Archive for maggio 2016

all’impronta

maggio 31, 2016

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Nei mesi di luglio e agosto del 1977 io e la mia famiglia facemmo un lungo viaggio in Spagna. Partimmo con una Fiat 131 familiare bianca carica di valigie e il cane, e la girammo in lungo e in largo. Mia madre voleva che i suoi figli conoscessero bene la sua patria, e non ci sarebbe stata una seconda occasione per farlo tutti assieme. Mio fratello Dave era appena diventato maggiorenne, e dopo quell’estate avrebbe trascorso le vacanze per conto proprio. Spesso mi è capitato di ripensare a quella vacanza, e di considerarla funesta e sbagliata, soprattutto perché perdemmo il cane a Barcellona, Sansone, un bastardino nero al quale ero molto affezionato. Ma la verità è che pure dopo la scomparsa di Sansone, quando superammo il lutto della sua perdita, noi fratelli eravamo troppo piccoli per apprezzare un viaggio simile. Io 14 anni, appena finite le medie, Mario 12, mia sorella 9; quanto poteva restarci, come ricordi, di quel mare di cose viste? Quanto potremmo aver capito, di tutti quei posti eccezionali?

Forse solo oggi, a distanza di quarant’anni, riesco a mettere a fuoco certi dettagli, a connetterli insieme, a dargli un senso. Per tanto tempo l’evento più raccontato e descritto, fra noi o con gli amici, fu la partecipazione a San Fermín, il 7 luglio a Pamplona, la celebre fiesta di Hemingway con le corse dei tori per strada, la sangria che scorreva ininterrottamente, una gioventù cosmopolita e ubriaca che si mischiava ai baschi ed esibiva il proprio coraggio o la propria incoscienza.

Però ora credo che il vero evento eccezionale sia stato un altro, tant’è che non si può ripetere, e fu la visita alle grotte di Altamira, forse la più forte emozione estetica della mia vita. Non si può ripetere perché poco dopo le hanno chiuse, quando si sono accorti che la presenza umana lì dentro alterava il fragile equilibrio climatico e microbiologico che preservava quelle meravigliose e delicate pitture rupestri.

Altamira la conoscono tutti, anche chi non c’è mai stato, talmente tante volte sono state trasmesse in tv le immagini dei suoi interni. Ricordo gli spazi grandiosi, la maestà dei suoi bisonti, il rosso e l’ocra dominanti, e poi una mano, nella sala dei policromi, l’unica traccia umana in tutte quelle pitture, una specie di firma. Oggi so che i nostri lontani progenitori lasciarono il calco della propria mano in tante grotte preistoriche ai quattro angoli del mondo, dalla Patagonia all’Australia e all’Europa. Erano poco più che degli ominidi, non conoscevano il modo di costruirsi un rifugio, foss’anche di sterco e paglia, tant’è che abitavano in cavità naturali. Non conoscevano il modo di coltivare un terreno, tant’è che erano semplici cacciatori-raccoglitori. E men che meno conoscevano una lingua con la quale comunicare, o una scrittura, però sentivano il bisogno di disegnare il mondo intorno a loro e di lasciare un segno del proprio passaggio.

I motivi possono essere i più diversi: riti sciamanici propiziatori, racconti di caccia illustrati per i più giovani, le congetture si sprecano, ma ciò che conta è che all’alba dell’uomo e delle immagini c’erano le impronte (e le stesse impronte le ritroviamo anche al tramonto delle immagini, appunto sul Sunset boulevard). Il marchio di un corpo premuto su una superficie è dunque la radice antropologica di ogni arte, perché il calco, dalle impronte del Paleolitico fino alle maschere mortuarie degli antichi egizi, rappresenta un lascito rituale e al contempo un desiderio di permanenza. Alcuni di questi calchi, come la mano rossa di Altamira, sono “impressivi”, realizzati con la tecnica delle impronte digitali, ma molti altri (vedi la Cueva de las manos in Argentina) sono dipinti “in negativo”, fatti cioè non poggiando la mano colorata sulla parete, bensì spruzzandogli il colore intorno e poi togliendola, alludendo in questo modo a un’assenza, a un trapasso, come a dire “sappi che io ero qui”, che in fondo è l’eterno messaggio di chiunque faccia arte.

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l’amido nel pane

maggio 30, 2016

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Una delle domande più moleste che si possono rivolgere a un artista è quella su quanto sia autobiografica la sua opera. Il pubblico cerca riscontri, pezze d’appoggio, vuole risalire al momento aurorale, quello della perfetta corrispondenza fra arte e vita. Ovviamente non si può dare una risposta logica e sensata, sarebbe come cercare l’amido nel pane: sta dappertutto. Tuttavia continuiamo a cercare, nell’illusione retrospettiva della fatalità, e le rare volte in cui ci imbattiamo in qualche episodio preciso che riflette l’opera, meglio ancora se lontano nel tempo, ci sembra improvvisamente d’aver capito tutto, come se avessimo individuato l’incipit di un’ossessione. Con Henry Moore fu un ricordo d’infanzia del suo libro di memorie. È il brano in cui racconta che era il penultimo di otto fratelli, figlio di un minatore dello Yorkshire, e che la madre non più giovane soffriva di dolorosi reumatismi. Così d’inverno, quando il piccolo Henry rientrava a casa da scuola, lei gli chiedeva spesso di massaggiarle la schiena con un unguento. Solo molti anni dopo, quando cominciò a modellare sculture di donne mature, si accorse che si stava ispirando alle forme di sua madre. Moore si riferiva alle Woman seated dalle schiene ampie e stanche, ma credo che lo stesso discorso valga per le Reclining Figures, a metà strada fra l’astratto e il figurativo, che sintetizzano le tradizioni plastiche di tante culture diverse, ma che sono debitrici pure di quell’imprinting edipico. La nascita di una vocazione artistica dal corpo della madre dunque, cioè tutto l’amido del pane in un colpo solo.

la maternità e la vanitas

maggio 29, 2016

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Lo scorso inverno ho visitato l’Astrup Fearnley Museum di Oslo, quello progettato da Renzo Piano. Non so spiegare bene perché, ma ho trovato molto istruttivo, oltre che bello, il fatto che diverse giovani mamme, tutte coi loro bei pargoletti sui passeggini, si facessero spiegare da una guida il senso delle vanitas di Damien Hirst, dal tondo con le farfalle alla mucca e il vitello in formaldeide. Mother and child divided, si chiama quest’opera.

il blocco dello scrittore

maggio 28, 2016

risma

una gnocca assurda

maggio 27, 2016

shara

la lista della spesa

maggio 26, 2016

mich

Questa lista della spesa fu scritta da Michelangelo Buonarroti per Francesco di Bernardino Amadori, detto l’Urbino, il suo garzone analfabeta, per questo ogni parola è accompagnata da un disegno illustrativo. Nell’abitazione romana di Macel de’ Corvi, dove Michelangelo visse per mezzo secolo fino alla propria morte, solo lui gli fece sempre compagnia. Dal 1530 al 1555 Francesco lo servì fedelmente, aiutandolo in casa come domestico e assistendolo sui ponteggi della Cappella Sistina mentre dipingeva il Giudizio Universale. Michelangelo, scorbutico e intrattabile con tanti, lo ricambiò di un affetto struggente, come testimoniano le parole commosse che gli dedicò in diverse lettere, oltre al fatto che fece da padrino e tutore ai suoi due figli quando Francesco morì prematuramente. Oggi la casa di Macel de’ Corvi non esiste più, fu demolita nel 1902 assieme a tanti altri edifici del quartiere per far posto al colossale obbrobrio del Vittoriano. Una targa posta dalle Assicurazioni Generali ricorda il punto esatto in cui si trovava, un angolo di piazza Madonna di Loreto, una specie di rientranza a lato di piazza Venezia. Nel Rinascimento quella era una zona popolare e maleodorante, usata da molti abitanti come discarica e latrina pubblica (difatti Michelangelo se ne lamentava spesso), e la stessa casa, sebbene gli fosse stata donata dagli eredi di papa Giulio II, era abbastanza modesta, composta da due camere da letto, la bottega a piano terra, un tinello e la cantina, più una loggia, la stalla e l’orto. Eppure che peccato non poterla visitare, non poter sostare fra quelle stanze dove lui creò e visse rinchiuso « come la midolla da la sua scorza».

felicità

maggio 25, 2016

terzetto

Questa foto me l’ha scattata il mio figlioccio una domenica dello scorso febbraio. Fuori pioveva e tirava vento e così siamo rimasti a casa. Sebbene sembri un punkabbestia, amo questa foto perché ritrae un mio momento di felicità. Felicità è una parola impudica, e forse dovrei dire “un mio momento di piacere”, perché sto facendo ciò che mi piace fare, cioè leggere in compagnia delle mie bestiole, ma siccome stamattina alla radio ho sentito i risultati di uno studio della Cornell University sulle cause presunte della felicità, ho pensato che questa immagine si adattasse bene alle mie obiezioni. In quella ricerca americana si sosteneva infatti che la felicità è una questione di esperienze. Se nella vita fai molte esperienze diverse, e ti succedono tante cose, allora più facilmente sarai felice. In una logica pragmatica come quella anglosassone, la parola happyness e il verbo to happen non si somigliano per caso. Per me invece, novello Oblomov, le esperienze sono state soprattutto quelle filtrate dalla pagina scritta (o dallo schermo di un cinema), quelle nate insomma dall’immedesimazione con un personaggio di finzione. Per il resto, come diceva e.e.cummings, my life resembles something that has not occurred.

l’esergo del mio prossimo libro

maggio 24, 2016

lama

Improvvisamente

maggio 23, 2016

niente

Tempo fa seppi che dei lessicografi americani avevano condotto una ricerca sulle parole più frequenti presenti nei libri gialli, e al primo posto risultava suddenly, “improvvisamente”. Ecco, se dovessi dire un motivo per cui non amo quel genere letterario, indicherei proprio l’eccesso di svolte, agguati e colpi di scena, che trovo poco verosimili. Nella vita delle persone ordinarie gli “improvvisamente” sono rari, e quando capitano non vengono certo annunciati con squilli di tromba. Inoltre, usare spesso espedienti di quel tipo è un modo troppo facile per tener desta l’attenzione del lettore, e alla lunga la satura. Ma la nostra è una società dominata dall’horror vacui, come dimostra il cartello posto al principio della strada che attraversa Great Basin, l’enorme depressione desertica statunitense, una specie di vertigine orizzontale, in cui si avvisano i viaggiatori che per le prossime ventidue miglia non troveranno “assolutamente niente”. Non che le sorprese siano del tutto assenti nella grande letteratura, però di solito vengono nascoste fra le pieghe della routine, in vite all’apparenza piatte e desolate come quella di Stoner, il protagonista dell’omonimo romanzo di John Williams. Lo stesso vale per i grandi artisti come il rumeno Cioran, che sui suoi Quaderni annotava soprattutto ciò che non era successo: le occasioni mancate, i progetti falliti, le rinunce; o per il Pontormo, che mentre dipingeva il coro di San Lorenzo scriveva sul suo diario: “oggi feci non so che”.

la vetrinizzazione sociale

maggio 22, 2016

manichini

A Cannes sono talmente ricchi e vuoti che perfino i manichini si fanno i selfie