La storia del dito

pala

 

Un mio amico una volta lavorava allo smistamento bagagli per una compagnia aerea all’aeroporto di Seattle. I bagagli scorrevano su un nastro trasportatore, etichettati per voli che andavano a Parigi, con coincidenze per Londra. Roma. Atene. Valigie dirette a Singapore e a Hong Kong. E questo amico lo pagavano per prendere le valigie e sbatterle su un carrello. Qualcun altro poi guidava il carrello verso un aeroplano in attesa, e quindi il bagaglio se ne andava a vedere il mondo. Il mio amico no. Lui se ne stava nei sotterranei dell’ aeroporto di Seattle, ad acchiappare qualsiasi cosa gli passasse davanti sul nastro trasportatore. Il nastro in sé era fatto di una tela spessa rivestita di gomma nera, e così consumato che in certi punti si erano aperti dei buchi. Il nastro scorreva, ed era facile, afferrando una borsa, che un dito ti scivolasse in uno di questi buchi. Quasi tutti gli addetti allo smistamento portavano guanti di tela spessi. Altrimenti il nastro poteva anche staccarti un dito. Questo mio amico aveva bisogno di soldi, per fuggire e viaggiare. Per rimettersi a studiare, magari. Secondo le norme del suo sindacato, se un addetto allo smistamento bagagli perdeva l’ anulare della mano destra sul lavoro riceveva un indennizzo di diecimila dollari. E allora questo mio amico smise di mettersi i guanti. Diecimila dollari. E cominciò a tenere d’ occhio i buchi.

E’ una storia vera, il mio amico la racconta a chiunque glielo chieda. Il concetto è: Noi digeriamo gli eventi della nostra vita raccontandoli sotto forma di storie. Per esaurire le reazioni emotive che tali eventi ci provocano. Per esplorare e sfogare ogni loro aspetto, ed entrare in contatto con chi è passato per esperienze simili. Se volete una prova, entrate in un qualsiasi bar del mondo, e sentirete persone che digeriscono la propria vita. Raccontandosi vicendevolmente delle storie. Digerendo e assimilando gli eventi nella percezione che hanno di sé, della loro identità. Se vi servono altre prove, chiedetevi se oggi, quando andate alle feste, raccontate ancora le stesse storie che raccontavate dieci anni fa. Venti. Sono storie che magari farebbero ancora ridere o piangere la gente, ma che a voi non possono più dare nulla. Avete estratto tutto il succo possibile dagli eventi originari, perciò non avete più bisogno di raccontarne la storia. Volete un’ulteriore prova? Stasera andate a letto e non sognate. Non respirate. Addormentatevi e smettete di digerire il cibo che avete nello stomaco. No, noi siamo condannati a raccontare storie, esattamente come siamo condannati a respirare.

Prima accadono gli eventi, qualcosa di troppo bello o troppo brutto per accettarlo. Per crederci. Da quel momento in poi, noi cominciamo a digerire l’evento creando versioni dell’ originale sempre più piccole. Quand’ero al college scrivevo per un giornale locale che usciva tre volte alla settimana a Cottage Grove, nell’Oregon. Una donna del posto, una signora anziana che capitava sempre di incrociare all’alimentari o in chiesa, era una sopravvissuta del Titanic, su cui aveva viaggiato in seconda classe, da ragazza, di ritorno da un giro per l’Europa. Ogni anno le scuole della zona portavano gli allievi a casa di questa donnina vecchissima, e lei apriva un baule e srotolava la lunga mantella di lana che aveva indossato sopra la camicia da notte sulla scialuppa di salvataggio. Il motivo per cui non era morta assiderata. E per settant’anni aveva raccontato la storia di quella notte a centinaia di scolari. A migliaia. Anno dopo anno. Nel 1985, l’ anno in cui le squadre di ricerca trovarono il relitto arrugginito della nave affondata, il mio caposervizio mi mandò da questa signora a raccogliere un suo commento sulla scoperta. Lei sbirciò dalla finestrella della porta di casa sua, scosse la testa e mi gridò che era stufa marcia di raccontare quella storia. Che tirare fuori quella mantella dal baule le dava la nausea. Con il Titanic ormai aveva chiuso. Le aveva già rubato abbastanza vita, e ora voleva soltanto essere lasciata in pace. Quella storia non la raccontò mai più.

In principio ci fu il Titanic, il lussuoso transatlantico affondato durante il viaggio inaugurale. Poi vennero i racconti dei sopravvissuti. Le cronache dei giornali. Le testimonianze in tribunale. Le opere teatrali. Le canzoni. I film e i libri e gli adattamenti radiofonici. Gli sceneggiati televisivi. Le spiegazioni fantascientifiche, per cui a provocare l’ affondamento erano stati gli alieni. Le versioni spy-thriller a base di armi segrete e spionaggio internazionale. I piatti commemorativi da collezione. I modellini a tiratura limitata. Il disastro che diventa piccolo, sempre più piccolo, fino a svanire. Oggigiorno è possibile vedere oltre mezza dozzina di film porno ambientati sul Titanic. In Titanic Gang Bang un uomo e una donna muoiono perché sono troppo indaffarati a scopare per accorgersi che l’ acqua gli sta riempiendo la cabina… In Affondamelo sul Titanic i marinai sulle scialuppe di salvataggio ci danno dentro coi remi, e le signore a bordo ci danno dentro con loro… con il timoniere che le incita: «Dai! Dai! Dai!». Magari me lo stessi inventando. E invece no, esistono riduzioni ben peggiori di un piatto commemorativo o di un’allusione in una battuta di Bart Simpson…

Il rapporto tra film e libri funziona nello stesso modo. Se un libro genera abbastanza scompiglio culturale, allora va digerito con un film. Poi con una serie televisiva. E magari con un musical di Broadway. Per citare Jacques Derrida, l’evento o la persona o l’ oggetto irrisolto genera un’ energia enorme. Il vampiro è vivo o morto? Come si concerà Madonna l’ anno prossimo? Gli esseri umani non sopportano ciò che non sono in grado di spiegare, e quindi di accantonare. Dal Codice da Vinci a Rosemary’s Baby, abbiamo sempre assistito alla riduzione di eventi realmente accaduti in libri, e poi in film. E dopo ancora… in sequel? Giochi da tavola. Videogiochi. Blog. Graffiti. Ridotti. Digeriti. Assorbiti.

Il mio amico che smistava i bagagli all’aeroporto di Seattle cominciò a tenere d’ occhio i buchi trattenendo il respiro. Con diecimila dollari ci poteva fare un anno in Europa. Finire di pagare la macchina. In fondo a che serve l’ anulare destro? E a un certo punto, sul nastro trasportatore consunto, apparve il buco giusto. Lui chiuse gli occhi. Mentre il nastro scorreva, infilò il dito nella tela e nella gomma bucata, e sentì un colpetto. Uno strattone. Sentì qualcosa di bagnato, di caldo, appiccicargli le dita, qualcosa di filamentoso scivolargli sul palmo. Su tutto il braccio, che tremava a ogni battito del cuore. Aprì gli occhi, e il dito era lì che penzolava. L’ osso bianco, spezzato, e rosa luccicante. Il dito si era adagiato all’indietro, sul dorso della mano. Il nastro non gliel’aveva tranciato. I bagagli etichettati continuavano a passare. Il sangue spruzzava e sgocciolava ovunque. Un altro aspetto del raccontare storie è il fatto di stabilire un precedente culturale, che in seguito permette alla gente di raccontare la propria versione degli stessi fatti.

Qualche tempo fa ho spiegato la mia teoria – secondo cui gli esseri umani digeriscono le esperienze riducendole ad altro, banalizzando la realtà finché la nuova versione, il film o il piatto o la calamita da frigorifero di turno, non la rimpiazza definitivamente – a un giornalista in quel di Glasgow, in Scozia, e lui lì per lì non ha risposto. Poi, dopo qualche respiro di silenzio, mi ha detto che suo nonno era il medico di bordo del Titanic. Mi ha parlato del disgusto, della rabbia e del risentimento che prova ogni volta che vede utilizzare quel disastro come espediente narrativo in un qualche prodotto di intrattenimento popolare, da Cavalcata di Noel Coward al telefilm inglese Upstairs Downstairs.

Quel giornalista non l’ aveva mai raccontato a nessuno, perciò la sua storia era ancora enorme, fresca e irrisolta. Dopo aver sentito l’aneddoto del nastro trasportatore, un altro amico mi racconta una storia di quando al liceo frequentava un corso di falegnameria. Un giorno, spiegando l’utilizzo della sega da banco, l’insegnante premette il pulsante di accensione, il motore elettrico si mise a ronzare, ma la lama rimase immobile. Sotto gli occhi degli studenti, la lama della sega vibrò, sfocandosi un po’ , ma senza girare. L’insegnante allungò una mano per toccare la lama immobile… il dado laterale si strinse… la lama cominciò a ruotare… e una studentessa si accasciò a terra. Qualcosa l’ aveva colpita al petto, ed era inzuppata di sangue. Lì per lì tutti pensarono che la lama della sega si fosse spezzata, e che un frammento le fosse schizzato addosso, tagliandola e facendola sanguinare. Quello che i paramedici trovarono in seguito fu invece il pollice dell’ insegnante. La lama gliel’aveva tranciato. Era stato il pollice volante, con una coda di sangue da gallo, a colpire la ragazza, che era solo svenuta.

Una volta assorbita e risolta la storia della sega da banco, un altro mio amico raccontò che il direttore della sua scuola – all’epoca lui stava a malapena imparando a leggere e scrivere – un giorno stava cercando di chiudere il cancello metallico del cortile per la ricreazione. Il cancello era rimasto bloccato dal gelo, per terra c’era la neve. Con un colpo secco il direttore riuscì a richiuderlo, facendolo sbattere forte. Ma la mano era ancora stretta intorno al chiavistello, e il metallo ghiacciato gli mozzò l’ indice. Anche in quel caso, sangue ovunque. Il direttore fu portato di corsa all’ospedale. I bambini furono spediti a cercare il dito nella neve. Il bambino che trovò il dito lo imballò in una manciata di neve. Tentò di nascondere la palla di neve per portarsela a casa. Voleva tenere il ricordino in fresco, ma poi la neve si sciolse, e il sangue e l’ acqua presero a colare, macchiandogli la tasca. Nonostante le urla del bambino, che reclamava i suoi diritti di proprietà, il dito raggiunse il direttore all’ospedale. Entrambi, sia il pollice dell’ insegnante di falegnameria che l’indice del direttore, furono poi riattaccati chirurgicamente.

Il mio amico all’aeroporto di Seattle non avrebbe preso un soldo, a meno che il dito non si fosse staccato. Tranciato di netto, e perduto, in modo da non poter essere mai più ricucito. Rimase lì, con il dito che penzolava appeso a un lembo di pelle. Il sangue che colava su bagagli diretti a Mosca e New York. è vero, noi abbiamo bisogno di raccontare le nostre storie – di digerire le nostre vite – ma pochi sono disposti ad ascoltare le peggiori: quelle truculente, o tragiche, o davvero umilianti. Ecco perché, quando qualcuno si arrischia a raccontare storie simili, dà agli altri il permesso di raccontare le loro. Storie che di rado hanno l’ opportunità di raccontare. Eventi che forse passeranno tutta la vita a digerire. Arrischiandoci a raccontare le nostre storie più raccapriccianti, le più estreme, stabiliamo un precedente che offre agli altri questa opportunità rara. è il tipo di sicurezza che un tempo si provava rifugiandosi in una chiesa. Il mio amico che smistava i bagagli a Seattle raramente racconta la storia del dito. Ormai sono anni che viaggia per l’ Europa. Ha studiato in Francia, in Spagna, in Italia. Quando qualcuno si accorge del dito, lui fa spallucce e dice che è stato un incidente. Roba di decenni fa. Non fu un incidente. Con la mano sinistra afferrò il dito penzolante. Viscido di sangue. Già freddo. Barattando materia con energia, il suo dito con il suo futuro, tirò. Il lembo di pelle si tese. Lui cominciò a torcerlo, fissandolo, stupito di quanto resistesse. Di quanto fosse robusto il tessuto di cui era fatto. Tirò, finché non si strappò. Perché nessuno lo trovasse, perché il dito morto non lo raggiungesse all’ospedale, aprì la cerniera di una valigia e ce lo infilò dentro. Quel pezzettino di lui se ne stava andando dove il resto di lui presto l’ avrebbe seguito. In avanscoperta. Quel sacrificio.

Ormai questa storia non la racconta più. A me la raccontò anni e anni fa, e ogni volta che accenno al dito perduto lui si mette a ridere. Si guarda la mano, rigirando il moncherino come se non l’ avesse mai visto. Scuote la testa e dice non ci posso credere che ti ricordi ancora quella vecchia storia. Certo che me la ricordo. Io racconto la storia del dito perché è la mia vocazione. Per me qualsiasi storia, se è buona, se è forte, rimane irrisolta finché non riesco a trascriverla e venderla. Finché non diventa un libro, magari un film, magari un videogioco. Questo saggio è una riduzione della storia del mio amico, che a sua volta era la riduzione di un evento realmente accaduto. Col tempo siamo destinati a vedere gli attentati al World Trade Center ridotti a sfondo di un film porno. Digeriti. Banalizzati. Risolti. Esauriti. Assimilati. Io qui non c’ ero mai venuto. A Capri. Finora. Il dito del mio amico si è trasformato in una settimana al sole. Per me, ora, questa storia è completa. E c’ è comunque qualcuno, da qualche parte, in un bar o a una festa, che ancora sta raccontando alla gente di quando, aprendo la valigia, tanto, tanto tempo fa – decenni – trovò un dito infilato tra gli abiti ben ripiegati. E quel pubblico, la gente che lo ascolta, attende di raccontare storie simili. Eccitata all’idea di poterlo fare.

(Chuck Palaniuk)

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