verifiche

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Quando con Chiara abbiamo prenotato l’albergo in Largo Augusto ero contento perché quello per me è un angolo di Milano pieno di ricordi. La sera con gli amici spesso andavamo al cinema President, che era comodissimo e aveva una programmazione di qualità; di giorno invece, soprattutto durante i primi anni di università, cioè l’82-’83, quando mi ero iscritto a Giurisprudenza alla Statale e pensavo di far l’avvocato ed entrare in studio con mio padre, io e lui andavamo al club Conti a fare ginnastica nell’intervallo di pranzo. Papà amava cimentarsi in incontri di lotta greco-romana con Ibrahim, un gigante egiziano che era stato campione del mondo della specialità e di cui col tempo divenne molto amico, tanto che un paio di estati le passò con moglie e figlio da noi al mare. Io mi vergognavo un po’ a vederlo sudare e menarsi carponi davanti a tutti come un ragazzino, per cui di solito me ne stavo in disparte. Poi ricordo che gli piaceva il contrasto di temperature, la sauna rovente e subito dopo l’immersione nella piscina gelata, e mi invitava invano a seguirlo. Infine mangiavamo qualcosa da Taveggia, di solito lui un piattino triste di prosciutto perché era perennemente a dieta, sebbene non si schiodasse dai 100 kg neanche a morire, ed io invece mi rimpinzavo di porcate, tipo coca cola e dolci, con una particolare predilezione per la mela in gabbia. Alla fine del pranzo ognuno tornava alle sue occupazioni, lui nel suo ufficio in via Manzoni ed io alla biblioteca Sormani. Era felice mio padre in quel periodo, pensava che mi sarei laureato e avrei portato avanti il suo studio. Ripercorrendo quei passi ho scoperto che il club Conti in via Cerva non c’è più, e il cinema President neppure, o meglio ce n’è un altro leggermente spostato e con un altro nome. Solo Taveggia è rimasto uguale ad allora: la porta d’entrata con la maniglia d’ottone scrostato, il bancone, il giornale da consultare in piedi sulla mensola in vetrina, la sala da the in fondo a sinistra, la tetra allegria delle chiacchiere delle sciure… Non è cambiato niente, perfino i camerieri sembravano gli stessi di trent’anni fa. Così appena varcata la soglia il mio sguardo è corso invano nel reparto pasticceria alla ricerca delle mele in gabbia, e non trovandole ho chiesto all’inserviente se le facevano ancora, convinto del contrario, e invece mancavano soltanto perché poco prima erano finite. Allora mi son preso un bignè e due mignon alle fragole con un bicchiere d’acqua, e ho verificato che anche il conto di Taveggia era rimasto uguale, cioè da ladri, proprio come un tempo.

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4 Risposte to “verifiche”

  1. acabarra59 Says:

    Caro Sergio Garufi, leggo sempre con grande piacere i suoi post. Apprezzo che mi diano mondo di intrufolarmi nella sua vita e nei suoi pensieri. Penso che sia bene che l’intrufolamento si limiti al leggerli. Mi scuso se, olim, mi sono intrufolato diversamente. Buona giornata.

  2. matteociucci Says:

    Caro Sergio,

    anch’io ti leggo con piacere. Ora non so dirti se apprezzo di più il tuo stile – il pezzo sulla tua mamma è bellissimo – o la ricostruzione, da lettore e curioso, della tua vita prima del tuo ground zero familiare. Sono convinto che tu debba ancora scrivere il tuo romanzo migliore, quello “a piedi caldi” per citare Todo Modo di Sciascia (credo), e che potrebbe essere basato sulla ricomposizione dei tuoi due padri, quello che ricordi qui sopra, e Borges. Scusami la presunzione, e se mi sbaglio, porta pazienza. D’altronde, il mi manca chiunque di DFW vale, in alcuni momenti della vita, per tutti. Se capiti a Bruxelles con Chiara fammi un fischio: mi farebbe piacere pranzare con voi, una volta.

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