l’amido nel pane

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Una delle domande più moleste che si possono rivolgere a un artista è quella su quanto sia autobiografica la sua opera. Il pubblico cerca riscontri, pezze d’appoggio, vuole risalire al momento aurorale, quello della perfetta corrispondenza fra arte e vita. Ovviamente non si può dare una risposta logica e sensata, sarebbe come cercare l’amido nel pane: sta dappertutto. Tuttavia continuiamo a cercare, nell’illusione retrospettiva della fatalità, e le rare volte in cui ci imbattiamo in qualche episodio preciso che riflette l’opera, meglio ancora se lontano nel tempo, ci sembra improvvisamente d’aver capito tutto, come se avessimo individuato l’incipit di un’ossessione. Con Henry Moore fu un ricordo d’infanzia del suo libro di memorie. È il brano in cui racconta che era il penultimo di otto fratelli, figlio di un minatore dello Yorkshire, e che la madre non più giovane soffriva di dolorosi reumatismi. Così d’inverno, quando il piccolo Henry rientrava a casa da scuola, lei gli chiedeva spesso di massaggiarle la schiena con un unguento. Solo molti anni dopo, quando cominciò a modellare sculture di donne mature, si accorse che si stava ispirando alle forme di sua madre. Moore si riferiva alle Woman seated dalle schiene ampie e stanche, ma credo che lo stesso discorso valga per le Reclining Figures, a metà strada fra l’astratto e il figurativo, che sintetizzano le tradizioni plastiche di tante culture diverse, ma che sono debitrici pure di quell’imprinting edipico. La nascita di una vocazione artistica dal corpo della madre dunque, cioè tutto l’amido del pane in un colpo solo.

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