che tempo fa

dondolo

Stamattina sono sceso a portare il cane e faceva freddo, il cielo era scuro e sembrava già autunno, allora ho pensato oggi chiamo mamma e le chiedo che tempo fa lì. Negli ultimi mesi parlavamo di queste cose al telefono. Le chiedevo come stava, che tempo faceva, cosa aveva mangiato, se era andata di corpo, i libri che stava leggendo, cosa combinava la gatta… La sua vita era poco altro, e le mie telefonate quotidiane cercavano di alleviarle il senso di solitudine, il fatto che non avesse nessuno con cui parlare. A volte mi rispondeva col cordless dal dondolo, dove nel pomeriggio amava riposarsi in compagnia della Culumeta, la gatta cui aveva dato il nome della protagonista del suo romanzo preferito, La plaça del Diamant. La veranda fiorita era la zona più fresca della casa, il suo orgoglio di pollice verde in quell’appartamento modesto, e ogni tanto me la immaginavo sdraiata lì, cullata da ricordi lontani all’ombra del cannucciato, come in questa foto che le scattai a fine giugno, l’ultima volta che la vidi, un mese prima che morisse. Ensimismada, si dice in spagnolo, che significa non immedesimata ma persa, rapita dai propri pensieri. Eppure sogni a occhi aperti, quelli impossibili e miracolosi che faccio spesso io, in cui ogni torto viene riparato e tutto si aggiusta, non riuscivo ad attribuirglieli, come se a ottant’anni e in quelle condizioni di salute subentrasse per forza un disincanto che non ammette più illusioni, e quello che è fatto è fatto.

Nelle nostre chiacchierate mi sinceravo soprattutto che mangiasse le prugne, perché il tumore all’intestino le aveva provocato due volte un’occlusione per cui era finita in ospedale, e lei mi diceva di stare tranquillo, prometteva che non se ne sarebbe dimenticata. I medici ci avevano avvertito che il primo segnale di pericolo era quello, che non andasse di corpo regolarmente, così quando saltava un giorno ci preoccupavamo, e le prugne erano fantastiche, sbloccavano tutto, ma ogni tanto se ne dimenticava lo stesso, oramai con la testa non ci stava più tanto. Allora succedeva che stavo in ansia finché lei non si liberava, e quando finalmente andava in bagno, subito dopo mi chiamava esultando per lo scampato pericolo, si vantava di averne fatta tanta, rideva come i bambini che parlano di pupù, e io mi complimentavo con lei come se avesse vinto una partita decisiva, sebbene fosse molto di più, fosse una questione di vita o di morte.

Quanto ero felice in quei momenti, pensavo che andando di corpo regolarmente lei fosse al sicuro, in fondo la sua fibra era tosta, avrebbe superato anche quel brutto momento e ad agosto sarebbe venuta con noi al mare, nella casa di Castiglione con la vista meravigliosa, piena di libri d’arte e romanzi, in modo che se fosse dovuta rimanere a casa non si sarebbe annoiata, e poi tanto ci saremmo riuniti al tramonto, raccontandoci la nostra giornata, mangiando qualcosa di fresco in terrazzo, col cane che ti fa le feste e abbaia ai gabbiani. Lei guardava le foto della casa sul mio cellulare, ascoltava i miei racconti entusiasti, fingeva di crederci e forse qualche volta ci credette davvero, tanto che mi chiese di comprare presto il biglietto aereo, perché così risparmiavo, ma in fondo sapeva che era un sogno irrealizzabile, che non sarebbe più uscita da Torrelles. Sentiva i segni della fine imminente e provava a dirmelo, con pudore, indirettamente, come quando mi chiamò impaurita perché la mattina prima aveva avuto, proprio sul suo dondolo adorato, una specie di mancamento, un vuoto di coscienza durante il quale aveva perso la cognizione di chi fosse e dove si trovasse. Quello spavento era passato ma si era resa conto che si trattava di un avvertimento importante, il segno inequivocabile che mancava poco, e mi voleva vicino, a tenerla per mano in quell’ultimo tratto di strada; e io invece minimizzai, ma figurati mamma, capita, sarà il caldo, e minimizzai con una foga tale che presto smise di parlarne, ma non perché l’avessi convinta che fosse davvero una cosa da niente. Smise perché capì che lo facevo anche per me, per giustificare il fatto che non sarei corso lì, che era l’unica cosa che lei volesse, l’unica che io dovessi fare per non lasciarla morire da sola.

Annunci

2 Risposte to “che tempo fa”

  1. Effe Says:

    Abbiamo debiti che non riusciremo mai a ripagare, da cui non saremo mai sciolti.
    Nessuno di noi è innocente. E tuttavia, nessuna accusa ci verrà mossa. Colpevoli, eppure nell’impossibilità di espiare. Ci può essere qualcosa di più terribile?

  2. eziotarantino Says:

    Mi restituisci una vicinanza che non ho, con mia madre.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: