Riparti dal via

hopp

Milano ogni volta che mi tocca di venire / mi prendi allo stomaco, mi fai morire. Ecco, più o meno mi succede la stessa cosa che diceva Lucio Dalla, anche se io vengo sempre volentieri nella mia Milano, e non perché mi tocca. Di solito incontro gli amici in qualche ristorante a pranzo o a cena, e nel mezzo vado un po’ a zonzo, cerco i luoghi della mia giovinezza. Questo ad esempio è il portone di viale Vittorio Veneto 20, vicino a piazza Oberdan. Qui c’era l’Oppenheimer, un liceo scientifico privato. Io lo frequentai nell’anno scolastico 1977-78, e ricordo che giovedì 16 marzo, il giorno in cui rapirono Aldo Moro, ci mandarono tutti a casa prima della fine delle lezioni. Non ero sicuro del numero civico, per cui al 24 di quella via sono entrato e ho chiesto al portinaio dove potessi trovarlo. Lui mi ha detto di proseguire ancora un po’ e poi ha commentato: “Io ho fatto l’Oppenheimer“. In quel momento l’ho sentito quasi fraterno, non tanto per il fatto di aver frequentato lo stesso liceo, o perché sembrava un mio coetaneo, ma per la fine mesta e ingloriosa. L’Oppenheimer era una scuola privata seria, selettiva, che godeva di una buona reputazione, perché a Milano molti istituti privati, tipo lo Studium, non erano altro che dei diplomifici a pagamento. Costava un po’ ma aveva degli ottimi insegnanti, e chi usciva da lì in genere faceva l’università e si preparava a un futuro da classe dirigente, mentre io e quel portiere eravamo una macchia nel suo curriculum, due sfigati che avrebbero potuto far risparmiare i genitori andando in scuole pubbliche meno pretenziose. Eppure anche quel portiere stava meglio di me.

Da quella strada ero passato verso mezzogiorno di lunedì, dopo aver vagato parecchio per le vie del centro. Prima ero stato per l’ennesima volta al Poldi Pezzoli, perché in quello stesso portone aveva l’ufficio mio padre allora. Ero salito per le scale ma non avevo identificato la porta precisa del suo studio. Ricordavo l’arredamento scuro, dei quadri astratti in bianco e nero con un motivo geometrico ricorrente, la pelle di zebra per terra e sopra la chaise-longue di Le Corbusier in cavallino, l’unica cosa sopravvissuta, che oggi sta a Roma ed è appannaggio esclusivo del gatto. Il museo pensavo di conoscerlo come le mie tasche, ma ad ogni visita mi riserva qualche sorpresa, come se quella Wunderkammer fosse infinita. Ho visto un bellissimo ritratto di gentiluomo del Giorgione, una madonnina triste del Bergognone con lo sfondo del naviglio in cui si specchiavano i palazzi, bergun’altra incantevole del Luini nella sala dei leonardeschi, e infine il Lotto, tutti artisti che manco ricordavo che ci fossero. Poi sono uscito, ho dato un’occhiata al Don Lisander, dove a volte pranzavo con mio padre, e tutto m’è sembrato remotissimo e recente allo stesso tempo, era passata una vita come un alito di vento e adesso stavo lì a osservare una città che non mi riguardava più, che non ricambiava le mie attenzioni, e in cui ogni passante, compreso il portiere di viale Vittorio Veneto 24, sembrava l’ingranaggio perfettamente oliato e necessario di un meccanismo urbano volto a produrre benessere. Guardavo la città così ordinata, pulita ed efficiente e tutto denunciava la mia estraneità, come se fossi fermo e il mondo intorno a me si allontanasse sempre più, e io mi rendessi conto che il mio immobilismo, il mio invecchiare, aumenta ulteriormente la mia distanza dalla vita produttiva, al pari di quegli annunci di lavoro che ti escludono a priori specificando “max 35 anni”. Il rischio era proprio questo, nel decidere di cambiare vita e ricominciare da zero a 47 anni: pescare la carta del Monopoli che ti fa ripartire dal via, e poi non aver più voglia di correre.

 

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