Vuoti

milo

Secondo Marcel Proust “la cosa più bella dell’Educazione sentimentale non è una frase, ma uno spazio bianco”. Lo si trova alla fine del quinto capitolo della terza parte, dopo che Frédéric, il protagonista del capolavoro di Flaubert, riconosce il gendarme che ha appena ucciso un insorto. Difatti, quando la narrazione riprende sono passati anni e la storia di Frédéric ha macinato eventi che vengono solo accennati dall’autore (“viaggiò”, “ebbe altri amori” ecc). Quell’ellissi giunge dunque al culmine di una tensione emotiva (il protagonista assiste a un omicidio), e prepara la resa dei conti finale (l’ultimo incontro col grande amore, madame Arnoux). Ma di spazi bianchi – intesi come vuoti, atti mancati, non detti, reticenze e omissioni che il lettore è chiamato a colmare – l’Educazione sentimentale è piena, e io trovo altrettanto potente ed evocativo quello della chiusa, quando Frédéric e l’amico Deslauriers fanno una specie di bilancio della propria vita. In quel frangente, rievocando la visita da ragazzi a un bordello, entrambi convengono che, pur essendo andati in bianco, quella fu la cosa migliore che gli fosse mai capitata. Nell’architettura narrativa del romanzo, quei due vuoti svolgono funzioni molto diverse. L’ellissi del quinto capitolo è una pausa, una camera di decompressione, come il patio coperto della Frick Collection di New York, mentre l’atto sessuale mancato è un vuoto portante, un’assenza che regge tutto il racconto, come il porticato di Palazzo Ducale a Venezia sostiene la mole compatta sovrastante.

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