Archive for settembre 2016

che tempo fa

settembre 16, 2016

dondolo

Stamattina sono sceso a portare il cane e faceva freddo, il cielo era scuro e sembrava già autunno, allora ho pensato oggi chiamo mamma e le chiedo che tempo fa lì. Negli ultimi mesi parlavamo di queste cose al telefono. Le chiedevo come stava, che tempo faceva, cosa aveva mangiato, se era andata di corpo, i libri che stava leggendo, cosa combinava la gatta… La sua vita era poco altro, e le mie telefonate quotidiane cercavano di alleviarle il senso di solitudine, il fatto che non avesse nessuno con cui parlare. A volte mi rispondeva col cordless dal dondolo, dove nel pomeriggio amava riposarsi in compagnia della Culumeta, la gatta cui aveva dato il nome della protagonista del suo romanzo preferito, La plaça del Diamant. La veranda fiorita era la zona più fresca della casa, il suo orgoglio di pollice verde in quell’appartamento modesto, e ogni tanto me la immaginavo sdraiata lì, cullata da ricordi lontani all’ombra del cannucciato, come in questa foto che le scattai a fine giugno, l’ultima volta che la vidi, un mese prima che morisse. Ensimismada, si dice in spagnolo, che significa non immedesimata ma persa, rapita dai propri pensieri. Eppure sogni a occhi aperti, quelli impossibili e miracolosi che faccio spesso io, in cui ogni torto viene riparato e tutto si aggiusta, non riuscivo ad attribuirglieli, come se a ottant’anni e in quelle condizioni di salute subentrasse per forza un disincanto che non ammette più illusioni, e quello che è fatto è fatto. (more…)

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il fuoco dentro

settembre 16, 2016

vincenttheo-van-gogh

«Uno ha un grande fuoco nell’anima e nessuno viene mai a scaldarsi, i passanti non scorgono che un po’ di fumo in cima al comignolo e se ne vanno per la loro strada. E allora che fare, ravvivare questo fuoco interiore, avere del sale in sé, attendere pazientemente – ma con quanta impazienza –, attendere il momento in cui, mi dico, qualcuno verrà a sedersi davanti a questo fuoco, e magari vi si fermerà».

(Vincent Van Gogh al fratello Theo, 22-24 giugno 1880)

comparse

settembre 15, 2016

damien

Questa foto risale a due anni fa, novembre 2014. La scattai in un museo di Oslo, l’Astrup Fearnley, progettato da Renzo Piano. La ragazza stava fotografando un’opera di Damien Hirst, e lì a fianco c’erano una mucca e un vitello nella formaldeide, con intorno un gruppetto di neomamme come lei con tanto di passeggini che ascoltavano una guida. Questa ragazza non saprà mai, e probabilmente neppure sospetterà, di essere stata al centro delle attenzioni di un estraneo, tanto da volerla fotografare e dal dedicarle poi una piccola riflessione scritta. La mia attenzione nacque non solo dal gioco di contrasti tra la vanitas e la vita, dall’accostamento tra una giovane donna che ha appena partorito e un memento mori, ma pure dalla sorpresa di notare che se è vero che il mondo pensa a noi molto meno di quanto si creda, è anche vero che le rare volte in cui succede sono quasi sempre a nostra insaputa. (more…)

superlativi ad minchiam

settembre 14, 2016

dayafter

Nel film apocalittico The day after tomorrow, che ho rivisto ieri sera, a un certo punto alcune persone si rifugiano nella Public Library di New York e cominciano a bruciare dei libri per resistere al freddo glaciale che è calato su tutto l’emisfero settentrionale. Prendendoli dagli scaffali, un uomo si accorge che uno dei libri è di Nietzsche, e si rifiuta di bruciarlo perché “Nietzsche è il più grande pensatore del XX secolo“.

prima noi

settembre 13, 2016

arriba-espana

Ho letto che fra pochi giorni in Svizzera si terrà un referendum sui frontalieri, e l’unione di destra che vorrebbe limitarne l’afflusso ha come slogan Prima i nostri. È incredibile come passino i decenni e queste idiozie patriottiche funzionino sempre. Scommetto che quei partiti avranno pure pagato fior di pubblicitari per inventarsele. Cambia solo la lingua, ma il messaggio elementare è identico dovunque ci si sposti. La Brexit, per esempio, è stata vinta con lo slogan Britain first, anche se a votare per il Leave sono stati soprattutto gli anziani, determinando così il paradosso per cui il futuro del paese è stato deciso da chi non ne ha, a scapito dei giovani che si erano invece espressi a grande maggioranza per restare nell’Unione Europea. Oppure Prima gli italiani, che è il motto preferito di chi crede che qui tutti gli immigrati siano ospitati al Grand Hotel, in fondo molto simile alle parole d’ordine tipo Deutschland über Alles o Arriba España, che tante disgrazie causarono ai popoli che le fecero proprie.

La storia del dito

settembre 11, 2016

pala

 

Un mio amico una volta lavorava allo smistamento bagagli per una compagnia aerea all’aeroporto di Seattle. I bagagli scorrevano su un nastro trasportatore, etichettati per voli che andavano a Parigi, con coincidenze per Londra. Roma. Atene. Valigie dirette a Singapore e a Hong Kong. E questo amico lo pagavano per prendere le valigie e sbatterle su un carrello. Qualcun altro poi guidava il carrello verso un aeroplano in attesa, e quindi il bagaglio se ne andava a vedere il mondo. Il mio amico no. Lui se ne stava nei sotterranei dell’ aeroporto di Seattle, ad acchiappare qualsiasi cosa gli passasse davanti sul nastro trasportatore. Il nastro in sé era fatto di una tela spessa rivestita di gomma nera, e così consumato che in certi punti si erano aperti dei buchi. Il nastro scorreva, ed era facile, afferrando una borsa, che un dito ti scivolasse in uno di questi buchi. Quasi tutti gli addetti allo smistamento portavano guanti di tela spessi. Altrimenti il nastro poteva anche staccarti un dito. Questo mio amico aveva bisogno di soldi, per fuggire e viaggiare. Per rimettersi a studiare, magari. Secondo le norme del suo sindacato, se un addetto allo smistamento bagagli perdeva l’ anulare della mano destra sul lavoro riceveva un indennizzo di diecimila dollari. E allora questo mio amico smise di mettersi i guanti. Diecimila dollari. E cominciò a tenere d’ occhio i buchi. (more…)

Robert Capa a Castelldefels

settembre 7, 2016

mare

Mi piace questa foto. Mi ricorda un po’ la celebre immagine di Robert Capa con Picasso in spiaggia a Golfe-Juan. La stessa luce meridiana, lo stesso mare, la stessa atmosfera da primo benessere. E per entrambe la prospettiva è dal basso, c’è una figura femminile in primo piano e un ombrellone. Qui siamo a Castelldefels, poco più a sud di Barcellona, dove andavamo d’estate per la convenienza e perché mamma poteva rivedere i suoi parenti e amici. In quei giorni era incinta di Mario, che infatti venne al mondo lì, e siccome lui nacque il 9 agosto ’65, direi che questa foto fu scattata verso giugno. Allora le villeggiature duravano un’eternità, erano una specie di parcheggio per mogli con figli piccoli, e forse per questo mio padre non è presente, era rimasto a Milano a lavorare. Di giorno faceva il praticante nello studio legale dell’avvocato Sordillo, che in seguito fu pure presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio, e la sera tornava a casa, la prima della nostra famiglia, un bilocale in via Lorenteggio 31, a quel tempo l’estrema periferia della città, davanti a una chiesetta romanica che fa da spartitraffico. Mio fratello Davide aveva sei anni e si sentiva grande  e responsabile, tanto da farmi da tutore tenendomi per il polso come un delinquente, mentre io guardavo dritto in camera con l’espressione sofferente che ho sempre al mare.

“Oh, finalmente mi hai fatto morire!”

settembre 6, 2016

ma2

Mia madre si fece fare questa foto nella veranda della sua casa di Torrelles, e poi la postò su facebook consigliando il mio libro a tutti i suoi contatti. Era la fine di agosto del 2014, e io le avevo spedito una copia staffetta del superlativo di amare pochi giorni prima che uscisse ufficialmente nelle librerie. Lei lo lesse tutto d’un fiato, e subito dopo mi telefonò esclamando con tono liberatorio: “Oh, finalmente mi hai fatto morire!“. Rimasi interdetto, poi mi spiegò che era stufa di passare per una rompipalle. Il fatto è che si identificava sempre con la madre del protagonista, sia di questo che del romanzo precedente, e, dato che secondo lei quel tipo di personaggio lo tratteggiavo ogni volta come una scassamaroni, fu sollevata per la sua morte, perché così non l’avrei più potuto riproporre nel mio prossimo libro.

l’ultima uscita

settembre 5, 2016

expo venti maggio duemilaquindici

Era la sera del venti maggio dell’anno scorso. All’Expo ci mangiammo una paella sciapa al padiglione spagnolo, uno strudel a quello trentino, poi vedemmo l’albero della vita e tornammo subito a casa di mia sorella. Mamma era stanca ma contenta. Vivendo da sola in un paesino della Catalogna, in cui la festa più importante dell’anno è la sagra della ciliegia, la grandeur di questo evento e la compagnia di due figli e tre nipoti non potevano che metterla di buon umore, e il sorriso che sfodera in questa foto, nonostante il vento e i nuvoloni gonfi e scuri, lo testimonia in pieno. Tornata a casa, la sua salute peggiorò in fretta. Sapevamo che le restava poco tempo. I medici ci avevano detto che si sarebbe spenta a poco a poco, senza soffrire e senza consapevolezza dell’avvicinarsi della fine, ma le cose andarono diversamente. Non uscì più dalla Spagna.