Archive for ottobre 2016

cambiare Paese

ottobre 31, 2016

renzi

Stamattina, dopo la forte scossa di terremoto che a casa nostra ha fatto cadere un quadro e rompere il vetro, ho sintonizzato la tv sul canale di Rainews 24, e mentre il conduttore avvertiva che anche negli studi di Saxa Rubra si era sentito il sisma, sul video è comparsa la scritta che ho fotografato. La concomitanza col terremoto e la scomparsa di un articolo determinativo hanno trasformato un’innocua dichiarazione in un pressante invito ad espatriare.

nuovi comandamenti

ottobre 30, 2016

sel

Non avrai altro Dio all’infuori di te

mezz’ora al massimo

ottobre 29, 2016

citofono

io quando sto per entrare a una festa, sia pure di amici cari, esito sempre un po’, e mi dico ogni volta la stessa cosa: mezz’ora al massimo e poi esco.

simmetrie e corrispondenze

ottobre 28, 2016

alani

Piero della Francesca e Jorge Luis Borges hanno molto in comune, oltre al fatto che mi piacciono un sacco. Entrambi condussero una vita lunga e agiata, furono molto legati al loro paese e rimasero ciechi in tarda età. Ma anche la loro opera presenta delle affinità profonde, ad esempio un evidente esprit de geometrie che utilizza la simmetria come strumento di risoluzione di ogni contrasto. Penso alla fissità araldica degli angeli della Madonna del Parto, fatti con lo stesso cartone rovesciato, o ai levrieri bianchi e neri di Rimini, o ai ritratti appaiati dei duchi di Urbino; mentre in Borges la simmetria è un gioco di paralleli e false contrapposizioni, come la disputa fra I due teologi o i destini speculari del guerriero e della prigioniera. Ma è soprattutto per una curiosa corrispondenza trovata in una Cronichetta del 1556, che li sento così simili tra loro e a me vicini, tanto da farmi ricordare con nostalgia quando nell’ottobre ‘84 accompagnavo Borges per le strade di Roma. Quel libro è una raccolta d’interviste realizzate da Berto degli Alberti a dei cittadini di Sansepolcro, fra cui Marco di Longaro, un vecchio artigiano che realizzava lampade a olio. Questi, raccontando la propria vita di sacrifici, a un certo punto rievoca con orgoglio il fatto di aver “datto il braccio” da ragazzo al grande pittore cieco per le vie del borgo, e in quel momento sembra tradire un lieve rammarico, come se si fosse appena reso conto che il suo nome non sarebbe svanito nel nulla solo per quel piccolo gesto di cortesia, che probabilmente allora considerò insignificante.

citazioni

ottobre 27, 2016

peter.jpg cara

Due deposizioni: quella di Simone Peterzano in San Fedele e quella di Caravaggio alla Pinacoteca Vaticana. Peterzano fu il primo maestro di Caravaggio, e la sua deposizione è del 1584, cioè poco prima che lo prendesse come garzone nella sua bottega milanese. Secondo me il Merisi la vide e se ne ricordò vent’anni dopo a Roma, quando si cimentò con lo stesso soggetto, soprattutto per il dettaglio dello spigolo della pietra angolare che sbuca e che si riflette nel gomito di Nicodemo come effetto tridimensionale (un espediente simile a quello della fiscella dell’Ambrosiana che sporge dal tavolo). Poi anche il braccio spiombante, va beh, ma lì c’è più Raffaello e prima ancora i rilievi di Meleagro nei sarcofagi romani (e dopo verrà la pietà laica del Marat di Jacques-Louis David, il bisnonno del parrucchiere).

falso come un grande amore

ottobre 26, 2016

ele

Non ricordo più dove, ma in uno dei suoi libri Giorgio Manganelli raccontò una storia legata alla sua adolescenza, che demoliva un luogo comune molto diffuso sulla scrittura. Si trattava di un insegnamento, che un suo professore di italiano delle scuole medie impartì a tutta la sua classe. Manganelli, che è stato a sua volta un maestro, seppur del registro antifrastico, cioè di quella scrittura che dice il contrario di ciò che sembra, lo recepì infatti in negativo, e ce lo trasmise per il verso giusto: come un monito. Non era stato l’unico, e neppure il primo, a ben vedere. Ricordo per esempio una lettera di FlaubertLouise Colet (del 27/2/1853) che diceva più o meno le stesse cose (sulla temperatura della scrittura, la mano fredda); sta di fatto che il Manga l’ha detta a modo suo, in quel modo inconfondibile che aveva e che era connaturato al suo carattere antipedagogico.

La questione dunque era questa: un giorno, dopo aver letto ai suoi allievi la poesia d’amore di un classico italiano dell’Ottocento, forse temendo che gli studenti si sentissero piccoli e insignificanti di fronte alla grandezza di quei versi immortali, il maestro del Manga volle rassicurarli dicendo che presto anche loro avrebbero scritto pagine memorabili, perché presto si sarebbero anche loro innamorati. Non so che effetto fecero quelle parole ispirate sul nostro, cioè se capì subito o gli ci volle un po’ per realizzare che era una cretinata. Se era molto giovane forse all’inizio ci credette, in fondo era incoraggiante e consolatorio come insegnamento, e pure molto democratico. Solo gli spaiati convinti potevano adontarsi della cosa, per tutti gli altri c’era speranza di entrare prima o poi nei libri di testo e nella memoria collettiva. Comunque l’importante è che il Manga ce l’abbia detto, e con forza. No, non è vero, la condizione dell’innamorato non è particolarmente propizia alla scrittura, anzi, è paragonabile a quella di un ossessivo compulsivo logorroico e monomaniaco che asfissia chiunque incontri con un solo argomento tolemaico, essendo assolutamente convinto che la sua bella e il loro rapporto siano al centro dell’interesse generale. (more…)

il mausoleo dell’amore inconsolabile

ottobre 26, 2016

belli

Ai più il suo nome non dice niente, eppure il viso di Ginevra Bocheta è famosissimo, lo si trova ovunque, nei maggiori musei europei ed in migliaia di cartoline artistiche, tanto da essere parte costitutiva del repertorio mnemonico visivo di tutti, cioè di quel magazzino di volti e pose cui facciamo sempre riferimento anche senza volerlo. Per dimostrarlo Federico Zeri fece l’expertise di un’apparizione mariana immortalata dalla foto di un pellegrino a Medjugorie, e ne concluse che quello schema compositivo citava la Madonna di Ambrogio Lorenzetti a Brera, sul cui viso però erano stati innestati i tratti somatici di Linda Darnell, un’attrice degli anni 50 dalla bellezza pudica che recitò la parte della Madonna nel film Bernadette. Con quell’expertise Zeri non intendeva denunciare la falsità dell’immagine mariana (o almeno non primariamente), quanto piuttosto ribadire “l’impossibilità per la nostra mente di produrre immagini prive di riferimenti storici”. E se invece i riferimenti fossero personali? Se il repertorio visivo attingesse soprattutto ai nostri affetti più cari, e la Vergine avesse il volto della donna amata? Ginevra Bocheta era la moglie di Giovanni Bellini, la sua unica modella. L’ovale purissimo e malinconico che si ripete in ogni Madonna del veneziano è sempre il suo (questa la tesi sostenuta da Curzia Ferrari). Presto dovette dipingerla a memoria, perché Ginevra morì giovane. Forse quei ritratti postumi lo aiutarono a elaborare il lutto, o forse sentiva solo il bisogno, col passare del tempo, di tener vivo il suo ricordo. In ogni caso, quella galleria sparsa per il mondo è il Taj Mahal italiano, il mausoleo dell’amore inconsolabile.

gli ossimori della domenica

ottobre 25, 2016

genius

Il pazzo è colui che ha perso tutto fuorché la ragione“. Con questa sentenza di G. K. Chesterton, pronunciata da Antonio Monda, si è concluso l’altra domenica l’incontro con Jovanotti alla Festa del Cinema di Roma, un incontro affollatissimo e per molti versi sorprendente, durante il quale Lorenzo si è raccontato attraverso quindici spezzoni di film celebri. Alcuni erano “generazionali”, come La febbre del sabato sera e Taxi driver, che rappresentarono anche per me e per molti coetanei dei piccoli spartiacque. Quello con John Travolta per esempio fu il primo film che vidi in coppia, mentre quello di Martin Scorsese lo guardai estasiato con due compagni di scuola, e ci sentimmo molto adulti e turbati di fronte alle scene crude di violenza e alle atmosfere torbide del mondo della prostituzione. Ma anche i film con Bud Spencer e Terence Hill, che non avrei inserito nella mia top fifteen, segnarono la mia adolescenza e li guardai con grande gioia, spesso identificando il mio babbo con quel gigante buono e forzuto, dato che entrambi erano degli omoni all’apparenza invincibili, esattamente come successe a Jovanotti con suo padre. Poi sia io che lui cerchiamo di trasmettere questa passione ai nostri figliocci, i quali hanno avuto delle reazioni simili di fronte a film da noi molto amati, a volte negative, come per i Blues brothers, evidentemente ai loro occhi datati, e a volte positive, come nel caso di Stand by me. Insomma, l’incontro è stato molto piacevole, primo perché la formula della proiezione dello spezzone seguito dal commento era azzeccata e non annoiava, nonostante sia durata ben due ore, e poi perché Lorenzo è un affabulatore nato e non si è spacciato per un cinefilo, pur dimostrando gusti non banali (vedi l’Andrej Rublev di Tarkovskij) e sapendoli spiegare anche con notazioni tecniche. La parte migliore dell’incontro resta comunque quella legata ai fatti di vita, i film vissuti più che spiegati. In questo senso la proiezione dell’ultima scena, quella di Amarcord in cui lo zio pazzo interpretato da Ciccio Ingrassia sale sull’albero e urla “voglio una donna!”, ha commosso tutto il pubblico perché Lorenzo l’ha messa in parallelo con la storia di una sua zia affetta dalla sindrome di Down, che proprio per le sue apparenti stramberie fu “una presenza che arricchì la vita” della sua famiglia. (more…)

i libri necessari

ottobre 24, 2016

dipaolo

L’incipit di questo articolo, uscito sul Messaggero qualche domenica fa, è il luogo comune per eccellenza del recensese. A questo punto forse bisognerebbe citare un aforisma di Wilde.

il turismo dell’orrore letterario

ottobre 23, 2016

lister

Esiste un turismo dell’orrore che non suscita riprovazione e sarcasmo nei confronti di chi lo pratica. Al contrario, è visto come qualcosa di nobile, un segno di elezione spirituale, eppure si nutre della stessa attrazione morbosa per la cronaca nera. Riguarda la letteratura, in particolare gli scrittori suicidi, ecco perché viene inteso come una sorta di  pellegrinaggio laico. Per i suoi adepti, l’aura scomparsa dell’opera risorge più luminosa dalle ceneri delle biografie omaggiate nel luogo del loro tragico epilogo. C’è chi sosta in raccoglimento di fronte all’albergo torinese di Cesare Pavese, e chi nella stessa città indugia assorto sulle scale delle case di Primo Levi e di Franco Lucentini. Chi preferisce la meditazione sul prato intorno all’abbazia di Chiaravalle per Antonia Pozzi, chi fa tappa in via del Corallo a Roma per Amelia Rosselli e chi, come me, fotografa il cortile in cui finì riversa Mia Cinotti. C’è pure chi va all’estero a far trekking espiativo sui Pirenei, ripercorrendo la route Lister (nella foto), il sentiero lungo il quale s’incamminò Walter Benjamin nelle sue ultime ore per sfuggire ai nazisti; e chi attraversa l’oceano per visitare la Ketchum di Ernest Hemingway, o la californiana Clermont di David Foster Wallace. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, l’importante è sfoderare al  momento giusto la moleskine d’ordinanza. Armati delle migliori intenzioni, certo, e tuttavia armati, non per niente il taccuino è “d’ordinanza” come uno strumento poliziesco, ed è “sfoderato” come uno strumento d’offesa. Operazione non innocente, dunque, ma vi è letteratura ove si dia innocenza?