gli ossimori della domenica

genius

Il pazzo è colui che ha perso tutto fuorché la ragione“. Con questa sentenza di G. K. Chesterton, pronunciata da Antonio Monda, si è concluso l’altra domenica l’incontro con Jovanotti alla Festa del Cinema di Roma, un incontro affollatissimo e per molti versi sorprendente, durante il quale Lorenzo si è raccontato attraverso quindici spezzoni di film celebri. Alcuni erano “generazionali”, come La febbre del sabato sera e Taxi driver, che rappresentarono anche per me e per molti coetanei dei piccoli spartiacque. Quello con John Travolta per esempio fu il primo film che vidi in coppia, mentre quello di Martin Scorsese lo guardai estasiato con due compagni di scuola, e ci sentimmo molto adulti e turbati di fronte alle scene crude di violenza e alle atmosfere torbide del mondo della prostituzione. Ma anche i film con Bud Spencer e Terence Hill, che non avrei inserito nella mia top fifteen, segnarono la mia adolescenza e li guardai con grande gioia, spesso identificando il mio babbo con quel gigante buono e forzuto, dato che entrambi erano degli omoni all’apparenza invincibili, esattamente come successe a Jovanotti con suo padre. Poi sia io che lui cerchiamo di trasmettere questa passione ai nostri figliocci, i quali hanno avuto delle reazioni simili di fronte a film da noi molto amati, a volte negative, come per i Blues brothers, evidentemente ai loro occhi datati, e a volte positive, come nel caso di Stand by me. Insomma, l’incontro è stato molto piacevole, primo perché la formula della proiezione dello spezzone seguito dal commento era azzeccata e non annoiava, nonostante sia durata ben due ore, e poi perché Lorenzo è un affabulatore nato e non si è spacciato per un cinefilo, pur dimostrando gusti non banali (vedi l’Andrej Rublev di Tarkovskij) e sapendoli spiegare anche con notazioni tecniche. La parte migliore dell’incontro resta comunque quella legata ai fatti di vita, i film vissuti più che spiegati. In questo senso la proiezione dell’ultima scena, quella di Amarcord in cui lo zio pazzo interpretato da Ciccio Ingrassia sale sull’albero e urla “voglio una donna!”, ha commosso tutto il pubblico perché Lorenzo l’ha messa in parallelo con la storia di una sua zia affetta dalla sindrome di Down, che proprio per le sue apparenti stramberie fu “una presenza che arricchì la vita” della sua famiglia.

Sentendo la citazione finale di Chesterton mi è venuto in mente Wittgenstein quando diceva (o sentenziava) che “le sentenze sono i crampi dell’intelletto“, e ho pensato che si riferisse proprio a questo tipo di frasi, cioè a quelle che cercano l’arguzia del paradosso col semplice ribaltamento di un luogo comune. Le contratture del pensiero sarebbero insomma gli espedienti retorici facili (ossimori, chiasmi e paradossi meccanici), quelli che poi ritroviamo spesso nel registro gnomico della cattiva letteratura, e che danno l’illusione di approfondire un carattere o una situazione rovesciandone l’attributo corrente; un po’ sulla scia di certi aforismi di Oscar Wilde, ma senza la sua amara irriverenza. In realtà è necessaria un po’ d’invenzione, di ricerca, come nella definizione della pampa data da Borges (“una vertigine orizzontale“), o nel titolo del romanzo di Milan Kundera (“L’insostenibile leggerezza dell’essere”), altrimenti si casca nella frase fatta di segno opposto, nel gioco a somma zero, come in certi ossimori tipici dell’indignazione giornalistica gratuita (“un silenzio assordante“), e nei paradossi del sentimentalismo da canzonetta (“non c’è cielo più celeste di quello che ha vinto mille tempeste“). E comunque non bisogna prendere per oro colato tutto ciò che dice un genio, per il semplice fatto che sia lui a dirlo. L’ipse dixit finge di ignorare che anche a un genio a volte scappano delle castronerie belle e buone. Il film A beautiful mind, per restare in ambito cinematografico, che narra la storia di John Nash, uno dei più brillanti matematici del Novecento, lo ha dimostrato in modo efficace, ma basta pensare alla biografia dello scacchista americano Bobby Fisher, che fu al contempo un genio e un rincoglionito, per capirlo. Insomma il genio esiste, ma le dichiarazioni le fa l’uomo, e non conviene confondere i piani, come invece si tende a fare di frequente. Ricordo che tanti anni fa, a proposito di una polemica tra Pietro Mennea e dei giornalisti sportivi, vidi in tv Carlo Vittori, l’allenatore dello sprinter barlettano, il quale per difendere il suo pupillo disse che noi comuni mortali non potevamo capire cosa passa per la testa di un uomo che corre a 40km all’ora. Un’affermazione che io sentii come l’equivalente del titolo giornalistico sul “geniale cavallo da corsa”, quello che fece maturare in Ulrich, il protagonista del capolavoro di Robert Musil, la consapevolezza di essere un uomo senza qualità.

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