Quel che poteva essere e non è stato

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Pare che durante le riprese del film Il Maratoneta, Dustin Hoffman fosse solito arrivare sul set tutto sudato per una lunga corsa. Voleva calarsi nel personaggio, immedesimarsi totalmente nella parte, secondo i dettami del metodo Stanivslaskij adottato dall’Actors Studio di Lee Strasberg. Laurence Olivier, il coprotagonista del film, apparteneva a un’altra generazione e a un’altra scuola attoriale, così un giorno, vedendolo di nuovo trafelato, gli chiese con tono scettico: “Ma non sarebbe più facile recitare?” Ecco, con la scrittura non è molto diverso. C’è chi inventa di sana pianta e chi pesca dal proprio vissuto, chi reinventa la propria vita e chi àncora la propria fantasia a dei fatti realmente accaduti, ma in tutti i casi il difficile è individuare, in quelle fantasie o in quelle esperienze, gli elementi costitutivi della realtà a cui appartengono, i semi del loro significato, una specie di DNA del reale. Spesso i lettori vogliono sapere quanto c’è di autobiografico in un romanzo, come se solo di una confessione sofferta ci si potesse fidare, eppure la nostalgia più struggente è quella che si prova per ciò che non ha più cittadinanza nell’essere, o che non l’ha mai avuta. Come diceva Vittorio Imbriani nella Merope IV: “Ma quel che ho narrato e non è accaduto avrebbe potuto accadere, perché no? Nihil obstat. Avrei potuto conoscere la bella ignota, presenziare alla sua toletta, ottenerne il dolcissimo amore, vederla al mio capezzale, cader ferito per la patria come il maggior Lombardi per insipiente baronal comando… E perché poteva essere e non è stato, m’accoro”.

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Una Risposta to “Quel che poteva essere e non è stato”

  1. acabarra59 Says:

    “ 9 gennaio 1994 – Mi succede questo: la mattina non sono più sicuro di volermi alzare. Non è pigrizia. Non sono sicuro di volerlo fare, ecco. Così spesso capita che, dopo che mi sono levato in piedi, mi sono preso il caffè, lavato e fatto la barba, torni sui miei passi e mi rimetta a letto. Rimango qualche minuto perplesso fra le coperte ancora calde della notte, almanaccando variamente, riepilogando i sogni, ascoltando se una voce mi consigli che cosa fare. Tutto tace, ma le cifre rosse della sveglia elettrica spietatamente progredendo mi ammoniscono che il tempo passa comunque. Rischio di fare tardi in ufficio. Allora mi decido a svegliarmi davvero e, abbandonando la traccia dei miei assonnati pensieri, mi vesto, scendo le scale, sono in strada. A quell’ora non c’è nessuno se non qualche auto che sfreccia con i fari accesi, segno che è partita quando ancora faceva buio. Parto anch’io, entro nel traffico moderato ma già intenso di quell’ora antelucana. Guido e penso. Mentre macchinalmente giro lo sterzo, cambio le marce, freno e accelero, sempre nei soliti punti, sempre nello stesso modo, i fantasmi della notte tornano ad animare la mia coscienza intorpidita. Questo mi piace. Se ho sognato una donna, la ritrovo profumata e calda accanto a me. Così reale che potrei toccarla. Ma non la posso toccare perché non c’è. Allora, mi chiedo, non era meglio continuare a dormire? “.

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