binaria non ha a che fare con le due vite parallele, bensì con i due motivi ricorrenti del veneziano: le parole e il corpo. Quella è la linea di basso pulsante che sostiene tutte le sue narrazioni da vent’anni a questa parte, e la maestria di Scarpa sta proprio in questo effetto combinato di riconoscibilità e sorpresa, nel saper raccontare storie sempre diverse adoperando gli stessi semplici elementi.

I due personaggi principali sono Federico Morpio, un artista di trentanove anni, e Adele Cassetti, un’impiegata di dieci anni più giovane. Entrambi vivono da soli in un piccolo appartamento a Milano e sono in crisi. Morpio si sente un fallito, non ha un soldo e il suo nome stenta a imporsi, mentre la crisi di Adele è spirituale, la sua vulnerabile solitudine “non aspettava altro che un indizio d’infinito passasse a prendersela, come un centauro vestito di cuoio nero che smarmitta sotto casa”.

Questo indizio d’infinito si manifesta una notte in casa di Adele con le sembianze di un geco, attirato lì dalle tignole della farina, delle farfalline che le infestavano i muri. La sua conversione al cristianesimo avviene per gradi. Il primo stadio è l’ammirazione per quell’animaletto capace di arrampicarsi ovunque, prova evidente di un disegno superiore, ma anche la gratitudine a Dio per aver donato all’uomo l’intelligenza per inventare il teflon, l’unica superficie che il geco non può scalare. Il secondo stadio sono le lunghe passeggiate nel Parco Agricolo Sud, un corridoio naturalistico in mezzo a capannoni e quartieri abitati. Lì, in quella biomassa pullulante di animali e piante intrecciati alla città, Adele contempla la varietà della Creazione intessuta alla presenza umana. L’ultimo stadio avviene ad Abbiategrasso, alla fine di una delle sue escursioni nel parco, entrando nella chiesa illuminata dai neon policromi dell’artista americano Dan Flavin, come una specie di Vangelo cromatico che le indica il cammino e con chi intraprenderlo. Qui infatti incontra Ottavio Garella, un fedele inquieto e dubbioso come lei assieme al quale concepirà un piano audace e rivoluzionario denominato i Cristiani Sovversivi.

Adele vive insomma la nascita di una vocazione religiosa, mentre Morpio inizia a dubitare della sua vocazione artistica. Si chiede angosciosamente se i suoi videoritratti, appartenenti alla nobile tradizione della Vanitas, ingranditi fino a mostrare i vermi microscopici che vivono sulla faccia delle persone, non piacciono perché non ha talento o perché non ha gli agganci giusti. In ogni caso, il risultato è che a furia di stringere la cinghia s’è ridotto a mangiare a sbafo nei vernissage dei colleghi di successo, ed è stato pure lasciato dalla donna con cui conviveva da quattro anni. Grazie all’eredità che riceve con la morte del padre, Morpio decide di cambiar vita e di rinunciare definitivamente ai suoi videoritratti, ma un’ultima occasione lo farà ancora sperare di realizzare la propria vocazione e di ottenere il riconoscimento ambito, portandolo a Venezia in occasione della Biennale Arte. Qui il suo destino s’intreccerà con quello di Adele, in una resa dei conti finale piena di colpi di scena.

Uno di questi è la rivelazione circa la natura de L’Interrotto, cioè dell’io narrante che sin dall’inizio ha contrappuntato tutta la narrazione, un’entità incorporea fatta di parole perché “noi parole ci mettiamo in fila e diamo corpo a chi corpo non ha”. Una sorta di voce dell’increato quindi, come un’omissione originaria, a ricordarci che la vera scrittura è sempre un atto compensatorio, e insieme la nostalgia di tutto ciò che non ha più cittadinanza nell’Essere, o che non l’ha mai avuta.

Se il finale tradisce delle risonanze moreschiane, l’incipit ricorda invece Houellebecq, con l’avvertenza che “la storia raccontata in questo libro è un preambolo o un prequel della Nuova Sovversione Cristiana e delle vicende che hanno occupato i media di tutto il mondo”.

In un’appassionata videorecensione, Jovanotti ha lodato “con fervore” la straordinaria capacità dell’autore di raccontare il mondo dell’arte, e in effetti quella è la parte più avvincente del libro. I riferimenti, veri e inventati, non si contano e sono uno più brillante dell’altro, soprattutto perché messi in bocca a un invidioso, che per ogni opera che vede trova sempre qualche precedente simile in grado di vanificarne il senso. È il caso della performance endoscopica di Micaela Maer, che Morpio liquida come epigonale paragonandola all’orazione funebre di Marco Antonio nel Giulio Cesare della Socìetas Raffaello Sanzio, “recitata da un laringectomizzato che inghiotte una microcamera fino alle corde vocali”.

Ma gli esempi che si potrebbero fare sono tantissimi. Personalmente sono rimasto incantato da uno dei più semplici, quello del foglio di cartoleria con i bollini rossi che si appongono sulle opere vendute (e si usano pure come indicazione di luogo, il “voi siete qui” a una fiera), ma che dire dell’idea di suicidarsi gettandosi dalla cima del Pirellone, aggrappato a 175 ombrellini colorati acquistati da un ambulante con gli ultimi risparmi? Dalle tragiche provocazioni di Cattelan all’analisi della Cena in Emmaus di Caravaggio a Brera, fino al “colpo del cosciotto” raccontato da Zola nei suoi Taccuini o alla “installazione” di Gaudenzio Ferrari al Sacro Monte di Varallo, l’intero romanzo brulica di una miriade di riferimenti artistici, vecchi e moderni, che a raccoglierli tutti in un indice dei nomi ne uscirebbe un saggio corposo.

E qui viene in mente il vecchio rimprovero di Alfonso Berardinelli, secondo il quale Scarpa era miglior saggista che narratore, ma la verità è che oggi quella distinzione non ha più senso. Forse l’appunto poteva valere quando apparve Kamikaze d’Occidente, il diario erotico con le finestrelle di digressioni saggistiche (alcune anche di arte), ma nel Brevetto del geco la narrazione è talmente lineare e trascinante che è tutto fuso insieme, non si distinguono più i vari registri espressivi (narrazione, riflessione, poesia); e del resto questa unità stilistica se l’era posta come obiettivo già ai tempi di Verbale n.2847 (come dichiarò nell’intervista a Lorenzo Pavolini).

Non mancano i brani poetici e struggenti, come il racconto surreale e asciuttissimo della morte del padre di Morpio, risolto con una battuta messa in bocca al cane Gas; o i contatti notturni pudichi di Adele e Ottavio a forma di A; o ancora la loro lettura delle richieste di grazia disseminate fra i teschi di San Bernardino alle Ossa; o infine il sesso tra Federico e la collega Mariella, e le loro parole che si ripetono proiettate sul muro. Se c’è un banco di prova infallibile per un narratore, qualcosa di veramente difficile da dire in un modo non scontato, questo è proprio la classica scena di sesso. Si legga allora con che maestria e tatto Scarpa racconta la prima volta di Federico con Livia (pag.94), la curiosità del giovane che scopre il mondo attraverso l’intimità della sua ragazza (“la boccetta di collirio”).

In questo senso, i due protagonisti vivono l’esperienza dell’amore come qualcosa di opposto e inconciliabile, non a caso per Adele amare una persona significava riservargli in esclusiva il meglio di sé, mentre per Morpio, completamente assorbito da se stesso e dai suoi guai, era l’esatto contrario.

A leggere attentamente la prefazione de L’Interrotto, si noterà che a un certo punto espone un’intenzione precisa, raccontare la storia in modo “ambivalente: nel senso letterale del termine, qualcosa che vale doppio, che vale in entrambi i sensi”. Lo dice a proposito della mescolanza di verità e finzione, che preferisce non separare, ma a lettura finita viene il sospetto che si tratti di una vera e propria strategia di complicazione semantica, perché non solo i due protagonisti a volte sono portatori di concezioni diverse (come il significato di amare), ma tutta la storia abbonda di ossimori, paradossi e antinomie. Si vedano questi esempi, frutto di una selezione:

“diceva la sua faccia, senza dirlo” (pag.36);

“quella donna era indimenticabile, nell’essere impossibile da ricordare” (pag.42);

“la causa era il rimedio” (pag.52);

“piango senza lacrime, senza piangere” (pag.82);

“vorrei divertirmi anch’io vivendo la sua stessa noia” (pag.140);

“come si fa a ostentare qualcosa che consiste nella mancanza di segni di ostentazione?” (pag.183);

“l’unica regola che condividevano era la stessa che li contrapponeva: l’individualismo” (pag.223);

“se ti converti, le cose che prima pensavi ti convenissero, poi capisci che ti danneggiano” (pag.239);

“il vuoto è il segno della sua pienezza. La disperazione è l’accesso alla speranza” (pag.260);

ecc. ecc.

L’impressione, insomma, è che l’ambivalenza elevata a sistema non fosse così necessaria, soprattutto se ottenuta con contrasti di significato a volte un po’ meccanici. Ma è pur vero che nel lungo capitolo finale ambientato a Venezia, in cui confluiscono le due storie parallele, Scarpa riprende il filo di tutti i discorsi senza mai imbrogliarli, ma tessendoli e dipanandoli e rendendo a ciascuno di essi giustizia.

Unde origo inde salus, nell’origine la salvezza, ci ricordava l’autore in Venezia è un pesce, la bellissima guida turistica sui generis che dedicò alla propria città. Chissà se è vero. In ogni caso, come diceva Walter Benjamin, si scrive e si viaggia soprattutto per conoscere la propria geografia.  E questa geografia interna non sta mai ferma, ridisegna continuamente i suoi confini, è attraversata da un reticolo di percorsi sghembi e tortuosi che fanno dei giri strani, partono da dentro, poi si allontanano sempre più fin quasi a smarrirsi e a perdere ogni riferimento conosciuto, a ritrovarsi in posti con dei nomi improbabili come Pasturago di Vernate, Merembate, Fossate sul Naviglio, Garambate, e infine, quando meno te lo aspetti, ritornano al punto di partenza.

Perché che parli di un’orfanella del Settecento o di un universitario che si mantiene agli studi vendendo il suo sperma, di uno scrittore gigolo o di una coppia di cristiani sovversivi, la fantasia di Tiziano Scarpa è sempre la stessa, quella di un uomo che pur di non staccarsi dalla sua città natale preferisce usarla come sfondo per gli appuntamenti col destino delle maschere più diverse, alla luce di un eterno tramonto rosato intravisto per sempre quand’era piccolo, e da allora rimasto impresso nella sua memoria come una cornice splendente che racchiude tutti gli istanti e le storie del mondo.

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3 Risposte to “Le parole e il corpo”

  1. dario Says:

    ciao sergio, finalmente un aggiornamento del blog! ieri, dopo aver scorso un po’ in velocità la recensione su minima-et-moralia, mi era sembrata stranamente fredda, l’ho riletta con calma oggi e… devo proprio mettermela nella lista dei prossimi da leggere, l’ultima fatica di Scarpa. Mi hai proprio incuriosito. Grazie! un caro saluto. dario

    • sergiogarufi Says:

      ciao dario, è un piacere ritrovarti! non volevo essere freddo, è un libro che mi è piaciuto molto, pieno di spunti, di idee, di poesia, se ti ho invogliato a leggerlo sono contento, perché merita. a settembre tornerò a venezia e spero di bissare la bella cena dell’anno scorso. tu a roma non scendi nel frattempo, no eh?🙂

  2. dario Says:

    si, infatti, era solo una prima impressione da prima lettura veloce… Venire a roma… speriamo! se capita non temere che ti importunerò a dovere!

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