due milanesi a Roma

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Nel centro di Roma, la notte di martedì 8 luglio 1597, verso le 22.30 circa, il musico Angelo Zanconi viene aggredito da alcuni uomini mentre sta rientrando a casa. Siamo nella contrada della Scrofa, tra la chiesa di Sant’Agostino e via del Pozzo delle Cornacchie. A causa del buio il malacapitato non riconosce gli assalitori. È ferito al ginocchio con un bastone ma riesce lo stesso a fuggire e perde il proprio ferraiolo, cioè il mantello. Nel frattempo Caravaggio è appena uscito dall’osteria della Lupa (che esiste ancora), dove ha cenato con due amici, il pittore Prospero Orsi, specializzato in grottesche, e il rigattiere Costantino Spada. In questa occasione Caravaggio è un semplice spettatore, che assiste alla scena e raccoglie da terra il mantello caduto di Zanconi. Il fatto viene riferito da Pietropaolo Pellegrini al giudice che lo interroga in seguito alla denuncia contro ignoti sporta da Zanconi. Il Pellegrini è il garzone di un barbiere che ha la bottega vicino alla chiesa di Sant’Agostino, e a lui Caravaggio consegna il ferraiolo, il quale a sua volta lo restituisce a Zanconi. L’incidente in sé e per sé è minimo, ma ci interessa perché nella sua lunga deposizione il Pellegrini ci fornisce parecchie informazioni su Caravaggio, la più importante delle quali riguarda il suo arrivo a Roma, che va spostato quattro anni dopo il previsto, ossia nel ’96 anziché nel ’92. Ci viene fornita un’accurata descrizione fisica dell’artista fatta da Luca, il figlio del barbiere, che ne dà un’immagine molto dark (“Questo pittore è un giovenaccio grande di vinti o vinticinque anni con poca di barba negra grassotto con ciglia grosse et occhio negro, che va vestito di negro non troppo bene in ordine che portava un paro di calzette negre un poco stracciate che porta li capelli grandi longhi dinanzi…”; e poi la conferma del suo praticantato presso il pittore siciliano Lorenzo Carli, che aveva casa e bottega in via della Scrofa. Infine una notazione linguistica curiosa: “che al parlare tengo sia milanese”, che viene subito dopo corretta: “mettete lombardo per che lui parla alla lombarda”.

Non pensavo che già nel ‘600 si potessero sentire distintamente i differenti accenti regionali, come se il volgare fosse ancora troppo giovane per differenziarsi tanto a seconda della sua provenienza geografica, ma probabilmente allora era anche peggio di oggi, nel senso che le tante divisioni politiche non potevano non riflettersi pure nel modo di parlare, che da sempre è uno dei principali marcatori dell’identità di una persona, con l’inevitabile corollario della dicotomia dentro/fuori, indigeno/forestiero, chi ha diritto a stare in un posto e chi è ospitato o tollerato. Ricordo ad esempio un litigio occorsomi appena mi trasferii nella capitale, in cui fui attaccato da un connazionale proprio per il mio accento diverso. Mi trovavo alla Valle dei cani, che è un’area dedicata ai quattro zampe nel parco di Villa Borghese. Ci portavo spesso Totò affinché corresse libero e giocasse coi suoi simili, ma quel giorno fui apostrofato malamente da un signore che passava di lì e al quale il mio cane era andato incontro facendogli le feste. Evidentemente ignorando di essere fuori posto, questi m’ingiunse infastidito di levargli il cane di torno e di mettergli il guinzaglio. Provai a spiegargli la situazione ma non volle sentire ragioni, e poco dopo troncò la discussione intimandomi di tornare al mio paese. Lo disse col tono con cui Salvini si sarebbe rivolto a un extracomunitario, e in quel momento realizzai che in realtà quello fuori posto lì ero io, non il cinofobo. Oggi, a distanza di sei anni, non so più che effetto faccia la mia parlata. Quando torno a Milano gli amici mi dicono che parlo come un romano, mentre qui spicca ancora il mio accento milanese. Che poi anch’io son più lombardo, essendo nato a Milano ma avendo vissuto a lungo in Brianza, sebbene al ristorante ormai ordini una bottiglia d’acqua “leggermente” e le mie vocali si siano infeltrite parecchio. O forse, come sostiene un mio amico siciliano, la mia identità geografica varia a seconda del contesto, per cui se è internazionale mi dichiaro figlio di una spagnola, se è meridionale sottolineo l’origine palermitana di mio padre, e se è leghista contano soprattutto i miei natali settentrionali.

 

 

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